L’incentivo una tantum dovrebbe essere riconosciuto, secondo criteri di merito accademico e scientifico ai professori e ricercatori che avevano maturato la progressione biennale dello stipendio negli anni 2011-2012-2013, Ogni Ateneo ha stabilito le sue regole, più o meno omogenee, L’Università di Perugia ha però voluto distinguersi decidendo di premiare innanzitutto il merito… delle presenze inserendo, come prerequisito pregiudiziale, percentuali di presenza nelle sedute dei Consigli di Dipartimento e di Facoltà. Sporge spontanea la domanda: quale relazione è possibile instaurare tra la presenza nelle sedute dei Consigli di Dipartimento e di Facoltà e i criteri di merito accademico e scientifico?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Con la fine di dicembre si sono chiusi i lavori delle Commissioni relativi all’attribuzione dell’incentivo una tantum di cui all’articolo 29, comma 19, della legge 240/2010. Tale incentivo dovrebbe essere riconosciuto, secondo criteri di merito accademico e scientifico, ai professori e ricercatori a tempo indeterminato che hanno maturato la progressione biennale dello stipendio per classi e scatti negli anni 2011-2012-2013, in assenza delle disposizioni di cui all’art. 9, comma 21, decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, in legge 30 luglio 2010, n. 122.

Ogni Ateneo ha stabilito delle regole, più o meno omogenee, per valutare i criteri sopra menzionati per premiare i meritevoli (attività didattica, pubblicazioni ritenute valutabili da ANVUR ai fini della VQR, svolgimento di ruoli istituzionali, ecc.). L’Università degli Studi di Perugia ha voluto però distinguersi dagli altri atenei italiani (https://www.unipg.it/files/pagine/115/Reg-Incentivi-Docenti.pdf): si badi bene non aumentando il numero di pubblicazioni valutabili, ma inserendo nel Regolamento come prerequisito, pregiudiziale dunque ai fini della partecipazione alla valutazione, il seguente punto:

“La dichiarazione di essere stato presente ad almeno il 50% delle sedute dei Consigli di Dipartimento e, limitatamente ai Professori Ordinari e Associati, ad almeno il 60% delle sedute dei Consigli di Facoltà che si sono svolti nel triennio di riferimento”.

Sporge spontanea la domanda: quale relazione è possibile instaurare tra la presenza nelle sedute dei Consigli di Dipartimento e di Facoltà e i criteri di merito accademico e scientifico? Altri Atenei hanno considerato la presenza ai Consigli di Dipartimento e di Facoltà come titolo di merito per l’attribuzione di un punteggio annuo ai candidati, ma non come prerequisito necessario alla presentazione della domanda. Senza contare che la presenza negli stessi Consigli può essere stata semplicemente “virtuale”, ovvero limitata al solo appello iniziale (per esperienza personale i Consigli non possono spesso deliberare per mancanza di numero legale, nonostante questo ci fosse al momento dell’appello iniziale), è evidente il carattere opportunista di tale scelta.

In una fase di totale cambiamento quale quella che viviamo, nella quale sarà proprio la produttività scientifica a determinare i finanziamenti che arriveranno dal MIUR, l’Università di Perugia ha voluto dare un bel segnale, decidendo di premiare innanzitutto il merito… delle presenze. Quanto meglio sarebbe stato pensare, allora, a una più equa distribuzione delle risorse impegnandole, per esempio, a risarcire, su base ovviamente meritocratica, le fasce più deboli, come quelle dei giovani ricercatori, sul modello di quanto si era tentato di fare a Torino (http://www.roars.it/online/scatto-una-tantum-a-torino-il-rettore-muove-ma-il-senato-da-scatto-matto)?

 

Carlo Pulsoni (professore ordinario di Filologia Romanza)

Antonio Ciaralli (professore associato di Paleografia e Diplomatica)

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14 Commenti

  1. L’assurdita’ (italiana) e’ la definizione delle regole sempre a posteriori.
    Evidentemente con il “criterio” delle presenze si premiano “alcuni” e si escludono “altri” che sono meno graditi a chi ha preso la decisone.
    Non e’ vero? Qui sta il problema. Sta il criterio lo decidi dopo il dubbio ci sara’ sempre.
    I critieri vanno decisi in anticipo e poi lanciare la gara fra tutti, in modo che tutti abbiano la vera possibilita’ di partecipare.

  2. Che relazione ? Forse sarebbe utile per tutti i docenti universitari fare un ripassino periodico sulla legislazione che li riguarda:

    DPR 382/80 (che continua a normare la maggior parte delle questioni legate allo stato giuridico), art. 10 (Doveri dei professori universitari):
    “….Sono altresì tenuti ad assicurare il loro impegno per la partecipazione agli organi collegiali e di
    governo dell’Ateneo secondo i compiti previsti per ciascuna fascia.”

    Chiedere la presenza ad almeno la meta’ delle riunioni degli organi collegiali e di governo come *prerequisito* per accedere alla valutazione del merito non mi sembra una richiesta fuori del mondo. Casomai chi ha deciso unilateralmente che consigli di dipartimento o facolta’ erano seccature da lasciare agli altri dovrebbe giustificare questo punto di vista veramente singolare.

    Poi sui criteri inventati qua e la’ per stabilire il merito si puo’ discutere a lungo. Ma chiedere di premiare chi non adempie i propri doveri mi sembra veramente indifendibile.

  3. E’ una guerra tra poveri… Se fossimo un gruppo meno disunito, avremmo forse avuto il coraggio di opporci con forza ad una regola per la quale il 50% è “buono” e il 50 % “cattivo”.
    Gli scatti stipendiali erano un modo per assicurare una qualche progressione economica ad una categoria i cui stipendi iniziali sono estremamente bassi, se paragonati a quelli di percepiti in Paesi europei simili.
    Per questo venivano dati a tutti quelli che non avessero gravemente demeritato. Se ora lo “scattino” una tantum viene dato solo alla metà del personale, senza che nel frattempo gli stipendi iniziali siano cresciuti, il risultato è semplicemente una riduzione dello stipendio della categoria. La riduzione è resa ancora più profonda dal fatto che ai nuovi assunti ex “legge Gelmini” non viene più ricostruita la carriera. E, poiché l’età media dei ricercatori e degli associati è alta (visto anche che negli ultimi anni non è entrato o passato quasi nessuno…) questo significa uno stipendio ancora più basso.
    Allora il vero punto a me sembra questo: è accettabile che una così profonda modifica salariale sia passata quasi in silenzio?

    • Lo scatto premiale era lo “scatto di consolazione” per compensare il congelamento (infatti sta nelle Norme transitorie e finali della 240/2010). D’ora in poi dovrebbe valere il comma 14 dell’art. 7, che riporto di seguito. Purtroppo, il blocco continua ad essere reiterato con il risultato che – di fatto – non esiste più alcuna progressione stipendiale (tranne sembra se si mettono al mondo dei figli: https://www.roars.it/online/blocco-degli-scatti-e-nascita-di-figli-il-parere-del-codau/)
      _____________________________
      14. I professori e i ricercatori sono tenuti a presentare una relazione triennale sul complesso delle attivita` didattiche, di ricerca e gestionali svolte, unitamente alla richiesta di attribuzione dello scatto stipendiale di cui agli articoli 36 e 38 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, fermo restando quanto previsto in materia dal decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122. La valutazione del complessivo impegno didattico, di ricerca e gestionale ai fini dell’attribuzione degli scatti triennali di cui all’articolo 8 e` di competenza delle singole universita` secondo quanto stabilito nei regolamenti di ateneo. In caso di valutazione negativa, la richiesta di attribuzione dello scatto puo` essere reiterata dopo che sia trascorso almeno un anno accademico. Nell’ipotesi di mancata attribuzione dello scatto, la somma corrispondente e`conferita al Fondo di ateneo per la premialita`dei professori e dei ricercatori di cui all’articolo 9.

    • La cosa veramente inquietante dei regolamenti per l’ una-tantum, molto più delle singoli articoli e più o meno fantasioni criteri ex-post, è il fatto che possono costituire un primo esempio di cosa potrebbero diventare i regolamenti per l’ attribuzione degli scatti, una volta che siano sbloccati.

    • Ecco, questa di Giorgio è la stessa cosa che ho pensato io: non è finita qui, ci saranno anche i regolamenti per l’attribuzione degli scatti regolari.
      E saranno ancora diversi, perché si tratterà di riconoscere la regolare attività e non di attribuire premi, che come concetto implica il far meglio la regolare attività, qualunque essa sia.
      Solo che, visto l’andazzo, il “riconoscere la regolare attività” potrebbe declinarsi in un’altra serie di simpatici parametri e, appunto, fantasiosi criteri ex-post.
      E’ vero che c’è tempo (chissà in che anno sbloccheranno gli scatti…se saremo in pensione) ma ora che si dovrebbe fare nel dubbio? Pluripresenziare, superprodurre, offrirsi volontari per pulire i banchi?
      .
      Sarebbe buona cosa, perfino ragionevole, che si iniziasse subito a emanare questi regolamenti, in modo almeno da “giocare” conoscendo le regole.
      Che io sappia, questo non è stato ancora fatto.

  4. @GiorgioPastore tanto per essere chiari: per l’ateneo di Perugia le assenze giustificate contano come assenze. Se dunque mancavi perché eri in missione, perchè avevi lezione, perchè eri in viaggio verso una delle sedi distaccate (viaggi ovviamente a spese proprie), perché eri a un seminario, perchè avevi due riunioni contemporanee di organi accademici diversi (possibilissimo al tempo del dualismo dipartimento-Facoltà)… assente.

    Persone invitati come visiting all’estero, persone impegnate in commissioni e sottocomissioni, ecc… tutti immeritevoli.

    Forse bisognerebbe fare un ripassino di tutta la legge e ricordare che anche fare ricerca è un dovere. Eppure riguardo a quel dovere non c’era nessun obbligo!

    • E’ quanto meno notevole che la cosa che sembra aver suscitato più scandalo nel regolamento di Perugia sia l’ aver messo tra i requisiti un obbligo previsto dalla legge, e che dovrebbe essere noto a tutti, e non l’utilizzo dei criteri ANVUR per la VQR (quelli sì ignoti se non ex-post). Oppure la valutazione delle pubblicazioni basata sul ranking delle riviste. O ancora il valutare punti per la didattica oltre 90 ore per tutti (anche chi ha preso sservizio post legge Moratti che avrebbe l’ obbligo di 120 ore di lezione frontale. O anche 20 punti irrecuperabili da parte dei ricercatori che non avessero avuto didattica frontale (cosa che per legge potevano fare per dedicarsi di piu’ alle attivita’ di ricerca). E ci sarebbero altri punti questionabili, esattamente come nella stragrande maggioranza dei regolamenti messi in piedi dalla fantasia degli Organi di Governo in tutte le università italiane. E invece cosa ha colpito di piu’ e viene additata all’ esecrazione ? la richiesta di esser stati presenti negli organi collegiali e di governo! Mah !

      Quanto alle mille ragioni per essere assenti. Certo ce ne sono tante. Ma non valgono per tutti ? e sono tali da impedire di partecipare ad almeno 6 consigli ogni 10 in un triennio ? Mi sembra confermato che per qualcuno la partecipazione ad un consiglio e’ solo una seccatura da delegare ai “meno meritevoli”. Peraltro l’ articolo 4 del regolamento di Perugia prevede che si tenga conto di diverse cause che posano portare ad una rideterminazione dei requisiti minimi.

  5. Bhè, qui una formula o algoritmo che dir si voglia, che tenesse conto del numero di punti all’odg, della difficoltà delle questioni discusse, della durata del consesso e del grado di attenzione dei presenti, rapportata alla durata media dei consessi delle facoltà dello stesso settore concorsuale o del ssd, ci sarebbe stata bene.

    E in ogni caso mi pare abbiano messo sullo stesso piano chi firma e va a casa con chi si sciroppa tutta la seduta fino alle 8 di sera. e messo sempre sullo stesso piano la presenza al consiglio convocato alle 11 con un solo punto da approvare in 10 minuti con i consigli fiume convocati di venerdi pomeriggio…

    • Si potrebbe proporre una classificazione dei consigli, individuando quelli di classe A. Oppure introdurre dei quadrati magici che hanno sulle ascisse la durata del consiglio e sulle ordinate il numero dei punti all’ordine del giorno. Se poi ci sono casi dubbi, ovvero consigli lunghi con pochi punti all’ordine del giorno oppure corti ma con molti punti, si va in peer review. Ci vorranno dei GEC (Gruppi di Esperti dei Consigli) che definiscano i quadrati magici e selezionino i revisori.

  6. E’ sconcertante vedere come si sono scaldati gli animi.
    Credo nessuno contesti o minimizzi il fatto che è dovere-diritto partecipare attivamente e consapevolmente ai luoghi delle decisioni collettive, dove si discute, si vota e il verbalizza l’accaduto che poi deve essere anche approvato collettivamente. Compatibilmente con gli altri doveri-diritti.
    Tutti questi termini andrebbero però analizzati e soprattutto contestualizzati nell’attualità. Attivamente? consapevolmente? decisioni collegiali? discussioni? verbali affidabili?
    Io vedo caterve di documenti di ogni sorta che ci piovono addosso continuamente, e che per quantità e trasformismo non è possibile conoscere adeguatamente, cui si aggiungono le informazioni orali non verificabili (non importa se veritiere) ma intimidatorie certamente (tipo “il ministero dice, gli uffici vogliono, il presidente dell’Anvur è dell’opinione”). Vedo decisioni calate dall’alto che non si può che ratificare. Vedo una quantità di riunioni di consigli, di commissioni formali ed informali, di giunte e paragiunte in numero crescente. Vedo verbali fiume o verbali romanzi che servono soprattutto ad aumentare la confusione per la loro sovrabbondanza e anche per la sfasatura temporale rispetto all’evento descritto (del resto per scrivere tanto ci vuole tempo). Vedo consessi e persone frustrati o esausti per la quantità e la confusione complessiva di ciò che dovrebbe essere non soltanto l’esercizio di una democrazia non ridotta a puro formalismo, ma anche produttrice di una gestione trasparente e semplice.
    Il sostegno a questo processo va premiato?

    • Qualsiasi atto esplicito di dissenso rispetto all’ andazzo che descrivi e che e’ purtroppo diffuso a livello capillare, personalmente lo premierei. Ma ho serie difficoltà a vedere tutti i “tirarsi fuori” dalla gestione come espressione di dissenso.
      Se, come spesso succede corrispondono piuttosto ad un ‘lascio le palle burocratiche ai mediocri perché “io valgo” e non posso sprecare il mio tempo su queste miserie’, ho qualche difficoltà a considerarlo un far mancare sostegno allo spiacevole sistema di accanimento burocratico che ci circonda.

    • Hai ragione, quasi nessuno si tira indietro quando si tratta di posti di comando (presidente, direttore, coordinatore) perché oramai conta nella carriera, viene valutato in punti e/o premiato in danaro. Sono investimenti. E non è che siano i mediocri a ricoprirli perché chi pensa di ‘valere’ non vuole abbassarsi a tali ‘miserie’ , tutt’altro. Sono o gli ambiziosi o coloro che pensano di dover pagare questo pedaggio. Sarebbe invece normale la turnazione nelle cariche burocratico-organizzative, degli ambiziosi e degli indifferenti, ma a questi livelli sono solo corvées. La vera miseria è la democrazia di facciata: si decide in alto e se ne pretende la ratifica in basso con tutte le attribuzioni di responsabilità. Tanto anche se si oppongono o si astengono uno o quattro rompiscatole, cosa conta? Se volessimo analizzare da vicino il fenomeno, ne risulterebbe solo la responsabilità collettiva (collegiale) delle decisioni prese a maggioranza, non importa se sbagliate o inutili o contraddittorie o addirittura dannose, per le quali non ci sono sanzioni (per ora); come si è arrivati a questo tipo di maggioranze è un dato non più evidente.

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