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Se il vino non è sempre buono

Nell’inserto Domenica del Sole 24 Ore del 3 giugno 2012 appariva l’articolo “La peer review però funziona” a firma di Segio Benedetto e Andrea Bonaccorsi. Nell’articolo si affermava che “la valutazione della ricerca in corso di svolgimento da parte dell’ANVUR gode di ottima salute”.  Ottima notizia che, però, doveva essere completata ricordando che i due autori dell’articolo sono il coordinatore ed il vice coordinatore dell’esercizio Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR). Insomma l’oste dice che il vino è buono. Non tutti, però, sono dello stesso parere, a partire dal ministro Profumo che, avendo preso atto di tutti i limiti metodologici della valutazione in una partecipata assemblea tenuta al CNR il 17 maggio, nonché del riufiuto di oltre 700 ricercatori a fornire i dati all’ANVUR per protesta contro un sistema giudicato penalizzante, ha espressamente affermato che la VQR verrà considerata come un esercizio sperimentale.

 

Mentre è ammirevole l’impegno dei due membri del’ANVUR nell’affermare che il vino è buono, vanno esaminate alcune affermazioni fatte nell’articolo. Gli autori contestano una stima del costo della VQR, pubblicata ormai da oltre due mesi e largamente accettata nel dibattito in corso, e che finora nessuno aveva messo in discussione. Anche in questo caso avrebbero dovuto citare la fonte: si tratta del sito ROARS.it e l’autore dell’articolo è il sottoscritto. Secondo tale stima, la VQR costerà circa 300 milioni di euro, mentre i due membri dell’ANVUR sostengono che sarà di circa 10 milioni, e cioè sostanzialmente il costo di funzionamento della loro Agenzia. Il punto è che quest’ultimi ritengono che non debbano essere presi in considerazione i costi, erroneamente chiamati indiretti, che le università e gli enti di ricerca stanno sostenendo per fornire i dati della “produzione” scientifica, come pure che non si debbono computare i costi di quell’enorme stuolo di revisori, circa 10.000, che dovranno valutare i “prodotti” della ricerca”. Nella stima si è ipotizzato che il costo giornaliero di 500 euro è quello medio che sosterranno l’università e gli enti pubblici di ricerca per i ricercatori “senior”. Se si volessero coinvolgere esperti di livello differente, e quindi meno costosi, il costo si ridurrebbe, ma rimarrebbe dello stesso ordine di grandezza. Se poi si calcola soltanto il costo diretto che sosterrà l’ANVUR come compenso per ciascuna valutazione, pari a 30 euro, si giunge ad una stima dell’ordine di 90 milioni, ben al di là dei 10 milioni. Va ricordato che il compenso lordo di 30 euro è al lordo delle tasse ed implica rilevanti costi amministrativi; insomma compensare un professionista di alto livello con 30 euro lordi per un lavoro che in media lo impiegherà per due giorni appare un po’ poco.

Gli autori dell’articolo sostengono che “i revisori non sono distolti da attività produttive … e che la valutazione dei lavori scientifici fa parte della ordinaria attività dei ricercatori”. Ma non è scritto da nessuna parte che i ricercatori pubblici debbano fare i valutatori – in effetti alcuni docenti si sono rifiutati di fare i valutatori della VQR. Se un docente deve in media destinare due giorni per valutare un “prodotto”, in quei due giorni non farà lezione o non si occuperà degli studenti e qualcun altro dovrà sostituirlo. Se un ricercatore di un ente pubblico vuole fare il valutatore per un ministero o per un privato, deve chiedere l’autorizzazione e deve recuperare il tempo dedicato a tale attività.

Quello che sorprende nell’articolo dei due membri dell’ANVUR è la negazione dei basilari principi della contabilità industriale. Anche la casalinga di Voghera sa bene che, se le verdure che ha utilizzato per fare la torta Pasqualina sono state un regalo della vicina di casa che le coltiva nell’orto, avevano comunque un valore uguale al prezzo che avrebbe dovuto pagare al fruttivendolo. Nel caso della VQR le università e gli enti pubblici di ricerca regalano all’ANVUR il lavoro dei propri dipendenti per loro “libera” scelta, cionondimeno questo è un costo da computare. Tutti sappiamo che i costi del personale sono regolarmente inclusi nella predisposizione dei progetti di ricerca presentati all’Unione europea ed alle istituzioni pubbliche nazionali e vengono inclusi nelle statistiche sulla ricerca raccolte dall’ISTAT in conformità con le metodologie adottate a livello internazionale. Seguendo tali criteri, colleghi inglesi, esperti del settore, hanno valutato che la RAE, esercizio di valutazione svolto nel Regno Unito analogo alla VQR, è costato 100 milioni di sterline cifra ben superiore ai 10 milioni di euro.

Per dare soluzione alla vexata quaestio sarebbe opportuno che l’ANVUR chiedesse formalmente all’ISTAT o alla Corte dei conti di calcolare il “vero” costo della VQR.

 

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