Tasse universitarie

Repliche a A. Ichino e D. Terlizzese

Pubblichiamo di seguito alcune repliche al recente intervento di A. Ichino e D. Terlizzese.

Replica di A. Figà Talamanca.

Vorrei prima di tutto sottolineare i molti punti di accordo con le posizioni di Ichino e Terlizzese (IeT).  Sono convinto come loro che ci sia spazio per un aumento delle tasse universitarie per i più abbienti. (Su questo punto non sono d’accordo con il prof. Paolo Palazzi, non per ragioni di principio, ma perché ritengo molto difficile sul piano politico-pratico accentuare la progressività dell’IRPEF, come dimostrano le vicende dell’IMU per la prima casa, mentre dovrebbe essere più facile far passare aumenti del costo di un servizio reso ai più abbienti.)  Siamo d’accordo che il sistema universitario debba promuovere la mobilità sociale e che quindi il numero dei laureati debba aumentare nei prossimi anni. Non credo che siamo in disaccordo sul fatto  che gli aumenti delle tasse universitarie debbano (o almeno possano) essere utilizzati per aumentare le provvidenze per gli studenti più poveri, a patto però di migliorare i meccanismi di distribuzione delle borse e dei posti nelle case dello studente, in modo che queste “provvidenze” servano veramente ad aumentare il numero degli immatricolati capaci e quindi dei laureati. Siamo d’accordo che i laureati debbano essere coscienti dei benefici che hanno tratto dalla istruzione universitaria e, nelle parole del “Nobel” Arrow, citate da IeT, debbano “develop an ethos of social stewardship.” Siamo anche d’accordo che  l’istruzione universitaria non dovrebbe essere finalizzata ad aumentare il reddito individuale ma piuttosto a formare persone tecnicamente e moralmente capaci di esercitare la “social stewardship” di cui parla Arrow.

Persino sul cuore della loro proposta non siamo in totale disaccordo. In linea teorica siamo d’accordo, credo, sull’ipotesi di un sistema comprendente borse di studio, prestiti e tasse universitarie che rifletta ponderatamente i costi dell’istruzione nei diversi corsi di laurea, la necessità di incoraggiare alcuni studi (formazione primaria, lauree per le professioni paramediche,  formazione degli insegnanti, studi scientifici per una selezionatissima minoranza di studenti, ecc.) e che tenga anche conto dei redditi famigliari dello studente e dei probabili redditi futuri. Io penso però che mettere su un simile sistema che dovrebbe, tra l’altro, trovare il consenso di una maggioranza politica, sia sostanzialmente impossibile, mentre  temo fortemente che una applicazione grossolana o mal riuscita della proposta di IeT possa rendere più arduo l’accesso agli studi universitari da parte dei non abbienti, stravolgendo le intenzioni degli autori della proposta.

Ma allora c’è qualcosa su cui non andiamo d’accordo? Direi di sì. Ci sono due motivi principali di disaccordo. Il primo è dovuto alla mia ignoranza ed il secondo ai miei pregiudizi.

Partiamo dall’ignoranza. Riprendo, a questo proposito, un esempio che ho già fatto nel mio primo commento al libro di IeT. Pensiamo a due amici che osservano le foglie che cadono da un albero scosso da una brezza autunnale. Il primo è uno studente universitario che ben conosce le “leggi” sulla caduta dei gravi. L’altro un ignorante che non ha nessuna idea di come si possa definire la velocità istantanea e meno che mai l’accelerazione, che non può nemmeno immaginare che velocità e accelerazione possano essere funzioni del tempo, che reputa l’espressione “accelerazione costante” una contraddizione in termini (quando si accelera si fa un balzo in avanti, o no?). Sarà difficile per lo studente convincere il suo amico ignorante che il moto delle foglie che cadono obbedisce alla stessa legge che regola la caduta di un sasso e che le differenze nel comportamento effettivo sono dovute ad “imperfezioni” come la resistenza dell’aria e all’effetto del vento. Forse le spiegazioni comincerebbero ad avere qualche effetto sull’incredulità dell’amico ignorante se  lo studente tirasse fuori dal laboratorio di fisica del suo liceo un cilindro di vetro contenente una piuma ed una pallina di piombo. Capovolgendo il cilindro si potrà osservare che la pallina scende giù immediatamente, mentre la piuma scende piano piano. Tuttavia lo studente è in grado di aspirare  l’aria dal tubo di vetro rendendolo (quasi) vuoto. L’ignorante potrà allora assistere al prodigio di una piuma e una pallina di piombo che cadono assieme. E’ un primo passo per capire la relazione complessa tra il modello matematico e realtà.

IeT,  esperti di teoria economica, sono abituati a lavorare con modelli teorici ben più complessi di quello della caduta dei gravi, e debbono comunicare con persone ignoranti come il sottoscritto, che si comporta come colui che insiste a voler parlare delle foglie che cadono svolazzando e a non voler imparare a maneggiare funzioni, limiti e derivate (prime e seconde), cioè gli elementi di base per trattare il modello della caduta dei gravi. Purtroppo nel caso dell’economia non si può ricorrere al prodigioso cilindro di vetro all’interno del quale si potevano (quasi) riprodurre le condizioni di vuoto pneumatico. Non si può, infatti, costruire artificialmente nemmeno  una approssimazione di un “mercato perfetto”. Questo comporta un maggiore pericolo di confondere la realtà con un suo modello.  Ed è proprio questa confusione che preoccupa l’osservatore ignorante. Ecco un esempio tratto dalla risposta di IeT.  Essi scrivono:

“… la teoria economica ci insegna che posizioni di monopsonio (speculari rispetto a quelle di monopolio) sono fonte di inefficienza, e non è possibile metterle alla base di un presunto “beneficio sociale”: la posizione di monopsonio fornisce al compratore  (di lavoro) una rendita, a danno dei lavoratori; per restare nell’esempio specifico, porta alla compressione estrema del compenso dei maestri elementari. Non si può quindi parlare di beneficio sociale, ma è una redistribuzione di reddito tra maestri e Stato.”

Ma se la teoria economica “ci insegna” che la posizione di monopsonio comporta una redistribuzione di reddito tra maestri e Stato, vuol dire che la stessa teoria dovrebbe insegnarci quale sia il reddito giusto dei maestri, quello che spetterebbe se non ci fosse “una rendita, a danno dei lavoratori”.  Non sembra però che sia possibile estrarre questa informazione dalla “teoria economica”.  Può essere che il reddito giusto sia quello che spetterebbe ai maestri se operassero in un mercato perfetto (e che, secondo alcuni, misurerebbe il prodotto marginale del loro lavoro). Ma noi non siamo in un mercato perfetto.  La teoria economica così utile per inquadrare ciò che osserviamo in uno o più modelli (a volte in concorrenza tra loro) ed aumentare così la nostra comprensione della realtà, non ci insegna nulla direttamente sulla realtà osservata.

La realtà sociale ed economica è confusa e contraddittoria, ma è con questa realtà che ci dobbiamo confrontare. Si può ritenere che la posizione di monopsonio e monopolio dello Stato debba essere combattuta, ma non si può ignorare che esiste. Del resto, checché ci insegni la teoria economica, a meno di non ipotizzare il paradiso terrestre senza Stato, invocato dagli anarchici,  sarà comunque difficile  sottrarre allo Stato, nelle sue diverse espressioni, il monopolio della difesa, della sicurezza e della giustizia. Se, come credo, IeT sono a favore dell’istruzione primaria obbligatoria, dovranno concedere che, in queste condizioni, lo Stato si troverà in una posizione dominante nell’offerta di istruzione primaria e per conseguenza in posizione di quasi monopsonio nell’impiego dei maestri.

 

 

Se partiamo da questo fatto possiamo riflettere sull’opportunità di far pagare ai futuri maestri la necessaria (per legge) formazione universitaria quinquennale, e compensare poi queste spese con compensi equivalenti (ad esempio) a quelli degli avvocati dello stato (o anche, semplicemente, ai commessi del Senato), oppure offrire loro formazione gratuita e magari anche borse di studio, lasciando che, come ora,  gli stipendi dei maestri siano determinati dalla contrattazione gestita dai sindacati del pubblico impiego.

Non si tratta di stabilire quale scelta sia “più giusta”, ma piuttosto quale delle due scelte sia concretamente possibile[1].

Mi sembra comunque che non ci sia nulla di peccaminoso nella seconda scelta, che è quella che io proporrei. Le borse di studio per i corsi di laurea in scienze della formazione primaria potrebbero essere commisurate alle effettive prospettive di impiego, e il loro effetto sarebbe di attrarre a (o almeno non respingere da) gli studi per la laurea in scienze della formazione primaria, molti studenti bravi e relativamente privi di mezzi. Non sarebbe questo un beneficio sociale, solo perché inquinato dal peccaminoso monopolio e monopsonio?

Mi è comunque difficile capire che cosa intendono IeT per “beneficio pubblico”, se insistono nel considerarlo sinonimo di “esternalità”.[2] La mia ignoranza di teoria economica non mi consente di discutere questa scelta, forse solo terminologica, anche se a priori avrei pensato che la “esternalità” si riferisse a benefici (o danni) dovuti ad attività individuali e non a decisioni politiche. Eppure non sembra che IeT escludano esplicitamente decisioni politiche quando dicono:

“Potrebbero esserci dei casi in cui una certa professione genera benefici privati futuri che sono inferiori ai costi che si devono sopportare per conseguire la necessaria qualificazione. In questi casi ci sono due possibilità: o ci sono benefici sociali, in aggiunta a quelli che il singolo percepisce, e che considerati  insieme a questi ultimi più che compensano i costi, oppure non è così. […] nel primo caso […] non avremmo niente in contrario a forme di sussidio.”

Il caso della formazione universitaria dei maestri, ma anche degli infermieri, degli scienziati, ecc. sembra rientrare a pennello nei casi in cui IeT non avrebbero niente in contrario a forme di sussidio, anche se dietro questi benefici sociali si nascondono peccaminose posizioni di monopsonio.

Un altro elemento di incomprensione da parte di un ignorante è l’apparente indipendenza dei benefici sociali  dai valori accettati nella società di riferimento. La Grecia (e almeno fino a pochi anni fa la Gran Bretagna) sussidia la formazione universitaria in teologia, perché ritiene importante che le chiese abbiano preti in grado di argomentare che l’aggiunta del “filioque” al credo di Nicea è una deviazione dall’ortodossia. Lo stato fascista sussidiava la formazione universitaria in Mistica Fascista. A monte della necessità di una formazione universitaria quinquennale per i maestri c’è stata una discutibile decisione politica. Non tutti i cittadini greci o britannici, o gli italiani durante il fascismo, condividono o condividevano queste scelte da parte dello Stato. Io stesso sarei  contrario ad imporre una formazione universitaria quinquennale per i maestri. Secondo me sarebbe stata sufficiente, e non più costosa per lo Stato,  una laurea triennale, comprendente un anno di tirocinio (pagato). Infatti credo che la lunghezza, a mio parere eccessiva,  del percorso didattico universitario  per diventare maestri sia dovuta alla “lobby” dei pedagogisti. Certamente parlare di rendimenti o benefici sociali dipendenti dai valori professati ci costringe a non essere tutti d’accordo. Ma non parlarne significa  nascondere i contrasti sotto un’apparente oggettività.

Forse tutte le incertezze sul significato di “benefici sociali” e l’eventuale non ammissibilità di benefici provenienti da posizioni monopsoniche sarebbero chiarite se si potesse dare una definizione operativa di “benefici sociali”. Una definizione operativa di una quantità è quella che descrive le operazioni necessarie per misurarla. Ad esempio la definizione rigorosa di velocità istantanea si basa su un concetto abbastanza difficile che è quello di limite di una funzione in un punto. Tuttavia non è difficile progettare e costruire un elementare tachimetro che ci permette di misurare la velocità istantanea. Esiste un simile strumento per rilevare e misurare i benefici sociali? A me sembra improbabile proprio perché ciò che è “beneficio” dipende dai valori che si professano. Eppure IeT affermano:

 “…chi ha provato a misurare empiricamente la presenza di questi benefici sociali aggiuntivi  rispetto a quelli privati, ha trovato poco o nulla. Ne facciamo dunque una questione empirica, non una di principio”.

Chissà se queste misure empiriche riguardavano anche il beneficio sociale di avere preti ortodossi ben istruiti in teologia. Forse no, ma allora quale è il criterio che ci consente di escludere questi benefici? Si applicherebbe anche ad escludere il beneficio di avere maestri o infermieri ben preparati?

Fin qui le differenze di opinione dovute alla mia ignoranza di teoria economica. Ma c’è certamente qualcosa di più. Da parte mia c’è un pregiudizio che potremmo chiamare “ideologico”.

Di seguito darò sfogo ai miei pregiudizi senza pretendere che siano condivisi.

In termini rozzi, comprensibili dal politico che la volesse applicare, la proposta di IeT si riduce a far pagare il costo dell’istruzione universitaria anche a chi oggi non la paga o la paga poco, ipotecando i suoi redditi futuri. Lasciando da parte i conti, le simulazioni, ed altri dettagli più o meno comprensibili al politico che applicherebbe la proposta, dobbiamo chiederci semplicemente se è giusto ed opportuno attingere ai guadagni futuri dei laureati per finanziare oggi le università. Io penso che non sia né giusto né opportuno. Vediamo perché.

Storicamente  l’università (ma anche, almeno fino a qualche decennio fa, la scuola secondaria) ha avuto due funzioni,  in contrasto tra loro[3]:  da un lato ha promosso la mobilità sociale, dall’altro, spesso senza vere ragioni, ha sbarrato l’accesso dei non laureati (e quindi dei più poveri) alle professioni ed impieghi più remunerati. Ufficialmente l’università dovrebbe impartire le nozioni e le competenze necessarie per svolgere determinate funzioni. Questo indubbiamente accade in molti casi. Succede anche però che l’assenza di un titolo di studio superiore sia arbitrariamente invocata per rendere più difficile o impossibile l’accesso ad una professione o a un impiego.

In pratica, nel secolo scorso, il titolo di “dott.”  ha svolto le funzioni che nel secolo precedente svolgeva il titolo di “don” e cioè  discriminare tra i “signori” ed il popolo composto da impiegati di livello modesto, artigiani, contadini e operai[4].  Come oggi misuriamo le differenze di reddito tra “dott.” e “non-dott.” avremmo potuto misurare 170 anni fa le differenze di reddito tra “don” e “non-don”.  Forse anche in quel caso la “teoria economica” ne avrebbe tratto conseguenze rassicuranti per i “don”, confermando che i loro maggiori guadagni erano meritati.

Senza andare a tempi remoti, sappiamo tutti che gli ordini professionali  si sono battuti prima contro l’apertura delle professioni ai “diplomati universitari” e poi ai laureati triennali. Un caso particolare è quello del collegio dei ragionieri che nei primi anni novanta fece approvare una leggina che vietava l’accesso al collegio e al  titolo di ragioniere a chi non aveva una formazione universitaria almeno triennale. L’ordine dei giornalisti, poi, è riuscito a pretendere una laurea per l’accesso ad una professione che, ai suoi più alti livelli, aveva accolto molti studenti universitari falliti (che testimoniavano  quanto possa essere arbitraria la selezione operata dalle università.) In tutti questi casi una strenua difesa di interessi corporativi ha usato come arma l’istruzione universitaria.

Insomma, indipendentemente dalle effettive competenze che si possono ricavare da una formazione universitaria,  la legge, la consuetudine e il costume, alimentati e giustificati dalle “corporazioni”,  contribuiscono ad ostacolare, se non a sbarrare,  l’accesso dei non laureati a posizioni di rilievo economico e sociale. Questo, e non solo la maggiore competenza acquisita, o l’autoselezione di cui parlano anche IeT, contribuisce alla differenza tra i redditi dei laureati e quelli dei non laureati. Almeno in parte, l’istruzione universitaria costituisce una inutile ed ingiusta imposizione a chi vuole ascendere la scala sociale. L’idea che tutti gli utenti debbano contribuire in modo significativo ai costi della propria istruzione universitaria diviene allora assurda nella misura in cui l’istruzione universitaria è una inutile imposizione. E’ un po’ come far pagare al detenuto il vitto e alloggio delle guardie che lo sorvegliano[5].

Dando pure per scontato che attualmente si produca un effetto “Robin Hood al contrario”,  se si volesse solo mitigare questo effetto, si potrebbero alzare le tasse per i più abbienti. I prestiti consentono invece di attingere alle disponibilità future, anche di chi abbiente non è,  per pagare, oggi, l’università.

Anche il lavoro di C. Avery e S. Turner, che IeT citano a sostegno delle loro tesi,  sembra un riuscito tentativo di dimostrare che c’è ancora sangue da spremere agli studenti americani e alle loro famiglie per alimentare gli sprechi e i profitti[6] delle università. Gli sprechi, nel caso delle università americane, sono coperti da una operazione di “marketing” di grande successo, basata tra l’altro sul fatto che l’istruzione universitaria, come i profumi, i gioielli e gli “accessori” di lusso, risulta tanto più attraente quanto è (entro certi limiti) più costosa e quindi più “exclusive”. Il lavoro di Avery e Turner, dimostra che i prestiti per gli studenti sono più convenienti per questi ultimi e le loro famiglie di altri prestiti come gli “home equity loans” e i prestiti associati alle carte di credito. Il confronto con questi incubi che purtroppo affliggono la società americana non rende più accettabili i prestiti, come il fatto che sia ancora possibile spremere gli studenti per pagare i costi di una ingiusta imposizione, non significa che sia opportuno farlo.

Le università italiane non sono da meno in sprechi e costosa disorganizzazione (anche se, non avendone, per ora, bisogno, non eccellono nell’attività di “marketing”.)  Possiamo menzionare l’assurda distribuzione del personale docente che prevede per lo stesso settore classi di oltre cento e meno di dieci studenti, secondo il principio che i docenti aumentano nelle strutture dove ci sono altri docenti della stessa disciplina che li “chiamano” e non dove ci sono studenti che li richiedono. Manca inoltre chiarezza sul ruolo dei docenti delle discipline cliniche che svolgono un servizio al sistema sanitario nazionale (che vale secondo il CNVSU il 7% del FFO) senza che questo comporti un aumento delle entrate da parte delle università, mentre lo stesso servizio sanitario spesso attribuisce ai policlinici universitari le responsabilità di spese eccessive. Infine i rettori non cercano nemmeno di applicare la confusa disciplina del tempo pieno (disciplina della quale hanno tollerato l’evoluzione perversa). Così assistiamo al fenomeno di docenti impegnatissimi nella professione privata che risultano ufficialmente “a tempo pieno”.

Certamente i fautori dei prestiti ritengono che un maggiore impegno finanziario degli studenti comporterebbe un maggiore controllo sulla qualità dell’insegnamento e della ricerca. Ma, a mio parere, è una possibilità molto remota. Per il momento l’efficienza didattica è più alta nella facoltà di medicina (dove le tasse universitarie coprono una minore percentuale dei costi) che nella facoltà di scienze politiche, dove le tasse degli studenti pagano quasi tutto il costo dell’istruzione. Per questo io credo che un aumento delle tasse universitarie non debba finire nel calderone dello FFO, ma debba essere destinato al “diritto allo studio”, dopo aver corretto le gravi (ma eliminabili senza costi aggiuntivi) deficienze organizzative nella assegnazione delle borse e dei posti letto.



[1] La prima scelta diverrebbe facile se i Gabinetti dei Ministri, che sono, nel nostro Paese, i veri centri del potere politico-amministrativo, non fossero composti e diretti da avvocati dello stato e giudici amministrativi, ma al loro posto ci fossero maestri elementari. Senza ricorrere alla teoria economica possiamo osservare che gli stipendi degli impiegati pubblici sono tanto più elevati quanto più essi sono vicini ai centri di potere.

[2] Storicamente le università sono nate prevalentemente per esigenze pubbliche: dall’università di Napoli istituita da Federico II, per formare giuristi di indirizzo ghibellino e contrastare i giuristi guelfi di Bologna, al College of Agricolture and Mechanics che doveva formare localmente tecnici utili all’economia del territorio. Si  dovrebbe quindi parlare di “internalità” per indicare i vantaggi economici dei laureati che si aggiungevano ai vantaggi pubblici per le quali le università erano state istituite e finanziate.

[3] Non diversamente un cancello serve per sbarrare l’ingresso e per far entrare. E’ noto nella sociologia applicata, ad esempio, all’organizzazione dei servizi,  il concetto di “gate keeper”. Le università possono essere annoverate tra i “gate keeper” dell’ascesa sociale.

[4] Le finalità classiste del sistema di istruzione italiano sono in parte saltate negli anni cinquanta e sessanta con il “miracolo economico” del quale sono stati protagonisti i non laureati. Al miracolo economico hanno fatto seguito più o meno confusi provvedimenti di apertura come l’istituzione della scuola media unica (1962) e il pieno accesso all’università a tutti i diplomati (1970).

[5] In effetti nel regno di Napoli erano previsti arresti domiciliari con guardie che si installavano a casa dell’arrestato ed erano da lui mantenute.

[6] A proposito di profitti ricordiamo che le università americane “for profit”, già nel 2009, erano frequentate dal 9% degli studenti universitari e un terzo degli studenti iscritti a università “private”. Ambedue le percentuali saranno sicuramente maggiori nel 2012.

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Replica di P. Palazzi.

I e T

“non proponiamo di ridurre l’ammontare di finanziamento pubblico che già oggi va all’università, ma solo di reperire risorse addizionali facendole pagare a coloro che beneficeranno in futuro della formazione superiore. Non proponiamo che il costo dell’istruzione universitaria sia coperto solo dalle tasse universitarie.”

Pa

Allora correggo la vostra ipotesi di partenza, nonostante alcune verifiche empiriche non trovino esternalità nell’istruzione superiore, I e T non si fidano e quindi di fatto ipotizzano che le esternalità siano pari al contributo pubblico all’istruzione universitaria. Questo significa che la valutazione delle esternalità dipende da decisioni politiche: la mia visione politica è che l’esternalità dell’educazione superiore (pensiamo solo alla ricaduta nella capacità di ricerca dei docenti) sia molto importante economicamente, socialmente e culturalmente e sia tanto maggiore quanto più si apre la possibilità di accesso a questi studi. Quindi si può dire che le spese per l’allargamento dell’istruzione superiore si autofinanziano nel medio e lungo periodo.

I e T

Proponiamo invece che chi frequenta l’università contribuisca di più, rispetto alla situazione attuale, a finanziarla. È certamente legittimo essere in disaccordo con questa proposta, ma è necessario criticarla per quello che è, non prendersela con qualcos’altro.

Pa

Ero e sono in disaccordo proprio con questa proposta, il contributo degli studenti è a mio avviso già elevato (in media superiore al 20%). Una redistribuzione dei costi dell’educazione superiore può essere fatta più proficuamente aumentando la progressività del sistema di tassazione e solo marginalmente graduando in modo redistributivo tasse e costi della vita dello studente (borse di studio, alloggi, mense, ecc.). 

I e T

La nostra proposta non prevede “prestiti agevolati alle categorie meno abbienti”. Il finanziamento previsto nella nostra proposta (molto diverso da un prestito normalmente inteso, perché comporta un rimborso che si adatta al reddito futuro; questo è un aspetto che a noi sembra molto importante, ma nessuno di coloro che ci critica lo mette in evidenza: forse si teme che possa piacere?) non è agevolato: ciascuno rimborsa alla fine il valore attuale di quello che ha ricevuto, con un tasso reale del 2%,

Pa

Il prestito riguarderebbe quindi per i meno abbienti la possibilità di vivere come studente, per i più abbienti invece coprirebbe anche il pagamento delle tasse (ma se sono abbienti non capisco che necessità ci sia di prendere prestiti). La scelta di I e T è quindi quella di agevolare l’iscrizione di studenti poveri meritevoli attraverso un loro indebitamento a costo zero per lo Stato. Mi sembra una proposta punitiva proprio perché è molto probabile che siano i meno abbienti a dover ricorrere ai prestiti, a meno che non si pensi di portare il pagamento delle tasse dei più abbienti ai livelli americani. Non ho idea della composizione sociale degli studenti delle università private, ma credo che i più abbienti non abbiano bisogno di fare debiti per iscriversi anche a università quasi autosufficienti.

I e T

Nella nostra proposta il prestito non viene dallo Stato (perché volevamo evitare effetti contabili sul debito pubblico), ma anche se fosse lo Stato a prestare si tratterebbe di un investimento adeguatamente remunerato. Non è quindi vero, al contrario di quello che sostiene Palazzi, che si tratta di un intervento oneroso per lo Stato.

Pa

Non ho idea di quale sia la “remunerazione adeguata” degli investimenti del sistema di finanziamento privato. Ma credo che non sia facile obbligare (dovrebbe essere fatto) le banche a prestare soldi a un tasso corrente variabile deciso politicamente o per legge. Comunque tutto è legato al punto successivo relativo alla garanzia di recupero.

I e T

Qui facciamo effettivamente un’ipotesi: che gli studenti con un voto di maturità sufficientemente elevato, e che mantengano una buona media durante l’università, diano maggiori garanzie sulla loro capacità di rimborsare il finanziamento. Sappiamo che si tratta di un’ipotesi forte, e ciascuno ha in mente esempi di persone svogliate al liceo che poi hanno fatto splendide carriere. Abbiamo però guardato i dati (usando l’indagine Isfol-Plus) e troviamo che in media non si tratta di un’ipotesi infondata (i dettagli sono nel libro, pag. 104). Comunque, se e quando avremo dei test standardizzati all’uscita dalle superiori, la selezione un po’ grezza che ora proponiamo potrà essere resa più accurata.

Pa

Le garanzie di recupero, e quindi la selezione dei prestiti, nella proposta vengono legate (oltre a un fondo di garanzia) alla valutazione meritocratica come proxy per risultati occupazionali e redditi più elevati e quindi la capacità di rimborso. Questa effettivamente mi sembra poco condivisibile: l’ipotesi che il reddito futuro sia legato al qualità dello studente è facilmente confutabile, al massimo si può dire che nell’ambito della stessa specializzazione il merito può essere determinante per il reddito futuro. Un professore di lettere bravissimo avrà lo stesso reddito di tutti gli altri professori  (per favore spero che non vogliate pagare i docenti in proporzione alla loro produttività)  ma, soprattutto, la selezione nel trovare lavoro, tipo di lavoro e reddito è invece molto spesso determinata dalla collocazione familiare, e solo marginalmente dal risultato degli studi.

I e T

In ogni caso, con le risorse che la nostra proposta genera, focalizzandosi sugli studenti migliori (per quanto sia possibile identificarli con gli strumenti a disposizione) , nulla vieta (e lo diciamo esplicitamente) di sovvenzionare altri studenti che non abbiano accesso a redditi futuri pari a quelli di coloro che potranno restituire il prestito ricevuto

Pa

Credo che questa vostra posizione sintetizzi e illumini la posizione “reazionaria” di I e T. “Reazionaria” nel senso di avere come riferimento un mondo fittizio, dove le disuguaglianze di reddito e di prospettive siano quasi esclusivamente dovute a differenze di merito. Personalmente avrei anche da ridire su una visione di un mondo basato su pura meritocrazia e capacità individuali, cosa che la nostra Costituzione, se ben letta nell’articolo pluricitato da I e T, assolutamente non ha. Però pensare che oggi, in Italia (ma nel mondo in genere) la caratteristiche della suddivisione in classi o censo non esistano e che, per aumentare i poveri meritevoli che possano frequentare l’università, basti farli indebitare con il sistema bancario o con lo stato a tassi “remunerativi”, oltre che reazionario, mi sembra fuori dalla realtà.

I e T

La solidarietà rischia di essere una pia intenzione se prima non si è in grado di produrre la torta che poi deve essere redistribuita.

Pa

Su questo naturalmente sono d’accordo, il problema è come allargare la torta da utilizzare per l’istruzione. Non so se sia  una posizione ideologica, ma sono convinto che per molti servizi di base sia importante minimizzare le tariffe a carico di coloro che utilizzano il servizio, utilizzando invece una tassazione generale il più progressiva possibile. Attualmente questo avviene solo per la difesa militare: ritengo profondamente sbagliato che si tenda, per molti altri servizi e specialmente per l’istruzione pubblica, a proporre il percorso inverso: quello cioè di aumentarne il finanziamento da parte di chi temporaneamente ne usufruisce.

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