Nella legge di revisione della spesa pubblica è stato inserito un provvedimento che non ha precedenti nella storia della ricerca italiana: «Gli enti di diritto privato non possono ricevere contributi a carico delle finanze pubbliche. Sono escluse le fondazioni istituite con lo scopo di promuovere lo sviluppo tecnologico e l’alta formazione tecnologica». In altre parole, le imprese italiane potranno accedere ai fondi pubblici tramite fondazioni che abbiano nel loro statuto la promozione e lo sviluppo della tecnologia. Ecco il motivo d’essere del comma 6 dell’art. 4, scritto su misura per l’Istituto Italiano di Tecnologia, una fondazione appunto nel cui consiglio di amministrazione siedono diversi rappresentanti dell’industria privata, e che per il ministro dello Sviluppo Passera «è un buon esempio di come si possa fare bene una cosa, partendo da asset valorizzabili». Stiamo parlando di un istituto che in piena crisi economica, mentre si abbattono sulla ricerca pubblica misure di austerità paragonabili alla scelta tra cappio o fucilata, gode di splendida salute, con i suoi 100 milioni di euro all’anno, 130 milioni di bonus provenienti dalla soppressione nel 2008 della Fondazione IRI e un portafoglio da 40 milioni di euro rastrellati tramite la partecipazione a bandi europei per progetti di ricerca (che, però, ricordiamo, devono essere finanziati per il 50% dallo Stato).

La creazione dell’Istituto Italiano di Tecnologia nel 2003 con decreto legge d’urgenza, approvato con votazione di fiducia, aveva già assestato un grave colpo alla ricerca negli enti pubblici, commissariando nello stesso tempo il Consiglio Nazionale delle Ricerche, abolendo l’Istituto Nazionale di Fisica della Materia e costituendo l’Istituto Italiano di Tecnologia con un finanziamento pubblico di ben 100 milioni di euro all’anno per 10 anni, oltre a una dote iniziale di 50 milioni di euro. Malgrado l’ingente finanziamento i risultati dell’IIT in questo primo quinqeunnio di attività hanno destato numerose polemiche.

Già allora il Governo concentrava tutti i finanziamenti nella ricerca tecnologica e nella ricerca industriale delle imprese. Su questi temi si riuniva il 13 novembre 2003 a Napoli un assemblea di ricercatori che si dichiararono unanimemente contrari alla creazione di un nuovo istituto per la tecnologia, in base alle motivazioni che furono espresse da Gian Tommaso Scarascia Mugnozza, professore emerito di Genetica agraria e presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze:

[…] mi sembra pertinente richiamarmi, per esempio, all’Appello dell’Accademia Nazionale delle Scienze, levato nel corso dell’Assemblea svoltasi l’altro ieri a Napoli nella storica Stazione Zoologica, sulla opportunità di creare ex-novo un grande Istituto Italiano di Tecnologia e, a quanto sembra, anche di una nuova società accademica, detta Collegio d’Italia. A prescindere dalla mancanza di consultazione delle rappresentanze del mondo scientifico, e forse di una approfondita conoscenza della storia, dei condizionamenti e delle vicissitudini degni Enti di ricerca, delle Università, delle società accademiche italiane, a nostro parere sarebbe atto di scienza e coscienza investire, urgentemente ma razionalmente, in formazione, infrastrutture moderne e masse critiche di ricercatori, evitando duplicazioni e sovrapposizioni, proprio in un periodo in cui Università e Enti pubblici, fronteggiando situazioni difficili per carenza di mezzi, si sforzano di innovare il sistema della ricerca scientifica e tecnologica. Non sarebbe più proficuo – nel corso dell’attuale ciclo economico rallentato – rilanciare prioritariamente le attività dei centri di vera eccellenza, al Nord, al Centro e nel Mezzogiorno con robuste iniezioni di investimenti pubblici, con un impiego immediato e indirizzato di parte dei cospicui finanziamenti previsti per le nuove suddette istituzioni?

[…] Occorre tener conto, per esempio, del recente avvertimento del Nobel Joseph Rotblat che appunto esorta a privilegiare i fondamenti etici della scienza, mentre le maggiori attuali motivazioni e acquisizioni della ricerca scientifica sembrano, purtroppo, prevalentemente consistere non tanto nell’avanzamento delle conoscenze e nel progresso intellettuale, ma nel conformarsi all’utilità e agli interessi delle imprese.

Per il governo tecnico, come per il precedente governo, la ricerca scientifica è utile solo se capace di aumentare i volumi d’affari delle imprese. Riferendosi all’IIT, infatti, il ministro Passera affermava: «Qui c’è attenzione per la qualità e soprattutto per le applicazioni della ricerca. È importante trasformare i brevetti in aziende: è il tema delle start-up, strategico per il mio ministero». La strategia del ministero consisterebbe, dunque, nell’attirare nella rete dell’IIT gruppi di ricerca che lavorino su tecnologie già orientate al mercato, brevettare le “scoperte” e tramutarle velocemente in prodotti commercializzabili – come vaccini, farmaci, test per la diagnosi di malattie – da piazzare sul mercato internazionale della ricerca, che con la sua bacchetta magica fa lievitare le quotazioni in borsa delle s.p.a. costituite per l’occasione. I ricercatori italiani si chiedono, però, perché debba essere lo Stato a finanziare tutta questa operazione di maquillage a favore di un’industria vecchia e finanziarizzata che non ha saputo investire nel miglioramento della sua competitività e non ha interesse a restare nel nostro paese per creare lavoro, mentre vengono ridotti all’osso i finanziamenti per la ricerca pubblica e minacciati di chiusura istituti di ricerca di prestigio internazionale. Il settore industriale ha già beneficiato di abbondanti finanziamenti per la ricerca senza apportare alcuna reale innovazione, eppure continua a ricevere aiuti di Stato: il 5 luglio scorso il Ministero dell’Università e della ricerca ha emanato un bando di 655 milioni di euro per lo sviluppo delle tecnologie e anche i fondi europei per la ricerca e la competitività sono stati lautamente distribuiti a diversi gruppi industriali, tra cui Fiat e Finmeccanica.

Per coloro che studiano e lavorano in settori di ricerca lontani da applicazioni immediate sembra non esserci più futuro in Italia, né nelle imprese, dove prevale la logica del profitto a breve termine, né nelle Università, né negli Enti di ricerca, dove il peso dei tagli statali obbliga a modellare l’offerta formativa sulla base dei “gusti difficili” dei partner privati e dove, quindi, fare ricerca pura, quella che ha reso grande il nostro paese per secoli e che ancora oggi è l’unica vera industria italiana, diverrà un lusso che nessuno potrà più permettersi. Circa un decennio fa, il filosofo tedesco Gadamer si accorse del maremoto che stava per travolgere l’Europa: “La rivoluzione industriale – avvertiva – ha di nuovo raggiunto le proporzioni di un’onda immane che tutto sommerge e trascina”. Non immaginava, però, che la nostra penisola sarebbe stata la prima ad annegare.

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2 Commenti

  1. […] 27 luglio 2012 La qualità delle cose che facciamo dipende dalla qualità dell’istruzione che abbiamo ricevuto e dalla qualità degli strumenti che utilizziamo, che son cose che qualcuno ha già fatto, qualcuno che ha ricevuto un’istruzione di qualità e che ha saputo estrarre dai risultati della ricerca pura quello che serve per fare le cose di qualità. Non c’è possibilità di istruirsi se non c’è ricerca (non solo scientifica), l’istruzione è, in ultima analisi, il racconto della costruzione del pensiero e chi ha in mente di costruire le cose deve per forza ricostruire i processi che le possono generare altrimenti, bene che vada, resta un semplice utilizzatore. Quando un Paese è in crisi, una crisi che non è solo economica, che se fosse solo di questo tipo non sarebbe poi un gran problema, chi lo governa pensa di risolverla tagliando a fette i processi che generano il benessere, anche questo non solo economico. Si entra a piedi uniti in meccanismi complessi, forse troppo per chi ha il compito di decidere (che siano politici o economisti), e si estraggono e si conservano solo quelle parti che possono creare valore nell’immediato. Se invece degli economisti avessero messo a governarci i botanici sarebbe stato meglio, secondo me, loro lo sanno che è difficile mantenere in vita un pezzo di un organismo complesso una volta che è stato staccato dal resto. Forse è la fretta, mi pare, ma è una fretta che lascerà macerie.[…] L’unico finanziamento che si ripaga, nel breve e nel lungo periodo, è quello sull’istruzione di qualità e questa viene garantita esclusivamente da una ricerca di qualità e se negli anni passati si son buttati i soldi per mettere in piedi sedi universitarie periferiche dove si son sistemati gli scarti dell’accademia, la prima cosa da fare è chiuderle. Se non è questa spending review, ditemi, che roba è? Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un ritorno a vecchi modelli e che pur rendendo il sistema efficiente ed economicamente sostenibile mancherebbe ancora qualcosa, che ci sarebbe comunque bisogno di una quota di persone in grado di essere immediatamente operative, pronte ad affrontare sin da subito la sfida col mondo del lavoro. È un problema reale che ha ricevuto negli anni varie risposte, dagli stage dei laureandi nelle aziende ai contratti di insegnamento riservati a docenti “esperti” esterni che poi son diventati lo strumento per pagare i precari delle Università. Non so, io per dire a questo punto potenzierei piuttosto realtà come quella dell’ISIA, Università pubbliche a numero chiuso dove non esiste neanche un docente di ruolo ma solo professionisti pagati per insegnare e portare alla laurea i ragazzi attraverso un percorso semi-professionale. È una roba che ha senso? Esiste una soluzione migliore? Pensateci accidenti e subito, invece di continuare a proporre sempre le solite ricette e ripetere sempre gli stessi errori. https://www.roars.it/online/?p=10050 […]

  2. ‘le cinque equazioni che hanno cambiato il mondo’ in uno dei capitoli più belli sottolinea che tutte le scoperte sono state fatte in italia, da italiani…ed ora non c’ è spazio per chi ama il proprio lavoro e crede in quello che fa