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Ma a chi servono le università telematiche?

Le università telematiche – istituite dalla Moratti – sono ultimamente proliferate in Italia e vedono crescere il numero dei loro studenti. Recentemente la UniMarconi ha avuto per la prima volta accesso al finanziamento statale e dichiara un bilancio attivo, nonostante le tasse studentesche siano inferiori a quelle statali. Come si spiega questo miracolo economico e questo successo sempre crescente di popolarità? Cerchiamo in questo articolo di svelare il mistero, evidenziando le luci e le molte ombre di tale forma di utilizzo della tecnologia informatica.

Un recente articolo sul Il Sole-24 Ore ci fa sapere che gli iscritti ad una delle più importanti università telematiche italiane (la prima ad esser nata), la romana Guglielmo Marconi, sono circa 33mila: 13mila ai 30 corsi di laurea divisi in 6 facoltà e circa 20mila iscritti a numerosi corsi post-laurea. Non solo, ma per la prima volta quest’anno l’UniMarconi ha avuto accesso al finanziamento pubblico: 300mila euro, una somma modesta ma significativa perché indica il possibile inizio di un trend. Se è vero, come dichiara il suo rettore Alessandra Briganti, che le tasse studentesche si aggirano sulle 1.200 euro l’anno, come si spiega – in assenza di altri finanziamenti – che essa sia in attivo, quando sappiamo le difficoltà in cui si dibattono tutte le altre università statali, che pur ricevono il FFO ordinario del quale le tasse studentesche mediamente rappresentano solo il 29%? Un miracolo di buona gestione? Un caso esemplare di governance efficiente ed efficace? Un ulteriore argomento per diminuire i finanziamenti alle università statali?

Il rettore della UniMarconi non dà alcuna spiegazione di questo miracolo economico, per cui vale la pena di svolgere alcune considerazioni in generale su tale fenomeno.

Le università telematiche, istituite con una legge del 2003 assai permissiva dell’allora ministro Moratti, sono proliferate in Italia in maniera abnorme e unica tra tutti i paesi europei più avanzati. Questa legge – come viene esplicitamente affermato nel rapporto del 2010 del Comitato Nazionale di Valutazione sul Sistema Universitario (CNVSU) ad esse dedicato – ha aperto la strada «alla istituzione di corsi di studio telematici e, soprattutto, di Università telematiche da parte di qualunque soggetto senza un minimo di programmazione e di strategia di sistema, cioè, ad esempio, senza individuare il bacino potenziale di utenza complessivo per tutto il sistema delle università telematiche e senza stabilire un numero minimo di studenti immatricolati e iscritti affinché si possa attribuire il rango di Università alle istituzioni che offrono corsi telematici».

Le università telematiche sono attualmente undici con 74 corsi di studio offerti nell’a.a. 2009/10 e sono messe in bella mostra in un sito ad esse dedicato (http://unitelematiche.it/); tutte hanno il riconoscimento del MIUR e possono rilasciare titoli perfettamente equivalenti a quelli delle università statali non telematiche. Nel 2008/09 contavano 17.000 iscritti (circa l’1% del totale del sistema universitario italiano), con solo 3 università con più di 2000 iscritti; ora sappiamo che questi numeri sono drasticamente aumentati, se è vero quanto detto per la UniMarconi, e aumenteranno ancor di più in un prossimo futuro.

Una prima spiegazione di questo miracolo economico può essere data guardando al personale docente di queste università, che è per lo più fantasma: avendo obblighi dipendenti dai requisiti minimi di docenza più lievi di quelli a cui sono soggetti le università statali (e che impongono un numero minimo di docenti strutturati e pagati per l’attivazione di un corso di laurea) sono possibili “atenei” telematici con un solo professore ordinario di ruolo e pochi ricercatori a tempo determinato o docenti a contratto reclutati al di fuori di ogni processo di seria valutazione e per lo più formati da giovani che hanno conseguito il dottorato e che vengono sottopagati (in ogni caso assai meno di quanto costerebbe un docente di ruolo). Alla data di giugno 2011 risulta dalla consultazione del sito Cineca del MIUR che gli ordinari di tutte le università telematiche sono in tutto 13, gli associati 18 e i ricercatori 236 (di cui 182 a tempo determinato), per un numero complessivo di 268, di cui solo 86 strutturati. Se si dovessero applicare gli stessi requisiti validi per le università statali, si dovrebbero avere – secondo i calcoli del CNVSU – almeno 700 docenti strutturati.

È poi singolare la distribuzione di tale personale tra le varie università. La UniMarconi è quella che ha il corpo docente più consistente: 127 docenti, di cui 7 ordinari, 12 associati e 3 ricercatori; inoltre ha 16 straordinari a tempo determinato e 88 ricercatori a tempo determinato. È interessante notare che la figura del professore straordinario a tempo determinato, introdotta dalla legge Moratti 230/2005, fa ricadere l’onere finanziario dello stipendio sugli enti esterni pubblici o privati con i quali ci si consorzia e permette di attribuire tale titolo non solo a chi abbia avuto una idoneità nazionale nella fascia degli ordinari, ma anche «a soggetti in possesso di elevata qualificazione scientifica e professionale» (art. 1, c. 12). Nulla toglie quindi che un professore ordinario di una università statale possa diventare anche professore straordinario a tempo determinato in una università telematica: lo stipendio di costui sarebbe a carico dell’università pubblica, mentre quella telematica si riserverebbe di attribuire una eventuale integrazione economica, prevista dalla legge.

Un caso limite è la “Leonardo da Vinci”, con soli 4 ricercatori a tempo determinato; o la E-Campus con un docente straordinario e un ricercatore non confermato come personale strutturati e 3 ordinari e 53 ricercatori a tempo determinato. Non meraviglia dunque che il giudizio fornito dal rapporto del CNVSU, pur nel linguaggio cauto dei documenti ufficiali, sia netto nel denunziare «una situazione complessiva, di sistema, abbastanza deludente e una serie di importanti criticità, strutturali e non»; e nell’elencare una serie di elementi negativi, tra i quali spiccano l’anomala composizione degli organi di gestione, non solo pletorici, ma anche viziati da equivoci intrecci di interessi: professori che ricoprono cariche accademiche e di governance nelle telematiche sono anche docenti di ruolo in altre università statali; o parte della dirigenza amministrativa delle telematiche «è costituita da personale direttivo in ruolo presso altre strutture (ivi comprese quelle Ministeriali) e si rileva anche la frequente presenza di dirigenti ministeriali negli organi interni di controllo e valutazione».

Nel rapporto del CNVSU veniva anche evidenziato il numero complessivamente esiguo degli studenti (specie se confrontato all’esperienza delle telematiche straniere), che contrasta con la numerosità delle università telematiche e depone a favore dell’idea che queste università debbano la loro fortuna non tanto alla loro attrattività e ad un bisogno reale di formazione, ma a “politiche di incoraggiamento”, caratterizzate da misure assai generose di riconoscimento di crediti e con modalità di esami abbastanza “indulgenti”. Tuttavia, come dimostra il caso della UniMarconi, il numero degli studenti sembra crescere rapidamente, via via che vengono apprezzati dall’utenza i “vantaggi” di queste università.

Pare che in merito si stia replicando a livello universitario lo scandalo degli istituti paritari di istruzione secondaria, che (tranne le sempre doverose eccezioni) si limitano a rilasciare dietro compenso diplomi di studio. Con la differenza, in peggio, che mentre per questi ultimi c’è il vincolo finale dell’esame di maturità con commissioni paritetiche (metà interni e metà esterni, ma sino a poco tempo fa erano tutti interni), per cui qualcuno dei più asini può rimetterci le penne, invece per le università telematiche tale controllo esterno non esiste: in ossequio al golem dell’autonomia, esse possono rilasciare tutti i titoli che vogliono senza che alcuna autorità esterna possa esercitare un qualsivoglia controllo.

Inoltre è ovvio che in tali condizioni la ricerca è del tutto assente: le telematiche sono per lo più degli esamifici che rilasciano titoli comodi e a buon prezzo, senza muoversi da casa, per coloro che ne hanno bisogno per qualche promozione di carriera o per studenti così asini da non essere neanche in grado di andare avanti nelle ormai pur permissive università statali. Persino Giavazzi ha sostenuto che «le nostre telematiche sono per lo più delle truffe»; e se lo dice lui, sostenitore della liberalizzazione, possiamo pur esser certi che in esse v’è qualcosa che proprio non va. Insomma come conclude la relazione del CNVSU, «vi è stata infatti, a livello centrale, una insufficienza anche nella valutazione della loro missione, una visione non appropriata del ruolo di tali Università all’interno del sistema nazionale universitario e la mancanza sia di una linea strategica e che [sic!] di una programmazione di sviluppo del sistema di tali università. E si deve riconoscere che anche sotto il profilo degli standard minimi richiesti vi sono state inadeguatezze di sistema».

Se le cose stanno così, è facilmente spiegabile il miracolo di università come la UniMarconi: lo scarso (o quasi nullo) peso finanziario del personale docente, l’inesistenza della ricerca scientifica, la mancanza di qualsiasi sostegno al diritto allo studio o di qualunque supporto per gli studenti in termini di biblioteche, mense, luoghi di riunioni e aule, tutto ciò insieme ad altri fattori, fanno di queste università telematiche un “buon affare” che invita gli “imprenditori” ad investire in esse. E ora, con l’avvio di una politica anche di supporto finanziario ministeriale, l’appetibilità di queste “strutture educative” (è difficile chiamarle università nel senso pieno del termine) diventa ancora maggiore. Che intenzioni ha in merito il nuovo ministro Profumo?

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44 Comments

  1. Gentile Prof. Coniglione,
    quando vuole sono reperibile sulla mail dove sono registrato. Se mi contatta Le posso trasmettere anche il mio cellulare…così avrà l’occasione di poter conoscere e parlare con uno studente che Lei definisce “anonimo” e che si è laureato in un ateneo statale tradizionale e che ora è soddisfattissimo di essersi iscritto alla magistrale della Marconi.
    Ne approfitto, inoltre, per riportare il fatto che l’ Università degli studi Marconi è l’unico ateneo telematico (insieme ad Uninettuno) ad aver ottenuto il finanziamento dal MIUR (http://attiministeriali.miur.it/anno-2012/marzo/dd-15032012.aspx). In tempi in cui certamente il denaro non viene allocato “a pioggia”, probabilmente un motivo valido per determinati finanziamenti ci sarà…
    Se poi Lei è così titubante, faccia un salto a Roma…così potrà riscontrare direttamente i dati di fatto…e l’attività di ricerca.
    Confidando in una maggior oggettività nell’esporre alcuni giudizi, porgo i più cordiali saluti

  2. Gentile Prof. Palermo,
    Lei ha perfettamente ragione quando invita l’Unimarconi a pubblicare online i curricula dei docenti. E’ più che giusto ed è dimostrazione di trasparenza. A riguardo, mesi or sono ho segnalato tale aspetto all’ateneo. Il tutto non è stato pubblicato per una mera questione burocratica. Tengo molto alla pubblicazione dei curricula poichè il corpo docente dell’ Università degli studi Guglielmo Marconi risulta essere notevolmente valido e di tutto rispetto. Ed è giusto che tale aspetto venga valorizzato, a dimostrazione ulteriore degli ottimi professori che l’Unimarconi possiede e della qualità del nostro ateneo. Nel frattempo colgo l’occasione per invitarLa a ricercare su Google i curricula dei diversi professori, così si renderà conto della veridicità di ciò che affermo.
    Cordialmente

    • Volevo solo sottolineare il fatto che NON esiste una “fisica quantistica degli Indu”.

      Esiste una sola “fisica quantistica”. La fisica e’ universale, o cerca di esserlo. E i docenti di Fisica insegnano e cercano proprio questo: concetti, principli, leggi, … UNIVERSALI.

      In tutte le universita’ del mondo, private, pubbliche, cattoliche, protestanti, mussulmane, comuniste, capitaliste, on-line, in presenza, scapole, ammogliate, si insegna la STESSA FISICA.

    • Dario Palermo says:

      Sì, per curiosità, visto l’invito, sono andato a cercare su Google i nomi di alcuni dei docenti di discipline antichistiche. Si tratta in genere di giovani – il che non è detto che sia uno svantaggio – dottorati da poco. Rilevo che a volte non vi è una visibile congruenza fra il loro percorso formativo e la disciplina professata. Naturalmente senza nulla voler inferire sulla qualità del loro insegnamento, per la quale non ho elementi di giudizio. Piuttosto, andrebbero pubblicati, per una questione di trasparenza, anche i giudizi degli studenti raccolti durante il corso (immagino si faccia anche in questo caso). Quelli relativi alla mia disciplina, per esempio, sono in rete e pubblicamente accessibili.

    • …Gentile Prof. Palermo,
      Lei ha “estratto” l’esempio di pochi docenti giovani. Io riporto esempi di docenti maggiormente vetusti come i presidi delle facoltà che hanno curricula estremamente importanti. Potrei aggiungere i professori della facoltà di economia cui sono iscritto che, Le asssicuro, non sono così giovani (visti personalmente agli esami)e che provengono tendenzialmente da università molto prestigiose. Non si limiti al singolo caso. Nonostante ciò, come Lei stesso giustamente ha affermato, non è detto che il fattore giovinezza sia uno svantaggio. Non riporto i nomi dei singoli docenti; basta visitare l’elenco dei professori e verificare uno ad uno ogni nominativo per rendersi conto facilmente che ciò che riporto è la verità. Non vorrei, inoltre, scadere in “gare” senza senso fra atenei. Personalmente, senza ombra di dubbio, posso tranquillamente affermare che l’Unimarconi non ha nulla da invidiare, in termini di qualità didattica, all’ateneo (tradizionale e statale) lombardo dove ho conseguito la precedente laurea. Io posso comprendere che ci sia giustamente del malanimo nei confronti di alcune università telematiche (vista la bassa realtà qualitativa di certi atenei), ma è d’uopo e doveroso scindere atenei di qualità come la Marconi da altri che, certamente, molto validi non sono. Poi, è ovvio che se cerchiamo il “pelo nell’uovo” in qualsiasi ateneo(sia tradizionale che con didattica telematica) è possibile trovare qualcosa da migliorare. Ritengo che sia assolutamente doveroso non fare di un’erba un fascio. Distinguiamo le realtà di qualità da altri atenei che personalmente ritengo non dovrebbero nemmeno esistere.
      Per quanto riguarda i CV ho appena avuto la conferma che a breve verranno pubblicati. Sono molto contento perchè i curricula dei professori dimostreranno ulteriormente la validità dell’Umnimarconi. In merito ai giudizi degli studenti, Le posso assicurare che per ogni materia viene presentato il questionario relativo alla qualità della disciplina e del professore. A tal riguardo tengo ad evidenziare (ma non deve risultare un’attenuante) che la maggior parte dei siti web degli atenei italiani che ho visitato non riporta ancora tali informazioni.
      Cordialmente

  3. Caro Luca, bisogna avere pazienza. In fondo ci troviamo in un paese dove la parola “teorema” si usa per indicare una “congettura” e pure con un’accezione negativa.
    Ciao
    Enrico

    • Dario Palermo says:

      Ragazzi ma era solo una battuta per dire “un argomento quantomai peregrino”…. non prendete tutto sul serio…

  4. Pingback: [Reblog]: Ma a chi servono le università telematiche? | Io Non Faccio Niente

  5. Si auspica una statalizzazione, almeno la fate finita di sparare a zero sull’impegno degli altri. Io ho scelto l’Unimarconi perchè ho reiniziato a 29 anni dopo essermi gravemente ammalato ed aver rischiato di lasciarci “le penne” a 27 anni…oggi mi mancano 4 esami dalla triennale in Ingegneria e sto , grazie alla Marconi, riprendnedo in mano la mia vita. Me la sto sudando pesantemente qundi sinceramente prima di aprire bocca o mettere in movimento le mani informatevi. La Marconi avrà ancora delle criticità come tutti gli atenei, ma se vi facessi vedere le dispense di alcuni esami che ho in mano forse vi ricredereste…credo che in nessun ateneo statale venga fornito materiale così, di solito si prendono appunti e tra distrazioni e impossibilità a frequentare sarà difficile avere dell’ottimo materiale. Sono cmq per una didattica blended, per me il futuro assoluto è quello e credo non solo per me. Quanto alla mancanza di laboratori per le facoltà scientifiche, come si supponeva su Repubblica qualche giorno fa, , linko questo: http://www.unimarconi.it/unimarconi/laboratori-/335 considerando che la Marconi è anche un’università giovane, che si è “fatta da sola” senza aiuti statali, se non nell’ultmo anno. Ci sono facoltà di Ingegneria appena nate, statali,dove ci sono 4 professori di numero(5 forse), potrei dirvi tranquillamente il nome, ma nessuno ha detto nulla…sicuramente migliorerà, sarà un discreto ateneo, ma gli èsi sta dando il tempo di crescere, cosa che non è successa con la Marconi che nonostante tutto oggi offre un servizio e una didattica superiore credo a tantissime università italiane. Secondo Voi qundi: io in quanto mi sono ammalato a 22 anni ed ho lasciato una statale, non posso più laurearmi? Vorrei capire…

  6. Ah ovviamente, come avevo anticipato, anch’io ho frequentato una statale, quindi parlo con cognizione di causa. Era un’altra facoltà ma la sostanza non cambia

  7. Allora vediamo un po’, spigolando nel sito della Anagrafe della Ricerca dell’Università telematica Guglielmo Marconi, gentilmente indicato da Jabadu come controprova della eccellenza del suo corpo docente. Da esso risulta che vi insegnano attualmente 131 docenti, che sono 154 per l’anagrafe del Cineca. Poco male, quest’ultimo dato va a favore della Marconi, per cui usiamone le informazioni in merito alla tipologia della docenza. Scopriamo così che dei 154 docenti ci sono: 5 ordinari, 1 straordinario e 52 “ordinari a tempo determinato”. In genere ques’ultima denominazione indica un idoneato ad ordinario che non è stato assunto in pianta stabile da nessuna università e gli è stato conferito un posto a tempo determinato nella telematica (si vedano ad es. i bandi di tal tipo della Sapienza e di altre università); in quest’ultimo caso lo stipendio è in genere quello iniziale di fascia e resta tale, perché il contratto dura di solito tre anni e poi può essere rinnovato. È facile capire il vantaggio per una università nell’avere tali tipi di professori (avete sentito parlare del precariato?).
    Ma andiamo avanti. Vi sono poi 8 associati e 4 associati non confermati. Infine vi sono 89 ricercatori a tempo determinato e soli 3 di ruolo. Di fatto, se facciamo le somme, i docenti stabilmente incardinati nella Marconi sono in tutto 20 su 154, ovvero il 12,98%. Pochino, mi pare.
    Ma la parte più interessante è il fatto che nell’Anagrafe della ricerca della Marconi sono riportate le pubblicazione dei 131 docenti ivi censiti. Ebbene, abbiamo fatto una veloce verifica e abbiamo scoperto che di ben 37 docenti manca il record, ovvero del 28,24%. Strano, ma potrebbe essere una malattia di gioventù e forse in futuro l’anagrafe sarà completata (ma faccio sommessamente notare che l’articolo da me scritto risale al novembre 2011, mentre l’Anagrafe è aggiornata al giugno 2013). Continuiamo, scorrendo i nomi alfabeticamente, dal primo con la lettera A. Ha pubblicato 5 articoli su rivista e un libro; quest’ultimo è del 2004 e risulta pubblicato dalla IREF; ma stranamente il codice ISBN è fatto tutto da 9. Come mai? Un mio amico editore mi dice che ciò non sarebbe possibile e che questi codici dovrebbero esser falsi. Possibile? Vado a cercare nel catalogo del Sistema Bibliotecario Nazionale, immettendo editore (che esiste) e autore. Risultato: nessun matching. Sarà sicuramente un errore mi dico e così proseguo. Andiamo agli altri nomi della lista, saltando i professori associati e ordinari/straordinari, in quanto questi hanno conseguito una idoneità nazionale e delle pubblicazioni le devono avere per averla ottenuta. Vediamo pertanto solo i ricercatori a tempo indeterminato. Scopriamo così che su 33 ricercatori a t.d. dei quali il sistema riporta la pubblicazione di libri, ben venti hanno tutti i loro libri con ISBN fatto tutto di 9, nove con ISBN corretto in tutti i loro libri e quattro con ISBN in parte corretti e in parte no. E il bello è che vi sono casi in cui sono riportati un numero assai elevato di libri e tutti con ISBN di 9. Facciamo qualche sondaggio casuale nel caso in cui si tratta veramente di libri (in moltissimi casi sono dati come libri delle introduzioni a libri o dei saggi contenuti in libri) e notiamo che sono diversi i casi in cui non risulta nessuna pubblicazione sull’SBN facendo la ricerca per autore ed editore. Inoltre, ultima perla, quasi tutti i libri, anche se pubblicati in italiano da editori italiani sconosciuti, sono dati come “di rilevanza internazionale”.
    Non abbiamo proseguito sino in fondo, tanto da poter fare una percentuale di casi positivi e negativi. Ma vogliamo un po’ chiarire questa strana situazione, tanto per dare alla Marconi il suo giusto posto tra gli atenei di eccellenza italiani?

  8. Rispondo per quanto mi riguarda:
    Non ho postato l’anagrafe per comprovare l’eccellenza dell’Ateneo, l’ho fatto dato che cercavate disperatamente qualcosa, insinuando la mancanza di trasparenza.

    Personalmente mi interessa studiare con la fama dei professori ci faccio poco. L’Italia vive di fama si sa e se continua così fra un pò farà la fame. Guardi all’UNED(statale) o alla Open University e se la Marconi rimarrà privata datele il tempo che le spetta
    Cordiali Saluti

    • Dario Palermo says:

      Io non mi sento affatto alla ricerca disperata di niente. Sono osservazioni che saltano all’occhio, tutto qui. Altre se ne potrebbero aggiungere, ma lasciamo stare (per esempio sui presidi: sono prestigiosissimi, vero, ce n’è anche uno di 83 anni…). Se gli studenti ne sono contenti, amen… Non si può non osservare però che: 1) l’Università è fatta dai suoi docenti, non si possono scindere le due cose, la fama delle università è fatta soprattutto da loro; 2) l’università pubblica è sotto attacco concentrico, e punta di diamante è l’ANVUR, le cui valutazioni si basano sostanzialmente sulla produttività scientifica dei docenti: perché allora istituzioni che conferiscono titoli che hanno lo stesso valore dovrebbero essere trattate diversamente?

    • Ed è chiaro – per continuare quanto dice Dario Palermo – che nella mia piccola analisi non sono entrato nel merito delle pubblicazioni e sulle loro “stranezze”, sugli errori voluti o inconsapevoli (gli articoli in libri spacciati tout court per libri) e così via. Nè ho menzionato tutti coloro che sono docenti solo con la tesi di dottorato o con una sola recensione o articolo, per non parlare delle lacune nel data base. E poi, siamo sicuri che il parere degli utenti sia il miglior metro per valutare la qualità di un insegnamento e della ricerca scientifica di una università?

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