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Una politica della ricerca alla Robin Hood: Togliere alle imprese e dare al settore pubblico

Iniziamo con un dato strutturale dell’economia italiana: gli investimenti. Nei paesi dell’OCSE la porzione di investimento designato come “immateriale” e cioè la ricerca e sviluppo, la proprietà intellettuale, il software e le basi dati, l’avviamento delle aziende, il capitale umano e organizzativo, sta superando in termini quantitativi l’investimento “materiale”, cioè quello che gli economisti chiamano formazione di capitale fisso lordo, i macchinari, le attrezzature, gli edifici, cioè gli oggetti fisici. Nel caso italiano l’investimento totale, che si aggira intorno al 20 per cento del Pil ed è di dimensioni analoghe a quello degli altri paesi, si concentra largamente nella parte “materiale”, mentre scarsa è la spesa per software, ricerca, licenze, organizzazione.

Anche i dati sulle collaborazioni delle imprese per realizzare le proprie innovazioni non sono particolarmente positivi. Le collaborazioni sono un fenomeno di modeste dimensioni e riguardano prevalentemente le grandi imprese, non le piccole. Il dato interessante è che in genere le imprese collaborano con altre imprese, addirittura con i concorrenti, mentre hanno pochi rapporti con università ed enti di ricerca.

Altro punto dolente del nostro paese è rappresentato dall’investimento per ricerca e sviluppo rispetto al Pil. Tale rapporto è fisso da anni sul livello di 1,2%, mentre le media europea è del 2%. Ed il dato più preoccupante riguarda il rapporto tra spesa per ricerca delle imprese che è dello 0,5% laddove l’obiettivo fissato dai paesi europei è 2%. È, quindi, ovvio che esiste un grave sottodimensionamento della ricerca industriale.

Se si guarda al numero di imprese innovatrici in Italia rispetto agli altri Paesi, la nostra posizione non è delle migliori, anche se non sfiguriamo; le imprese italiane innovatrici sono il 32%, laddove la media europea è del 38%, ed i Paesi tecnologicamente più avanzati evidenziano percentuali ancor più elevate. Il punto più rilevante è che le innovazioni italiane sono poco legate ai risultati della ricerca di punta, ma si basano largamente sull’adattamento di conoscenze acquisite attraverso la progettazione, l’acquisizione di licenze, l’acquisto di nuovi macchinari.

Sebbene le imprese italiane investano poco in ricerca e innovazione, ricevono un cospicuo sostegno pubblico, sia da parte del Governo nazionale che da quelli locali – e spesso più dai secondi che dai primi (Tabella 1) – vedi qui.

 

La Tabella 1 mostra che le imprese italiane sono quelle che ricevono con maggior frequenza finanziamenti dalle autorità locali. A tale sostegno non fa riscontro una capacità competitiva nel mercato della ricerca: la quota di imprese che ricevono fondi a livello europeo, ed in particolare dal Programma Quadro, è tra le più basse.

Le imprese hanno ricevuto, nell’ultimo mezzo secolo, per ricerca e innovazione dallo stato italiano, dalle regioni e dall’Europa una quantità di risorse finanziarie di enormi  proporzioni.  Se ci limitiamo alla sola R&S, la Tabella 2 mostra che nel 2009 le imprese sono state finanziate dalle istituzioni pubbliche italiane per 662 milioni di euro, pari al 6,5% del totale. Tale cifra equivale al fondo di finanziamento ordinario del CNR.

 

La seconda componente della ricerca nazionale, e cioè le università e gli enti pubblici di ricerca, presenta un quadro che, nel suo complesso, non è affatto negativo (vedi anche qui).

Se, infatti, si considerano le pubblicazioni scientifiche più citate nel mondo, e quindi si fa riferimento ad un indicatore di qualità,  l’Italia si colloca in ottima posizione, dopo gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, la Germania, la Cina – che si sta sviluppando rapidamente anche nella ricerca. Quindi, dal punto di vista qualitativo la scienza italiana non sfigura affatto; e tale indicazione proviene anche da un altro dato: il numero di pubblicazioni per ricercatore del settore pubblico. In questa graduatoria l’Italia è vicina a Germania e Francia. Il problema nazionale consiste nel fatto che abbiamo pochi ricercatori in rapporto agli altri paesi con cui normalmente ci confrontiamo.

Oggi la ricerca pubblica si trova in una condizione che definirei di “tiro al piccione”; in particolare le università sono continuo oggetto di critiche, in alcuni casi giustissime, di inefficienze, abusi, “parentopoli”, malcostume. Tale attacco è frutto non soltanto di una legittima richiesta di efficienza e di buon andamento delle pubbliche istituzioni ma, soprattutto, di un’impostazione ideologica neoliberista reaganiana-thatcheriana che vede nella cultura, nel libero pensiero, una minaccia. L’attacco è stato così continuo che, anche in un paese in cui la cultura era considerata un valore indiscusso, gran parte dell’opinione  pubblica è convinta che la scienza pubblica italiana sia corrotta e che debba essere punita per questa sua scellerata condotta. Ma ciò è falso ed è foriero di conseguenze nefaste per il paese. L’esperienza giornaliera, come i dati internazionalmente riconosciuti, raccontano un’altra storia: il sistema come tale è di buon livello, in certi casi di ottimo livello, e va certamente migliorato, non delegittimato.

Da qualche mese è iniziata la Valutazione della qualità della ricerca (VQR) dell’università e degli enti pubblici vigilati del MIUR: l’obiettivo, legittimo, è quello di contribuire a migliorare, razionalizzare, ridurre le inefficienze; certamente non deve essere quello di intervenire sul sistema con decisioni punitive come maldestramente sostenuto dal coordinatore della VQR e poi smentito dal presidente dell’ANVUR.

Tornando al sistema delle imprese, i dati sulla performance economica parlano chiaro: la produttività del nostro sistema produttivo è più bassa di quella degli altri paesi industrializzati, e ciò significa che l’investimento pubblico a sostegno della ricerca industriale non ha prodotto i risultati sperati. Sarebbe opportuno dunque, nel momento in cui, giustamente, si vanno a valutare (in realtà si torna a valutare) le istituzioni pubbliche, procedere finalmente ad un’analisi dell’impatto che tali fondi hanno avuto sulla competitività del sistema produttivo italiano. Come avrebbe detto in questa circostanza Charles De Gaulle, vaste programme.

E allora, visto che finora non si dispone di evidenze che giustifichino l’intervento pubblico a sostegno della ricerca delle imprese, e che la ricerca pubblica è ancora (ma per quanto?) vitale e produttiva, credo che per la comunità nazionale sia più saggio e produttivo togliere parte delle risorse pubbliche alle imprese e darle all’accademia ed agli enti pubblici di ricerca. In tal modo si salvaguarda un patrimonio di competenze e si costruisce il futuro anche per le imprese stesse. Insomma una politica alla Robin Hood: togliere a chi non sai bene cosa ti dà in cambio – come dicono gli inglesi value for money – e dare a chi è produttivo e continuamente soggetto a scrutinio e valutazione, in patria e all’estero, ieri e oggi.

 

 

 

 

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6 Comments

  1. Paolo Pini says:

    Interessante commento Giorgio apprezzo e spero che stimoli discussioni.
    Alcuni dati pero’ sono un poco datati, ad esempio quelli riportati nella prima tabella.
    Se puo’ essere di conforto vorrei far notare che in Emilia-Romagna da anni è stato avviato dalla Regione un programma di sostegno all’innovazione che tu conosci di certo, cioè il PRRIITT, dal 2003 con fianziamenti pubblici regionali alla innovazione e trasferimento tecnologico nelle imprese.
    Studiando gli effetti di tale programma risulta che le imprese beneficiarie mostrano esiti di performance innovativa ed anche economica superiori a quelli delle imprese non beneficiarie del contributo regionale, fatti salvi tutti i controlli del caso. Se cerchi dettagli, alcune pubblicazioni sono state realizzate che presentano i risultati.
    Forse l’ER non è esemplificativa di altre realtà, spero pero’ che non sia la cosiddetta “isola d’oro in un mare di …” come si diceva nel ’68 per la scuola.
    Credo pero’ che tu abbia ragione, sia nell’analisi che nelle implicazioni dell’analisi.
    Ma una domanda potrebbe anche essere: come far si che le imprese italiane utilizzino meglio di quanto fanno ora i finanziamenti pubblici ?
    Ciao Paolo

  2. Paolo Pini says:

    Oppure: e se fossero le istituzioni pubbliche che distribuiscono in modo inadeguato le risorse economiche alle imprese private ?

  3. Giorgio Sirilli says:

    Ringrazio molto Paolo per i sui commenti. Spero che ne seguano altri e che l’articolo possa far nascere un dibattito sull’ergomento.
    Sui dati ha ragione Paolo: potevano essere più aggiornati. A mia parziale giustificazione debbo dire che: 1) i dati sui finanziamenti alle imprese da parte delle pubbliche amministrazioni variano ben poco nel tempo, sono di fatto strutturali; 2) gli articoli che appaiono su ROARS sono un ibrido tra l’articolo di giornale quotidiano ed il saggio sulla rivesta scientifica (con tanto di bibliografia), per cui, anche per motivi di tempo, l’argomentazione fa premio sull’approfondimento.
    L’esperienza della Regione Emilia Romagna citata da Paolo mostra che l’intervento pubblico può essere virtuoso e dare buoni frutti. Tuttavia il punto che cercavo di sottolineare è che, a parte alcuni tentativi di stimare la “bontà” degli interventi pubblici per ricerca e innovazione, in linea generale né il governo nazionale, né quelli regionali, hanno mai affrontato il tema della valutazione complessiva di questo tipo di intervento. Che l’impresa sia ardua, nessun dubbio, ma al famoso cittadino contribuente sarà pure necessario dare una risposta su come sono stati impiegati i suoi soldi (value for money).
    Concordo infine con Paolo sul fatto che le istituzioni pubbliche non necessariamente distribuiscono in modo inadeguato le risorse economiche alle imprese private – si pensi ai ritardi nell’assegnazione e nell’erogazione dei fondi. Sempre in termini di provocazione del dibattito, penso peraltro che, in un periodo difficile come l’attuale, non sarebbe male dare un po’ di ossigeno ai ricercatori pubblici prendendo i soldi, per esempio, dagli incentivi fiscali alle imprese che non mi risulta siano destinati a cambiare le sorti del mondo della scienza e della tecnologia, ma far “piovere sul bagnato”.

  4. Paolo Pini says:

    caro giorgio concordo al 99% sulle osservazioni che fai nella tua replica, e sono consapevole delle finalita’ che ha questo sito che seguo con vivo interesse, e quindi anche del taglio che hanno le note scritte qui
    credo che sia una iniziativa non utile, ma utilissima
    in particolare sottoscrivo appieno la richiesta che proviene da molte parti circa maggiori risorse per gli enti pubblici che si occupano di ricerca
    la questione che pongo, e che son certo tu condividi appieno, è come individuare le modalità più efficaci ed anche piu’ efficienti per far lavorare in modo sinergico enti pubblici, fra cui l’univenrsità ed il cnr in primis, e l’universo delle imprese
    sul terreno della ricerca, al fine di ottenere il miglior livello di output tecnologico ed organizzativo (l’innovazione organizzativa è pure centrale)
    alcuni esempi vi sono in ER, ma certo, una regione cosi’ legata all’industria manifatturiera che sta al suo nord, sull’asse che va verso la germania, non bsta; non solo con gli esempi e con specifiche esperienze si fa sistema
    e qui ci vorrebbe anche un governo che abbia nel suo DNA questi temi
    purtroppo non credo che sia questo il governo con il DNA giusto
    aspettiamo quindi il prossimo ?
    la speranza è l’ultima a morire si dice, vedremo …
    ciao e buon tutto
    paolo

  5. Giorgio Sirilli says:

    Caro Paolo,
    quasi quasi non c’è gusto a discutere con te: siamo d’accordo quasi su tutto e ciò non è bello nella genìa degli intellettuali che si azzuffano per definizione (se siamo tali andrebbe ovviamente verificato attraverso un’apposita valutazione!).
    Tu sollevi due problemi che sappiamo molto spinosi: quello della collaborazione tra ricerca e pubblica e imprese e quello delle politiche pubbliche per ricerca e innovazione.
    Sul primo problema sarei un po’ brutale: in genere, a parte alcune lodevoli eccezioni, le imprese italiane non investono in ricerca. Si accontentano di innovazioni incrementali acquisite con il macchinario o con i servizi, o comprate da altri.
    Il dialogo tra i ricercatori pubblici (universitari e degli enti di ricerca), che si confrontano con la frontiera scientifica e tecnologica, e le strutture tecniche delle imprese deve avvenire, come tutti i dialoghi, tra pari. Se ambedue gli attori non sono allo stesso livello il dialogo è difficile o impossibile. Il dialogo è altresì complicato dal fatto che le imprese vogliono soluzioni già applicabili, non risultati di ricerca da ingegnerizzare. E qui c’è un pericolo: siccome le imprese richiedono soluzioni tecniche, e le istituzioni pubbliche hanno bisogno di finanziamenti, si finisce per deprimere la qualità della ricerca pubblica che è costretta, per sopravvivere a “fare marchette”. La soluzione è un generale innalzamento del livello tecnico-scientifico delle imprese (ricordi il 2% della spesa delle imprese dell’accordo di Lisbona?), che implicherebbe un radicale mutamento nella strategia e nella struttura delle imprese italiane, e non un innaturale “avvicinamento” della ricerca pubblica al mondo della produzione: programma per la prossima generazione.

    Sul secondo tema sarei altrettanto schietto: in Italia non c’è, e non c’è mai stata, una politica della ricerca e dell’innovazione. Il MIUR non ha capacità e programmi analoghi a quelli degli altri paesi e non ha nemmeno un Programma nazionale della ricerca degno di questo nome. Tu speri nel governo che verrà, come la canzone di Lucio Dalla. Se vuoi spero anch’io, ma le delusioni dei decenni passati non fanno ben sperare. I partiti politici, i singoli politici italiani hanno (quasi) sempre detto a parole che la ricerca, l’educazione, le risorse umane sono fondamentali, ma erano parole scritte sull’acqua. Forse sarà il DNA nazionale, piuttosto che quello del governo in carica o di quello venturo a non mandare le cose nel verso giusto. In tutto questo vi sono tuttavia esperienze positive e illuminanti come quella di regioni come l’Emilia Romagna, da cui tutti dovremmo/dovrebbero imparare. Per fare sistema ci vogliono comunque un progetto e attori capaci e motivati a raggiungere lo scopo. Speriamo che la crisi attuale faccia emergere le risorse migliori, come dopo la Seconda guerra mondiale, e ciò risolverà molti dei nostri problemi. Cerchiamo dunque di essere fiduciosi e incrociamo le dita.

  6. Il rapporto tra imprese – enti pubblici e ricerca-innovazione è, come noto, molto complesso.
    Il primo aspetto da evidenziare è che ci sono due tipi di ricerca:
    1) quella pura o di base che viene svolta prettamente da enti di ricerca pubblica, la cui finalità di utilizzo è a lungo o lunghissimo termine (in certi casi mai) e i cui effetti sull´industria e la società sono notevolmente incerti. Immaginiamo il “topo di biblioteca” con la testa tra i libri o “il topo di laboratorio” con gli occhi fuori dalle orbite e i capelli dritti in uno scantinato ammuffito ´dUniversitá, con la stufetta elettrica, perché non ci sono i termosifoni.
    2) C´è poi quella con finalità aziendali, molto più pratica, che normalmente pochi professori/ricercatori perseguono anche con i loro dottorandi, perché considerata “quasi indegna o impura” comparandola a quella di base. Quest´ultima tipologia è o dovrebbe essere a breve termine e improntata all´utilizzo “immediato”. (con immediato si intendono comunque da alcuni mesi (quasi mai) ad alcuni anni). Immaginiamo il ricercatore con la valigetta, la giacca e la cravatta che entra nell´azienda e siede a una scrivania.
    La 1) puó essere svolta anche esclusivamente negli enti di ricerca e essa non dovrebbe avere pressioni di alcun genere in termini né di profitto né di performance, poiché “pura”! In questo caso potremmo dire che gli enti producono ricerca per andare “forse” verso una applicazione industriale.
    La 2) invece richiede uno sforzo immane di comprensione reciproca tra aziende ed enti di ricerca, anche solo perché essi parlino la stessa lingua. Rimane l´incertezza comunque della sua applicabilità e utilizzo effettivo che porti al ROI. In questo secondo caso si parte dall´industria per andare verso i centri di ricerca, i quali devono assecondare le direttive e le richieste (se non desideri), date anche in termini contrattuali, se esiste una cooperazione diretta (tutto questo è a volte frutto di scontri legali). In questo secondo caso la ricerca di base, o parte di essa, potrebbe essere utilizzata ……….ma…….. non necessariamente quella prodotta al momento.
    In ogni caso come già ben detto da Sirilli le aziende trovano molto più conveniente acquisire innovazione o tecnologia da altri. Addirittura gli americani vanno alla ricerca delle aziende innovative in giro per il mondo per poi acquisirle con contratti più o meno benevoli………… come dire : innovazione e ricerca a PREZZO zero e zero RISCHIO, MASSIMO PROFITTO!

    Il legame tra industria ed enti di ricerca è sostanzialmente una zona grigia molto difficile da gestire perché “scontro” di interessi diversi.

    Entrambe sono utili, anche se, a mio parere, la prima è quella che CREA IL POSSIBILE FUTURO e la seconda è quella che DIVENTA PRESENTE!

    Detto questo, non credo sia una soluzione togliere agli uni per dare agli altri perché tirando le somme perderebbero entrambe (anche se la ricerca di base è quella che va maggiormente salvaguardata)! Rimane invece il tema di come gestire al meglio le risorse e la complessità degli interessi in gioco.

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