Massive Open Online Course: arrivano da Oltreoceano con la solita potenza  della cultura americana e come quasi sempre accade gli europei trovano una ragione per appropriarsene. Il tentativo non è quello di cambiare l’Università ma, molto più ampliamente,tutto  il sistema di formazione. E per questo non basta la retorica della democratizzazione del sapere, ma serve  anche una dose massiccia di marketing…

Le pressioni sull’università sono sempre più insistenti, certo ci sono prima di tutto i feroci tagli, ma anche le forti richieste di innovazione che, in mancanza di finanziamenti, consegnano sempre di più le università nelle mani del mercato. Fra l’altro la sperimentazione, utile ai processi innovativi, ha alti costi ed è forse per questo che sono soprattutto le top americane, Stanford, Harvard, MIT e un numero notevole di altre istituzioni universitarie, ad essersene occupate. Ma da pochi mesi anche l’Europa è entrata in gara e questo ci obbliga forse a qualche riflessione.

Mentre Umberto Eco, insignito della laurea honoris causa a Burgos in Spagna, chiede all’Università di “tornare a essere solo per le élite, come accadeva nella sua epoca migliore”, i Mooc – Massive Open Online Course – avanzano, coinvolgendo una massa sempre più ampia di studenti. Se per Eco “l’eccessivo numero di studenti blocca l’attività accademica e spinge le università verso una profonda crisi”, studenti di tutto il mondo, molti provenienti dai BRICS, si affollano in questi corsi gratuiti e aperti a tutti.

 

(Fonte immagine: http://www.facultymatters.com/ )

Sono partiti “ieri” ed è già tempo di bilanci…

A poco più di un anno dal lancio dei primi mooc americani si può tentare di fare un primo bilancio che comprende anche l’Italia. Prima di tutto, le piattaforme americane fornitrici di mooc hanno aumentato in maniera significativa i loro partner e la loro offerta. Va sottolineato inoltre che a una delle più note – Coursera – si è recentemente aggregata con tre corsi mooc la prima università italiana, l’Università della Sapienza di Roma. La vicina Germania invece sta sperimentando una intera piattaforma: Iversity lanciata da un’agenzia tedesca privata. Il 30 aprile 2013 si è chiuso il bando di finanziamento di 250.000 euro per 10 corsi-mooc da implementare a breve. In gara, per l’Italia, anche Paul Ginsborg con il mooc dal titolo “Family politics. Domestic life, devolution and dictatorships between 1900-1950”. Inoltre, si è mossa anche l’Unione Europea: Androulla Vassiliou – Commissario europeo incaricato dell’istruzione, della cultura, del multilinguismo e della gioventù – ha lanciato il 25 aprile 2013 Openuped, un progetto mooc diretto dall’Associazione europea delle università per l’insegnamento a distanza (EADTU), che vede la presenza di 11 Paesi partner: hanno risposto all’appello Italia, Francia, Regno Unito, Turchia, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Lituania, Spagna, Russia e Israele. Il progetto prevede il riconoscimento di crediti per l’ottenimento di un titolo di studio con un costo per lo studente che varierà tra i 25 e 400 euro in funzione del carico di studio del corso e dell’istituzione di riferimento. Infine, si devono aggiungere alle esperienze italiane altre sperimentazioni: la complessa piattaforma Federica dell’Università Federico II di Napoli che propone già da tempo 5000 lezioni open access e diversi servizi inclusi e il progetto Oilproject ideato e gestito da alcuni studenti sul motto “La nostra scuola è di tutti”.

Dire come si caratterizza questo modello non è facile perché è esso stesso in trasformazione: dipende dai terreni accademici fertili o meno che incontra, dall’innovazione pedagogica che si intende integrare a quella tecnologica e dei business che si intravedono.

Organizzazione, pedagogia, tecnologia.

Intanto, troviamo una variegata coesistenza di organizzazioni: piattaforme gestite da aziende private, come Coursera; consorzi tra università come Edx, con Mit, Harvard, Berkeley, le prime che si sono consorziate; e piattaforme mooc in esclusiva di singole università come Venture Lab dell’Università di Stanford. Studenti, docenti, istituzioni e mercato, se osserviamo quello che sta succedendo negli Stati Uniti, non si trovano quindi secondo un’unica configurazione. Ad ogni modo in tutti questi casi vengono spesso fuse retorica della democratizzazione del sapere e un’azione di marketing spinta con l’obiettivo di attrarre studenti da tutto il mondo e di tutte le età. Tra le implicazioni quindi l’internazionalizzazione, ma anche strategie di soft power[1].

 

(Fonte immagine: screen shot dal sito di EdX)

 

Sicuramente una prima differenza con altri corsi online sta nei numeri, forse anche per il suo carattere di gratuità: gli iscritti, soprattutto ai mooc di università prestigiose, sono anche nell’ordine delle migliaia. Come riporta Nature  in un articolo pubblicato lo scorso marzo, “MOOCs had exploded into the academic consciousness in summer 2011, when a free artificial-intelligence course offered by Stanford University in California attracted 160,000 students from around the world — 23,000 of whom finished it” (Nature 495, 160–163, 14 March 2013). L’attesa era sì più di 200 studenti, ma a quanto pare non si immaginavano di raggiungere queste cifre: 160.000 persone registrate, provenienti da 195 paesi, compresi studenti-lavoratori, professional, pensionati, mamme con bambini. Vi era quindi una domanda di formazione latente con particolari caratteristiche, che non era possibile percepire prima del lancio di questa prima offerta.

Il problema dei numeri apre a ulteriori questioni come ad esempio quella dell’integrazione di strumenti tecnologici e modelli pedagogici per creare ambienti didattici funzionali all’apprendimento. Lo sforzo delle università americane che se ne stanno occupando – come ad esempio Stanford – ha come obiettivi il superamento dell’uso dell’online come mero supporto per i materiali, lo studio dei metodi di apprendimento dei ragazzi usando i mooc come laboratori, e anche la ricerca di metodi di valutazione degli stessi. I docenti di Stanford hanno introdotto per ovviare alle debolezze degli algoritmi, ai quali è affidata per lo più la gestione delle informazioni all’interno dei mooc, peer evaluation e sostegno fra pari: i forum e gli spazi social, che più si avvicinano al lavoro di gruppo face-to-face, sono posti al centro. Lo studente assume nel processo educativo un ruolo più attivo e il docente e i suoi assistenti un ruolo più di indirizzo. Inoltre, anche il materiale tende ad essere creato ad hoc: le lezioni video sono di pochi minuti, focalizzate su un concetto o un argomento, e a volte fatte seguire da quiz che dovrebbero permettere agli studenti di riflettere immediatamente su ciò che è stato spiegato. Queste lezioni vengono poi integrate con script del contenuto video, diapositive e materiali di diversa natura presenti nel web o di carattere scientifico. Tra le questioni implicate anche l’approccio collaborativo e lo sviluppo dell’intelligenza collettiva, ma anche la necessaria autonomia che deve già possedere lo studente per poter avviare un processo di apprendimento attraverso questo tipo di corsi[2].

Le “torri d’avorio” sono rovinate a terra: più che “cool”, mooc.

In una situazione di scarse risorse economiche, un numero crescente di studenti e forti richieste di riforma, le università sembrano trovarsi in un guado tra universalismo e competizione e anche le università italiane iniziano a guardare ai mooc. Ma il fatto è che i punti che meritano riflessione sono tanti, quante le implicazioni che questo tipo di fenomeno porta con sé. In questo processo di trasformazione continuo dell’Università, le “torri d’avorio” si sono in qualche modo frantumate lasciando aperti confini tra istituzioni universitarie e società anche difficili da gestire. I mooc nascono probabilmente come effetto di questo processo che vede un forte aumento di domanda di formazione e una moltitudine di attori esterni all’università sempre più presenti e influenti. Le università americane stanno rispondendo con una sempre maggiore differenziazione e stratificazione delle università che non esclude conflitti interni su quelli che appaiono evidenti punti critici dei mooc: l’internazionalizzazione, il processo di apprendimento possibile con questo enorme numero di iscritti, il carico di lavoro didattico dei docenti, il controllo dei docenti, il riconoscimento dei crediti formativi, il ruolo delle agenzie di certificazione, le forme organizzative tra università o tra privato e pubblico , i modelli pedagogici e la tecnologia. Incluse altre questioni che possono apparire secondarie come la raccolta e l’elaborazione dei big-data, la privacy, il ruolo delle imprese – in particolare quelle tecnologiche ma non solo – nel settore dell’educazione, il digital divide, la risposta del mondo del lavoro a questo tipo di formazione. E così via.

 

(Fonte immagine: nature.com)

Eppure i corsi online erano nati con altri intenti: “negli anni ’90 vi erano solo alcuni progetti collaterali nel dipartimento d’informatica della Stanford con l’obiettivo di capire come sfruttare le potenzialità di internet per l’istruzione, quando ancora la crisi finanziaria non era così grave; ma poi la crisi si è acuita e con l’avanzata di tecnologie come la banda larga, i social networking e gli smart phone, l’interesse dei ricercatori ha continuato a crescere”. Inoltre, i tagli all’istruzione, subiti anche dalle università americane, si stanno scontrando con la possibilità di soddisfare il bisogno di campus previsti per il 2024 (Nature 495, 160–163, 14 March 2013). Da qui forse l’orientamento ai mooc e la veloce diffusione: a titolo di esempio si riportano i dati usciti a marzo 2013 su Nature. In un anno la piattaforma Coursera ha introdotto 328 corsi con 62 referenti universitari di 17 paesi diversi. 220 sono invece i paesi di provenienza degli studenti iscritti che a marzo contavano 29.000 unità.



[1] Forma di influenza che passa attraverso l’egemonizzazione culturale: diffusione della propria lingua, delle proprie strutture normative e sociali, dei propri valori, ovvero della propria cultura, tramite l’educazione e l’acculturazione in genere.

[2] Le informazioni sono state dedotte durante la frequentazione del corso “Designing new learning environment” di Paul Kim sulla piattaforma Venture Lab dell’Università di Stanford. Cfr. con l’articolo di Nature citato.

 

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4 Commenti

  1. E com’e’ che nessuno commenta ancora? Io mi sono iscritto ad un corso di Coursera dal promettente titolo “Interprofessional health Informatics”, all’inizio eravamo circa 1700 (stima dal numero di rispondenti al primo survey), adesso alla 7a settimana non so, direi molti di meno.
    Lezioni interessanti ma superficiali, somiglia alla FAD dell’ECM sanitaria italiana piuttosto che all’Università, con qualcosa in meglio della FAD, ovviamente, ma molto US-centrici. Il loro guadagno? Per coursera, la “signature track” che ti promette una certificazione per soli 50 dollari. Per l’istituzione, pubblicità, direi.
    Ho casualmente letto da un blog inglese uno che si lamentava per la scomparsa dei (suoi) contratti da adjunct professor a causa dei MOOC, ma non so qual è il meccanismo.
    Da vedere l’evoluzione, ma l’Università è un’altra cosa, direi.

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