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Una storiella: quanto vale l’istruzione universitaria?

C’era una volta, in Italia, nella seconda metà degli anni cinquanta, un giovane di ottima estrazione sociale che chiameremo Luigi delle Carabattole. Ma non lasciatevi ingannare dal “c’era una volta”. Si tratta di una storia vera: mi sono limitato a cambiare i nomi dei protagonisti. Ebbene, questo giovane, pur intelligente e volenteroso non riusciva, per qualche ragione, a superare gli esami universitari …

Quanto vale l’istruzione universitaria? Molti economisti hanno una risposta pronta: il valore dell’istruzione universitaria è misurata dalla differenza tra il salario dei laureati ed il salario dei diplomati. Ma questa differenza dipende sempre e solo, dall’istruzione impartita dall’università e assimilata dagli studenti?

Per illustrare una tesi diversa racconterò una storiella che si colloca tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta del secolo scorso. Si tratta di una storia vera: mi sono limitato a cambiare i nomi dei protagonisti.

C’era una volta, in Italia, nella seconda metà degli anni cinquanta, un giovane di ottima estrazione sociale che chiameremo Luigi delle Carabattole. Questo giovane, pur intelligente e volenteroso non riusciva, per qualche ragione, a superare gli esami universitari. Dopo qualche anno di inutili tentativi da parte di Luigi di proseguire negli studi, suo padre decise di utilizzare le sue conoscenze per trovare per il figlio un lavoro dignitoso che non richiedesse la laurea. Fu così che Luigi entrò come impiegato in una grande banca di interesse nazionale. Come impiegato di banca Luigi ebbe un grande successo. Il suo lavoro, il suo impegno ed anche il suo stile furono molto apprezzati da colleghi e superiori e dai clienti importanti con i quali era venuto in contatto. Fu naturale che dopo qualche anno si ponesse la questione di una sua promozione a “funzionario”.Venne fuori però a questo punto il problema della laurea. Il superiore diretto di Luigi in un colloquio molto franco spiegò a Luigi come fosse difficile promuovere precocemente un non laureato. Come si poteva inviare un “Sig. Delle Carabattole”, in rappresentanza della banca, ad una riunione cui partecipavano il Dott. Rossi, l’Avv. Bianchi ed il Prof. Verdi? Come avrebbe un semplice “Sig,” potuto colloquiare con i funzionari della Banca d’Italia, tutti rigorosamente “Dott.”?

Possiamo immaginare la reazione di Luigi. Nonostante facesse bene il suo lavoro gli veniva negata una promozione perché non riusciva a superare lo “stress” di esami universitari che non c’entravano niente con il suo lavoro.

Ebbe modo allora di confidarsi con il suo amico Felice (detto Felix) Stivali. Felix trovò subito una soluzione. Ricordò a Luigi, che la sua famiglia vantava un titolo nobiliare. Si fregiava infatti del titolo di Marchese delle Carabattole. In effetti i genitori di Luigi, rigorosamente repubblicani, non avevano mai utilizzato un titolo che doveva risalire ai Borboni, e che comunque non era giustificato dalla ricchezza patrimoniale della famiglia. Felix però suggerì a Luigi di ripristinare, senza dar troppo nell’occhio quel titolo di famiglia. Si doveva andare per gradi. Prima di tutto far stampare biglietti da visita con il titolo di marchese e la relativa coroncina sopra il titolo. Poi ordinare delle camicie di seta con ricamata la coroncina di marchese sovrastante le iniziali. La carta intestata avrebbe poi dovuto comprendere anche lo stemma della famiglia. Naturalmente Luigi non avrebbe mai dovuto qualificarsi come marchese, declinando di rispondere alla domanda se egli fosse un marchese. Di tanto in tanto, però, qualche amico lo avrebbe cercato in ufficio chiedendo del Marchese delle Carabattole. Ci sarebbe anche stata qualche lettera recapitata in ufficio e diretta al Marchese delle Carabattole. Felix stesso alla fine si sarebbe presentato in ufficio chiedendo a gran voce del Marchese delle Carabattole.

Piano piano furono in molti ad attribuire a quel giovane simpatico, disponibile e assolutamente non pretenzioso il titolo di Marchese (e per qualcuno Marchesino) delle Carabattole. I clienti importanti della banca furono i primi ad usare il titolo, contenti anche loro di trattare con un nobile per i loro affari finanziari.

La banca, avendo superato il problema del semplice “Sig.” che precedeva il nome di Luigi non ebbe difficoltà a promuoverlo “funzionario”.

Qui finisce la nostra storia.

Forse negli ultimi cinquanta anni la società italiana si è evoluta in modo tale da rendere impossibile una storia come quella che ho raccontato. Ma non bisogna dimenticare che un titolo universitario, come un titolo nobiliare, può servire più a definire la posizione sociale del titolato che a certificarne le maggiori acquisite competenze.

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9 Comments

  1. Giuseppe De Nicolao says:

    Sempre a proposito di ambienti favoriti. Come testimoniato dalle statistice AlmaLaurea, la crisi non aiuta a superare le stratificazioni sociali.

  2. Quanto vale il titolo di dottore di Ricerca?

    NULLA!

    Guardate QUI:

    http://www.bloglavoro.com/2015/12/23/concorso-inps-2016.htm

    Avete notato?

    Per i titoli c’è un punteggio massimo: massimo 40, massimo 7, ecc…….
    Ma NON c’è un punteggio MINIMO.

    Questo significa che se alla commissione sono antipatico perché non sono uno con i santi in paradiso, possono attribuirmi per il mio Dottorato: punti 1, per gli assegni di ricerca punti 2, totalizzando, ad. es. punti 3 su 100.

    A me sembra un FURTO, a VOI?
    Grazie,
    Anto

  3. volevo aggiungere che questo è uno dei pochissimi bandi dove perlomeno vengono presi in considerazione, nell’ambito della PA, i titoli, come dottorato, specializzazione, anche se in termini ridicoli, non mettendo il punteggio MINIMO.

    Per dare dignità ai titoli accademici nella PA, ci vorrebbe un punteggio minimo (oltre a quello massimo) per legge!!!!!!!!!!! Sarebbe, secondo me, l’unico modo per dare dignità al titolo di Dottore di Ricerca (che, non dimentichiamolo mai, secondo la Legge Italia, dovrebbe essere più importante della laurea, in quanto “terzo livello di istruzione”.
    Siete d’accordo?

  4. MAFFoodandbeverage says:

    Caro (o cara) anto,
    il titolo di dottore di ricerca non serve a nulla, è vero. In realtà è il periodo del dottorato ad essere utile per permettere all’aspirante accademico di instaurare quella serie di relazioni scientifiche ed umane che saranno fondamentali per la carriera (badi bene: accademica) successiva, godendo anche di un piccolo assegno mensile se il dottorato è con borsa.
    Il continuo riferimento che lei fa alla “PA” e alla valorizzazione che questa dovrebbe effettuare del titolo di dottore di ricerca è assolutamente incongruo proprio per l’aspetto appena evidenziato: il titolo di dottore di ricerca, in quanto tale, non ha nessuna utilità, e quindi, qualunque punteggio (anche irrisorio) ad esso attribuito in quelle sedi è tutto, come si suol dire, “grasso che cola”.
    Se lei desidera essere assunto nella PA, dunque, dovrà seguire il canonico percorso concorsuale, affrontare le diverse prove scritte e orali, per poi attendere gli esiti e la relativa graduatoria: si tratta di prove a volte durissime, come ad esempio nel caso del concorso notarile o della magistratura amministrativa, che nessun titolo di dottore di ricerca – proprio per inidoneità direi “strutturale” – potrà mai scalfire o ammorbidire.
    Sicuramente più adatte, in queste ipotesi, le diverse scuole private diffuse sul territorio nazionale che forniscono una preparazione “mirata” al superamento del concorso: le statistiche parlano chiaro, generalmente i loro allievi primeggiano (con percentuali bulgare) nei più difficili concorsi nazionali. I costi, peraltro, sono assolutamente irrisori se rapportati a quelli di iscrizione della maggior parte delle università pubbliche o dei vari master da queste organizzati, peraltro generalmente inutili.
    In sintesi, caro (o cara) anto, ciò che voglio dirle è questo: se desidera essere assunto nella PA (che non sia Università), lasci perdere il tempo impiegato col dottorato e affini la sua formazione con un apposito corso di preparazione al superamento del concorso che intende superare. Le auguro di cuore di vedere coronati anni di sacrifici e studio.
    maf

  5. @MAFFoodandbeverage:
    La ringrazio per la sincerità. Ma le opinioni, restano diverse.
    Lei crede che sia ragionevole che il bando di un qualsiasi concorso della PUBBLICA AMMINISTRAZIONE contenga in media 3 prove orali e 5 scritte (quello per la magistratura addirittura 18 prove orali)
    mentre l’assunzione in un’AZIENDA O NEL SETTORE PRIVATO, anche con importanti mansioni di responsabilità e manageriali, dipenda esclusivamente dal curriculum e può avere luogo anche in mezz’ora?
    Ciò, considerando che ci vogliono 2 o 3 anni nel caso di concorso pubblico, con tanto di ricusazione dei commissari, impugnazione del bando, impugnazione del concorso, TAR, Consiglio di Stato ecc…)?

    A Lei sembra ragionevole questa disparità?
    A Lei sembra ragionevole che una PUBBLICA AMMINISTRAZIONE non riesce a fidarsi del curriculum (nel quale può benissimo rientrare il titolo di Dottore di Ricerca) mentre l’AZIENDA si fida senza alcun problema non richiedendo le prove scritte ed orali?

    L’art. 97 Cost. prevede sì l’accesso alla PA con concorso, ma le prove scritte ed orali non sono previste dalla Costituzione.
    Un mio amico americano mi ha detto: “voi italiani siete stupidi, sempre a fare prove scritte ed orali, anche per essere assunti, siete cretini!………noi americani abbiamo prove scritte ed orali, ma all’interno di corsi di scuola, università , masters, Phd, poi una volta ottenuti i vari titoli (anche nella PA), PARLANO I TITOLI, non ce ne facciamo nulla delle prove scritte ed orali (e così funziona anche in UK)”.
    Ora mi aiuti Lei…..come (e cosa) posso rispondere al mio amico americano?
    E come si può trovare una risposta alla disparità pubblico/privato di cui sopra?
    Si ricordi che le regole dell’accesso alla PA (i temi, le prove scritte ed orali) sono le stesse degli ANNI ’40, nei quali non esisteva il curriculum (quindi non si poteva che selezionare in base ai TEMI), non esistevano le esperienze, i titoli, poi piano piano sono arrivati le lauree (in maniera più frequente del passato), i Masters, i Dottorati, gli anni all’estero (con Intercultura, con conoscenza di lingue straniere, il Programma Erasmus, il Programma Leonardo, Socrates), un fiorire di competenze.

    “Buona sera, sono Stephen William Hawking (Oxford, 8 gennaio 1942)sono un fisico, matematico, cosmologo e astrofisico britannico, fra i più importanti e conosciuti fisici teorici del mondo………….”.
    Nella PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ITALIANA ti rispondono:
    “Chi sei? non ti conosco, non importa, se sei il migliore fisico e matematico del mondo, SIEDITI E SCRIVI IL TITOLO DELLA PROVA SCRITTA, AVANTI, POCHE STORIE!”.

    Ciò è responsabilità anche dell’Università italiana, e dell’accademia, che non ha mai lottato per imporre l’importanza della cultura all’interno della PUBBLIA AMMINISTRAZIONE”

  6. mi correggo, volevo scrivere

    “ragionevole che una PUBBLICA AMMINISTRAZIONE non riesca”

  7. MAFFoodandbeverage says:

    Anto, rispondo in ordine:
    1) Sì, credo sia ragionevole, e non mi sembra una disparità, ma il trattamento diverso di situazioni diverse.
    2) Non credo sia una questione di fiducia, ma della diversità di cui al punto 1.
    3) La mancata “copertura costituzionale” delle prove scritte e orali dei concorsi nella PA potrebbe allora, a voler seguire fino in fondo il suo ragionamento, comportare la sostituzione delle prove medesime non con i titoli più o meno accademici, ma con una lotteria: vince il concorso chi ha i numeri estratti: non so a lei, ma a me non sembra ragionevole.
    4) Al suo amico americano risponda che in Italia esistono concorsi il cui superamento avviene dopo prove durissime, e che non esiste un “diritto” all’assunzione nella PA, tutto qui.
    5) Non ho capito il riferimento a Hawking e il parallelo con la PA italiana; paradossalmente, proprio la battuta finale è indice di serietà: chiunque ambisca ad un posto nella PA deve superare il relativo concorso, senza ostentare nomi o blasoni: le capacità acquisite potrà metterle a frutto durante le prove concorsuali. Il concorso, dunque, resta la via regia per l’accesso alla tanto agognata posizione.
    In ogni caso, caro (o cara) anto, continuo a percepire una fortissima sua attenzione proprio verso il mondo dei concorsi per l’accesso alla PA più che ai problemi che si trova a vivere chi lavora in Università. Non posso allora fare altro che rinnovarle il mio invito, e cioè dedicarsi alla preparazione di uno dei concorsi periodicamente banditi, magari col supporto di una scuola di preparazione al superamento delle relative prove, dimenticando una volta per tutte la retorica associata a dottorati, specializzazioni e titoli vari.
    Un cordiale saluto,
    maf

  8. @MAFFoodandbeverage:

    dopo 11 anni di militanza universitaria mi ritrovo disoccupato, a causa dell’estinzione di ogni forma contrattuale.

    In questo tempo, però, ho accumulato, nel settore giuridico:
    1)Dottorato
    2)Assegno (4 anni)
    3)Vari contratti di ricerca
    4)3 libri (che nel settore giuridico costituiscono il curriculum da ordinario o da associato)
    5)altri lavori minori
    6)numerosi contratti di insegnamento, lezioni alle summer schools, ai masters, numerose sedute di laurea nelle quali sono stato relatore, relative ai contratti di insegnamento di cui sopra.
    7) non ho nessuna posizione accademica ora, ma capirà che ciò non è colpa mia.

    Seguirò i Suoi consigli, ma rischio di trovarmi in commissione di concorsi PA, membri che hanno meno MENO TITOLI DI ME (con esclusione della posizione universitaria, ma ciò non è colpa mia).
    In altre parole è possibile che un membro di una commissione di un concorso di PA sia sì uno strutturato ma con 1 libro, contro i miei 3 libri.
    Ciò non è proporzionato né ragionevole né adeguato in un Paese civile.
    Ora riesce a capirmi?

  9. @MAFFoodandbeverage,

    aggiungo e concludo:
    non è ammissibile, in un Paese civile, che ci sia il rischio che io venga giudicato da membri di una commissione di un concorso di una Pubblica Amministrazione che siano meno titolati di me (vedi sopra, oppure meno titolati di tanti candidati con il curriculum simile al mio).

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