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No proroga Rettori

 

Da alcuni mesi vi è una notevole agitazione in molte università italiane. Per sostenerne le ragioni si è anche costituito un organo di coordinamento nazionale, auto-denominatosi “No proroga Rettori”. Le agitazioni si legano alla applicazione della riforma Gelmini (Legge 240 – 30 dicembre 2010) per quanto riguarda la successione nelle nuove cariche di governo degli atenei.

Prima di affrontare il tema, conviene fare un passo indietro. Una illusione nelle intenzioni, una debolezza strutturale nei fatti, ha caratterizzato la legge Gelmini: l’idea che il rafforzamento della governance centrale degli atenei e corposi innesti esterni nei Consigli di amministrazione fossero la linea strategica in grado di favorire valori di efficienza e merito nelle università. In realtà, il potere dei rettori si è dilatato rapidamente con l’autonomia universitaria, è diventato notevolissimo ben prima della riforma Gelmini e non ha certo condotto a uniformi, brillanti risultati. La diffusa, patologica permanenza nelle cariche rettorali è stata un indicatore chiaro del potere raggiunto. La riforma, dunque, ha sancito un potere di fatto già acquisito, e che non ha dato buone prove di sé. Aspettative migliori non si possono nutrire, d’altro lato, dalle rappresentanze esterne nei CdA: persone che sanno poco o nulla di università e ricerca e che non partecipano al finanziamento ben difficilmente daranno un contributo decisivo alla svolta delle nostre strutture Più probabilmente, si affideranno in larga misura agli orientamenti del rettore, che peraltro li ha scelti.

Uno scenario assai incerto si prefigura, così, con la riforma Gelmini e una presumibile, ancora più profonda eterogeneità si affermerà nel nostro tessuto universitario. Le incertezze sul futuro e sull’applicazione della riforma sono accresciute dalle vicende di questi mesi. Si tratta di questo. La riforma imponeva agli atenei la modifica degli statuti entro sei-nove mesi dalla sua entrata in vigore e attribuiva la predisposizione delle modifiche a un “apposito organo istituito con decreto rettorale” (art. 2 commi 1, 5, 6). “Lo statuto contenente le modifiche statutarie – la legge stabiliva poi – è adottato con delibera del senato accademico, previo parere favorevole del consiglio di amministrazione” (art. 2 comma 6). Tenuto conto delle date e dei tempi, entro fine ottobre 2011 i nuovi statuti avrebbero dovuto essere “adottati”. La legge stabiliva infine che “il mandato dei rettori in carica al momento dell’adozione dello statuto di cui ai commi 5 e 6” – è la procedura appena descritta – “è prorogato fino al termine dell’anno accademico successivo” (art. 2 comma 9). In un modo che appare inequivocabile se le parole hanno un senso, la legge prevedeva una proroga per il mandato rettorale fino all’ottobre 2012, ossia alla chiusura dell’anno accademico 2011-2012.

Questa chiarezza della legge è stata posta in discussione da alcuni rettori e dal Ministero. Sintetiche note ministeriali hanno formulato una interpretazione della legge che fissa il termine per la concessione della proroga del mandato dei rettori non dalla adozione dello statuto da parte del Senato Accademico al termine della procedura descritta, ma dal recepimento o meno del Senato dei rilievi fatti dal ministero nel “controllo” previsto dalla legge del 1989 che ha introdotto l’autonomia universitaria. Lo stato di agitazione e concomitanti azioni giudiziarie si legano alle contrapposte interpretazioni dei commi sopra riportati e ai prolungamenti in corso della proroga prevista dalla riforma. Fino ad oggi, vi è un solo pronunciamento di merito in sede giudiziale: il Tar dell’Umbria ha accolto il ricorso di un docente di Diritto Costituzionale dell’Università di Perugia e annullato la nota del Decano contenente il diniego alla richiesta di indizione delle elezioni del nuovo rettore. Il pronunciamento è ampiamente motivato con considerazioni che suffragano la fissazione del termine per la proroga dalla adozione da parte del Senato.

La vicenda, di grande rilievo come cercherò di sottolineare tra un attimo, è stata limitatamente seguita sulla stampa nazionale e molto più partecipata nelle edizioni locali. Stupisce in particolare che un dibattito organizzato dal coordinamento “No proroga Rettori”, ospitato nella Sala delle Conferenze Stampa della Camera dei Deputali e a cui hanno partecipato diversi parlamentari (tra cui l’ex ministro Gelmini), non abbia quasi registrato la presenza della stampa.

Vi sono tre motivi per guardare con grande preoccupazione al prolungamento in atto delle proroghe rettorali e per chiedere a gran voce che esse siano fermate e che si dia luogo alle elezioni dei nuovi rettori.

Il primo motivo è che il prolungamento non ha più una fine chiara. La legge non impone termini agli atenei per adeguarsi o rigettare i rilievi del controllo ministeriale. C’è un pericolo di strumentale immobilismo? Mah! Certo sarebbe interessante conoscere lo stato delle adozioni definitive degli statuti. E certo anche che è un po’ strano che la stesura dello statuto sia stata fatta in 6-9 mesi, mentre alcune correzioni richiedano un tempo maggiore.

Il secondo motivo. Se le parole della riforma sono molto chiare sulla decorrenza della proroga, il prolungamento della proroga va decisamente contro lo spirito della riforma. L’intento di evitare che il passato vincolasse il futuro e di favorire la costruzione delle nuove strutture senza condizionamenti è chiarissimo dalla disposizione che stabiliva che non potessero far parte dell’organo deputato a predisporre il nuovo statuto né i membri del Senato né i membri del Consiglio di amministrazione. Fissare un tempo chiaro e ragionevole alla proroga rettorale sembra proprio essere andato nella stessa direzione.



Il terzo motivo è in linea con il secondo: l’artificioso prolungamento della proroga è, ovviamente, una invadenza del passato sul futuro. Inutile nascondersi che tanto più è lunga la proroga, talora di rettori in carica dal secolo scorso, tanto maggiore è la possibilità di interferenze nella nascita delle nuove strutture e dei nuovi organi di governo.

Naturalmente non sappiamo se e quali pressioni possono essere state esercitate sul ministro-ministero né quali sensibilità il ministro (ex rettore) abbia sul tema. Certo i risultati e lo spettacolo sono deprimenti.

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