Una settimana fa la stampa italiana ha diffuso un dato piuttosto dissonante per chi si occupa di comunicazione scientifica. Ne ha parlato prima IlSole24ore con un articolo firmato Redazione Scuola. È stata poi la volta di Repubblica con un articolo a tratti letteralmente identico al precedente. E infine di AGI con un pezzo anche questo a tratti identico ai due precedenti.  Quale è la notizia da diffondere? In sintesi: Pochi finanziamenti ma alti standard di qualità come recita l’articolo de ilSole24ore. La fonte della notizia? Un report di Elsevier che al momento non è rintracciabile. Sorprende quindi che nel dicembre 2023, a giornali unificati si decreti che l’Italia fa un’ottima ricerca. Più che una notizia gli articoli paiono uno spot per Elsevier in vista di qualche trattativa per l’uso di dati bibliometrici nei prossimi esercizi di valutazione.

Una settimana fa la stampa italiana ha diffuso un dato piuttosto dissonante per chi si occupa di comunicazione scientifica. Ne ha parlato prima IlSole24ore con un articolo firmato Redazione Scuola. È stata poi la volta di Repubblica con un articolo a tratti letteralmente identico al precedente. Ed infine di AGI con un pezzo anche questo a tratti identico ai due precedenti.

Quale è la notizia da diffondere? In sintesi: Pochi finanziamenti ma alti standard di qualità come recita l’articolo de ilSole24ore. Su cosa si basa questa notizia? Su un’analisi Elsevier – uno degli oligopolisti mondiali dell’editoria accademica di riviste e della commercializzazione dei dati che servono per valutarle – che ha analizzato, in un non meglio identificato report, la qualità della produzione mondiale della ricerca negli ultimi 16 anni, dal 2006 al 2022, attraverso il Field Weighted Citation Index (FWCI).  Come spiegano in modo letteralmente identico due dei tre articoli, il FWCI è “l’indice che permette di quantificare e comparare la qualità della produzione scientifica utilizzando come indicatore il numero di citazioni ponderato in base alla media di un determinato settore“.

Ormai a una settimana di distanza, a fronte di richieste pubbliche di avere accesso al report che contiene i dati, non è stato fornita alcuna prova della sua esistenza.

Il report di Elsevier affermerebbe che, sulla base di questo indicatore FWCI, la ricerca italiana, nonostante il suo sottofinanziamento, compete validamente con il resto del mondo dal punto di vista del numero delle citazioni. È in virtù di questo ragionamento che è possibile dire che vi sono alti standard di qualità.

Ma la notizia è davvero una notizia? In realtà, quanto riportato negli articoli è noto da tempo. Come abbiamo scritto più volte, fin dal 2016 il governo britannico si preoccupava del possibile sorpasso dell’Italia sulla Gran Bretagna in termini di FWCI. Una preoccupazione fondata, visto che l’Italia ha poi davvero raggiunto la Gran Bretagna, come certificato dal rapporto di Elsevier per il governo britannico pubblicato nel maggio 2022:

 

Tutte cose note. Sorprende quindi che nel dicembre 2023, a giornali unificati, si annunci che l’Italia fa un’ottima ricerca, basando la “notizia” su un unico indicatore, prodotto da un editore commerciale, presentato in modo identico dai tre articoli come “il più importante” o “uno dei più importanti” “editori scientifici del mondo con più di 3 mila riviste accademiche in ogni ambito”.

L’articolo pare più uno spot per Elsevier che una notizia. Perché in effetti le notizie sulla stampa internazionale che riguardano la ricerca italiana sarebbero altre.

Nature, per esempio, pubblica un articolo, basato anch’esso su dati Scopus-Elsevier dove si mostra che l’Italia è il secondo paese al mondo, dopo l’Arabia Saudita e prima dell’India, per crescita del numero degli autori estremamente produttivi, cioè autori che pubblicano in media più di 1 articolo ogni 5 giorni.

E, a questo proposito, non si può non ricordare che diversi autori iperproduttivi nostrani hanno più o meno recentemente richiamato l’attenzione dei media internazionali [si veda per esempio qui, qui, qui o qui] in termini non propriamente lusinghieri.

Forse, è anche bene ricordare, perché la memoria della stampa italiana e degli accademici italiani pare particolarmente selettiva, che i dati citazionali italiani (e quindi anche il FWCI) sono gonfiati da autocitazioni e club-citazionali (si veda qui).

Sarebbe anche il caso di ricordare che la crescita anomala di pubblicazioni e citazioni è da attribuire ai sistemi di valutazione individuale (ASN) e collettiva (VQR) implementati a partire dalla Riforma Gelmini (si veda qui e qui).

Rispetto alle “eccellenze” citate nell’articolo, forse giova anche la lettura di questo contributo di Richard Van Noorden recentemente pubblicato su Nature: il 2023 è stato l’anno del record di ritrattazioni nella letteratura scientifica mondiale.  E l’Italia è campione europea per numero assoluto di ritrattazioni [si veda qui].

 

Non si vuole qui sostenere che l’Italia faccia solo cattiva ricerca. Ma che ci sono luci ed ombre. Che le informazioni devono essere fornite con accuratezza se si vuole essere credibili. Nel caso degli articoli che certificherebbero l’eccellenza della scienza italiana pare che lo standard minimo di accuratezza non sia stato rispettato.

A meno che finalmente questo report di Elsevier venga davvero diffuso e dimostri che c’è una notizia rilevante, chi legge gli articoli a testo unificato di AGI, Repubblica e IlSole24ore resta con la sensazione (sgradevole) di essere di fronte ad una operazione di marketing orchestrata in vista di qualche trattativa per l’uso di dati bibliometrici nei prossimi esercizi di valutazione.

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2 Commenti

  1. Johan Cruyff risponderebbe così: “La tecnica non è essere in grado di palleggiare una palla 1000 volte. Chiunque può farlo esercitandosi. Allora puoi lavorare nel circo. La tecnica è passare la palla con un solo tocco, con la giusta velocità, al piede giusto del compagno di squadra”.

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