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“Non possiamo più pensare di essere un paese di serie A”

L’università e la ricerca sono temi non facili, soprattutto in Italia dove sono stati oggetto di vere e proprie campagne di disinformazione. Di conseguenza, chi scrive editoriali che affrontano questi temi, nel caso in cui non fosse un esperto dell’argomento, avrebbe il dovere di documentarsi con la massima attenzione. Purtroppo, non sempre è così.

.. sui dati si puo’ discutere. Naturalmente per farlo ho bisogno di un po’ di tempo, non sono un esperto sull’universita’ italiana

scrive Alberto Bisin, dopo aver scritto, insieme ad Alessandro De Nicola, un articolo, ripreso prima in pagina di Repubblica, in cui si afferma che l’università italiana “continua  a produrre … poca ricerca” e si propongono ricette per “salvare denaro”.

Invece di arrendermi, mi è sembrato doveroso e urgente replicare con il mio articolo intitolato

    Università: quello che Bisin e De Nicola non sanno
(o non vogliono sapere)

Nell’articolo ho riportato le classifiche bibliometriche che documentano la produttività dell’università e della ricerca italiana ed anche i dati OCSE che dimostrano che l’università italiana era già pesantemente sottofinanziata prima dei tagli Gelmini-Tremonti. I freddi numeri stanno lì. Nelle righe che seguono, invece, vorrei raccontare quali fossero i miei pensieri mentre scrivevo la mia replica a Bisin e De Nicola.

Mentre scrivevo, pensavo a quanto sia stato e sia spiacevole per me vedere l’istituzione per cui lavoro venire strangolata anno dopo anno. A fronte di un paese disperatamente bisognoso di accrescere il suo bagaglio culturale e professionale (i dati OCSE sulla percentuale di laureati italiani parlano chiarissimo) è stata condotta una campagna di denigrazione della ricerca scientifica italiana che, come mostrano le statistiche internazionali sulla produzione scientifica, progrediva al passo, o anche più velocemente, di quella delle altre nazioni. Ciò mentre l’economia del paese non cresceva ed anzi arretrava, soprattutto nei settori strategici ad alta tecnologia. Una classe politica inadeguata e un’imprenditoria miope hanno trovato sponda presso accademici incapaci di leggere le statistiche OCSE (o fin troppo bravi a deviarle e capovolgerle) per convincere l’opinione pubblica che, dati gli enormi sprechi, si poteva tagliare senza alcun danno, anzi.

Nota: Per ragioni di leggibilità, i grafici riportati qui sopra hanno scale diverse. Visivamente, è possibile confrontare le tendenze ma non i valori assoluti. Cliccare sulla figura per ingrandire.

Mentre scrivevo, pensavo alle menti migliori di questo paese, convinte che l’università e la ricerca italiane siano ormai un binario morto. Pensavo alla studentessa di laurea triennale con cui avevo parlato il giorno prima, che non ci pensa nemmeno a frequentare la laurea magistrale e il dottorato in Italia. Che abbia preso alla lettera le dichiarazioni di Guido Possa?

Noi siamo un paese che ha limiti e bisogna prendere atto di questi limiti. Non possiamo assolutamente più pensare di essere un paese di serie A in tanti settori perché le ricerche sono condotte con mezzi che non possiamo permetterci.

G. Possa, Senatore e Presidente della Commissione
“Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport”

Mentre scrivevo, pensavo ai dottori di ricerca che ho seguito.

Pensavo al dottore di ricerca che, leggendo i criteri con cui l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca) valuterà la produzione scientifica di Ingegneria Industriale e dell’Informazione, ha individuato al volo l’errore che produce classifiche delle riviste scientifiche che offendono la logica. Non ci pensa nemmeno a rimanere nell’università italiana dove, se mai trovasse un posto, verrebbe valutato in base a criteri fai-da-te che prescindono dalla letteratura scientifica e dalle esperienze internazionali.

Pensavo all’altro dottore di ricerca che andrà a lavorare all’estero in un centro di ricerca privato, dove gli offrono opportunità professionali ed economiche che in Italia non esistono e che non esisteranno mai se non la smettiamo di dare credito ai profeti che predicano lo smantellamento di tutto ciò che ha a che fare con la formazione e la ricerca.

Pensavo all’altro dottore di ricerca che adesso lavora senza rimpianti in un prestigioso istituto di ricerca tedesco. I dottori di ricerca italiani stanno potenziando i centri di ricerca del mondo intero. Che sia il caso assumerne qualcuno, visto che l’Italia è il fanalino di coda per numero di ricercatori in rapporto agli occupati? No, meglio tagliare i dottorati.

Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta

dichiara Sergio Benedetto, il coordinatore della VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca italiana). Non per niente, i pregiudizi di Benedetto sulla ricerca italiana sono più vicini alle classifiche di Perotti che ai dati ufficiali. Per fortuna c’è Roars e, grazie a noi, il coordinatore della VQR adesso dispone di informazioni bibliometriche corrette che lo orienteranno meglio nelle sue scelte.

Mentre scrivevo, pensavo all’ultimo concorso di cui ho presieduto la commissione. Pensavo con orgoglio che quel neo-ricercatore è da poco partito per trascorrere un periodo di ricerca presso il Massachusetts Institute of Technology. Ebbene, spero che ci siano giovani di valore che rimarranno in Italia, nonostante lo stipendio da ricercatore, nonostante gli scatti bloccati, nonostante le evanescenti prospettive di carriera, nonostante la frustrazione di essere considerati servi dei baroni da un’opinione pubblica rimpinzata di luoghi comuni.

Mentre scrivevo, pensavo che un libro come L’Università truccata (mai titolo fu più freudiano) ha aiutato non poco chi ha tentato e sta tentando di spingere l’università e la ricerca italiane su un binario morto. Pensavo ai tanti editoriali sulla riforma universitaria, infarciti di cieca ideologia, luoghi comuni e dati fasulli, che hanno guidato il paese verso la distruzione delle sue risorse intellettuali e scientifiche.

Non mi illudo che vada tutto bene. Ci sono tanti problemi, ci sono i baroni (ma io, professore ordinario, sono da considerare ipso facto un barone?) e ci sono i concorsi truccati. Ma quanti? Ma come si concilia la presunta “disarmante regolarità” delle malversazioni con l’innegabile produttività scientifica del sistema? Ma davvero c’è il panico nei dipartimenti universitari quando scatta l’ora legale? In realtà, peggio di tutto, c’è l’aria resa irrespirabile dalle menzogne e la paralisi per asfissia che incombe su tutti: onesti e disonesti, asini e luminari.

Vorrei lanciare un avviso: non è più tempo di articoli, magari sparati in prima pagina, che riportano dati approssimativi o persino falsi. È vero: riescono  ancora a fare presa su un’opinione pubblica disinformata e rintronata da anni di propaganda ai limiti del grottesco. Ma almeno tra i lettori di ROARS, queste favole non funzionano più. Ormai conosciamo a memoria le classifiche bibliometriche e le statistiche OCSE e non subiremo in silenzio.

A casa ho un volume che raccoglie le pagine più belle del compianto settimanale satirico Cuore. C’erano alcune rubriche settimanali che svolgevano un servizio di pubblica utilità, mettendo alla berlina le più diverse assurdità. Una rubrica si chiamava:

Ma io sono un po’ stanco di vergognarmi per quello che scrivono alcuni colleghi che non conoscono le statistiche economiche e bibliometriche o addirittura le riscrivono. Piuttosto, prenderei ispirazione da un’altra rubrica:

Sicuramente, non corriamo il rischio di rimanere a corto di spunti:

  • Il 3 aprile 2012, lo stesso giornalista, riportando uno studio russo-americano, scrive che “l’Italia ha i professori meglio pagati al mondo dopo il Canada” ma Roars dimostra, tabelle alla mano, che non è vero.
  • Il 18 gennaio 2012, in un articolo, ripreso in prima pagina del Corriere della Sera, leggiamo che il “CNR degli sprechi” sarebbe un “carrozzone pubblico” che spende 7 euro su 10 in burocrazia e Roars dimostra che il giornalista, un po’ distratto, ha letto male la relazione della corte dei conti.
  • Il 12 aprile 2012, in un articolo, ripreso in prima pagina di Repubblica, leggiamo che “l’università continua a produrre poca ricerca” e Roars, statistiche bibliometriche alla mano, mostra che è falso.

 

 

Distrazione? Incompetenza? Malafede?

Scegliete la risposta che preferite. In ogni caso è ora che cominci a vergognarsi chi diffonde dati inesatti se non proprio del tutto sbagliati. Il gattino di Roars è tenero, ma sa anche graffiare.

Roars, blog di resistenza accademica?

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8 Comments

  1. Guido Abbattista says:

    Tutto questo che dice De Nicolao è giusto. Ma come è nata questa situazione assurda, caratterizzata da una campagna politica e di stampa di segno trasversale finalizzata al sistematico attacco all’università ? Con la più tipica operazione di propaganda, quella che punta all’oscuramento della ragione. E’ stato fatto di tutta l’erba un fascio. Ora, quell’erba è piena di ortica e di gramigna, questo è il punto, ed è inutile nasconderlo. E c’è un gruppo influente di docenti portatori di una ideologia ben riconoscibile (l’eccellenza auto-designata)e con largo accesso ai mezzi di comunicazione che ha pensato bene di diffondere irresponsabilmente un verbo riformatore basato sulla denigrazione sistematica del sistema universitario pubblico in quanto tale (dal quale solo loro, naturalmente, si sarebbero salvati: ricordo una delle non molte cose memorabili dette dall’allora ministro Marcello Pera a proposito di un eminente docente autore di un libro critico del sistema accademico italiano: che si trattava di un “Buscetta dell’università”). A questa campaga indecente, però, sia detto con chiarezza, hanno contribuito irresponsabilmente in molti: anche chi si trova esattamente all’opposto rispetto ai migliori/miglioristi/modernizzatori. In quanti, per i più svariati interessi di parte (e che parte !), si sono uniti al coro di insulti alla volta degli ordinari che sono tutti baroni, dei concorsi che sono tutte “pastette” (verbo di un membro di un organo accademico istituzionale nazionale che non è riuscito a beneficiare di una “pastetta”), dei docenti meno giovani che per ciò stesso erano da buttare (lo pensa anche l’attuale ministro, a quanto pare), delle differenze di valore che non esistono perché siamo tutti uguali (egualitarismo ideologico spinto al parossismo). Notare bene: in ognuna di queste generalizzazioni c’è un grano di verità, ma l’oscuramento della ragione è consistito (e ancora consiste) nel dire che quel grano è il tutto. E l’oscuramento ha piano piano ricoperto tutto quanto: i docenti italiani sono i più pagati, docenti e ricercatori italiani non fanno un tubo, la ricerca italiana è improduttiva, le università sono sentine di uso irrazionale e di spreco delle risorse pubbliche, si buttano i soldi in attività inutili, si moltiplicano ad arte corsi e sedi, tutto è familismo. Insomma, un danno gravissimo. Perché ? Non solo per un problema “di immagine” (che, certo, è acciaccata assai). Ma soprattutto perché ciascuna di queste affermazioni, per quanto falsa in generale e in assoluto, è parzialmente (salvo che per le retribuzioni) oppure è selettivamente vera. E ci sarebbe maledettamente bisogno di rimettere a posto quelle cose che non vanno: i concorsi, certo; la produzione scientifica, certo; la distribuzione selettiva e razionale dei fondi, certo; la valorizzazione di chi si dà da fare sul serio; l’introduzione di meccanismi che impediscano situazioni per cui in certe università percentuali inaccettabili di ricercatori (in senso lato) sono inattivi; un maggiore senso istituzionale e dell’interesse generale dell’istituzione. E, ciò che servirebbe sopra a tutto quanto, la riapertura degli spazi per le intelligenze che noi stessi abbiamo formato e che ora sono in giro per il mondo a causa di un sistema-paese chiuso, sì, ma soprattutto grazie alla formazione spesso ottima che hanno ricevuto da noi: noi, cioè gli stessi che ora sono angosciati per non riuscire a far rientrare gli allievi affinché ottengano il posto che meriterebbero. Invece di una logica di progetto, ha prevalso una logica della scure: tagliare, tagliare, tagliare, con il massimo dell’impegno a propalare gli argomenti più falsi, come quelli che De Nicolao denuncia con dovizia di prove. Sulla questione delle retribuzioni, per inciso, una mia lettera a “Repubblica” espressamente destinata a confutare Corrado Zunino, non è manco stata presa in considerazione: bel diritto di replica ! Finché Roars si muoverà in nome dei fatti contro l’ideologia, dei dati correttamente presentati e interpertati contro il polverone o la manipolazione, della competenza contro l’interesse di parte, si potrà perlomeno sperare in una tribuna dalla quale parlano voci che vale la pena ascoltare. Spero che così continuerà a essere, in nome di una politica della ricerca e dell’università fatta di competenza, di equilibrio e di capacità di esprimere un progetto diverso da quello brutale di comprimere, soffocare, desertizzare.

  2. Giulio Codognato says:

    Caro Abbattista,
    ciò di cui parli ha molto a che fare con l’ideologia neoliberale. In Italia se ne sa poco e se ne parla poco ma, in ambito internazionale, è codificata addirittura in trattazioni manualistiche. Si veda, per esempio, “Neoliberalim: a very short intrduction” della fortunata serie della Oxford University Press. Il progamma neoliberale per l’università prevede, come tutti i prgrammi ideologici, anche una massiccia propaganda. La fallacia della “parte per il tutto” si presta molto bene a servire questa come altre ideologie. Ovviamente il discorso sarebbe lungo e complesso: le competenze di uno storico possono essere molto utili in fasi come queste.
    Cordiali saluti

  3. Andrea Zannini says:

    Aggiungerei due cose a quanto hanno giustamente osservato Abbattista e Codognato.
    La prima è che l’Università è – nel suo complesso, cioè anche nella sua prevalente parte buona – sotto attacco non solo sulla base delle politiche neoliberiste di progressivo smantellamento dei sistemi educativi pubblici, ma anche per una sostanziale mancanza di qualsiasi linea politica da parte della “sinistra” genericamente e blandamente intesa. Qualcuno sa dirmi – a livello europeo – quali sono due o tre linee generali di condotta delle forze non conservatrici? Nulla, se non la difesa dell’impiego pubblico come bacino di consenso. Ecco allora spiegato perché i mezzi di comunicazione si gettano a pesce contro qualsiasi cosa puzzi di università baronale, nepotistica e corrotta. Nessuno, al di fuori di poche benedette aree di pensiero critico come Roars, ha una benché minima “politica sull’università” (che non sia evidentemente far cassa).
    La seconda osservazione riguarda la delicata questione della produzione scientifica in un contesto di risorse calanti. E’ certamente meritorio il fatto che il sistema universitario italiano, costantemente e capillarmente depauperato, sia stato in grado di dimostrare prestazioni di alto livello, se non crescenti. Il solo perdurante successo dei nostri neolaureati all’estero ne è testimonianza. Evidentemente, però, questo non potrà durare a lungo. Per quanto riguarda il mio settore scientifico e le realtà universitarie che conosco, questo è un fenomeno già appariscente. Se, quindi, vedremo scivolare la qualità della nostra ricerca e della nostra didattica – e se qualcuno comincerà ad osservarlo – non dobbiamo gridare “al lupo”.
    Altrimenti si giustifica quanti – di fronte alla rivendicazione d’orgoglio che con pochissime risorse riusciamo ad essere internazionalmente competitivi – concludono: se riuscite a far meglio con meno soldi, allora abbiamo fatto bene a toglierveli…

    • Giuseppe De Nicolao says:

      È vero. C’è da attendersi che gli effetti dei tagli risultino visibili nella produzione scientifica italiana sia a livello quantitativo che qualitativo. Particolarmente grave è il blocco del turnover che impedisce il ricambio generazionale e induce i giovani a cercare altre strade, in Italia o all’estero. Dal punto di vista delle pubblicazioni scientifiche, il ritardo tra finanziamenti alla ricerca e riscontri bibliometrici è di qualche anno (non posso citare studi precisi ma, mi aspetto che si tratti di tre-quattro anni almeno). Se la mia ipotesi è corretta, nel 2014 i segnali dovrebbero diventare evidenti anche nelle statistiche bibliometriche. Non sarà una variazione a gradino, perchè il sistema ha una sua inerzia, proprio come i sistemi fisici. Purtroppo il concetto di ritardo e di inerzia sono già ai confini di quello che si può spiegare su un quotidiano a larga diffusione, il cui lettore si aspetta che un taglio provochi un effetto quasi immediato e, se non lo vede, è convinto che vada tutto bene perché sono stati eliminati degli sprechi.

  4. Giulio Codognato says:

    Si Andrea hai ragione la sinistra non propone alternative ma questo anche perché il neoliberalismo (preferisco questo termine al riduttivo neoliberismo, trattandosi di una filosofia) è stato fatto proprio anche da larga parte della sinistra istituzionale. Le strada dal Monte Pellegrino (The road from Mont Pelerin: the making of neoliberal thought collective, a cura di Mirowski e Plehwe) ha una deviazione che va anche a sinistra. La controinformazione di Roars, di cui l’articolo di De Nicolao che stiamo commentando è un ottimo esempio, è comunque già un passo molto importante, se non altro per diradare la nebbia della propaganda.

  5. No! non possiamo più pensare di essere un paese di serie A, Standard and Poor’s ci ha detto che siamo BBB+!

    Noto, e questo mi colpisce, che i dibattiti si spostano da un lato sempre più sul bisogno di una STAMPA INDIPENDENTE dal potere del denaro e dalle influenze esterne, una stampa che promuova l `ETICA e la correttezza nel divulgare informazioni e dall´altro su aspetti economici invece di procedere, anche parallelamente, sulla strada che porta a capire: a che cosa serve l´istruzione in una società civile e democratica? Dove le persone non sono un numero meglio esprimibile in EURO. Tutto questo forse convalida la tesi della “CRISI MONDIALE DELL`EDUCAZIONE”? Visto che in crisi siamo…….. meglio aggiungerne una…… vi pare?
    Riporto qui un link trovato su” L’educazione europea e la crisi mondiale del capitalismo” del 2004, alcune affermazioni non sono più riferite al periodo attuale ma cercato di dare delle spiegazioni in relazione all´evoluzione delle politiche educative.

    http://www.skolo.org/spip.php?article981&lang=fr

    Noi giustamente dibattiamo e ci difendiamo (RESISTENDO!) su quale effetto avrà sull´economia, sullo sviluppo, sulle casse dello stato un VQR, piuttosto che i tagli degli stipendi dei ricercatori e professori, piuttosto che la riduzione del personale o forse addirittura togliere (a torto o ragione) delle università… Ci preoccupiamo del fatto che i cervelli (e i corpi) sono in fuga all´estero! Ma non ci ricordiamo più di prendere in considerazione quali saranno gli effetti sulle PERSONE e i CITTADINI di una DEMOCRAZIA e nel suo complesso sui fondamenti delle conquiste sociali. Sostanzialmente siamo inglobati nella stessa “FUFFA!” che ci viene propinata ogni giorno!

    Consiglio poi di leggere “INDIGNATEVI” di Stéphane Hessel di cui riporto un passaggio.

    „La Resistenza chiedeva “l’effettiva possibilità per tutti i bambini francesi di beneficiare di una istruzione la più sviluppata”, senza discriminazioni; ma le riforme proposte nel 2008, sono contro questo progetto. Molti giovani insegnanti, dei quali sostengo l’azione, hanno perfino rifiutato di applicarle e hanno visto i loro salari decurtati per punizione. Si sono indignati, hanno “disobbedito”, hanno trovato queste riforme troppo lontane dagli ideali di una scuola repubblicana, troppo al servizio di una società del denaro e non sviluppando più sufficientemente il pensiero creativo e critico.
    E´ tutto lo zoccolo duro delle conquiste sociali della Resistenza che viene rimesso in discussione oggi“

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  7. Pingback: Le ali spezzate della ricerca | Francesco Sylos Labini

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