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Le vacanze di Francesco Profumo

Il ministro Profumo ha reso noto qualche giorno fa il suo messaggio di buone vacanze al sistema della formazione e della ricerca. Qualcuno potrebbe osservare che il ministro avrebbe più utilmente dovuto controllare, secondo i suoi compiti, la rispondenza degli atti di ANVUR (resi noti in pieno periodo di ferie, nonostante la loro rilevanza) ai decreti attuativi previsti dalla legge 240/2010.

Di ciò, purtroppo, occorrerà occuparsi anche nei prossimi giorni. 

Nel frattempo segnaliamo la lettera aperta con cui A. D’Orsi e P. Bevilacqua rispondono agli auguri di buone ferie di Francesco Profumo.

Caro Ministro,all’inizio della pausa estiva (per chi se la può permettere, e tra noi non tutti possono), vorremmo anche noi condividere alcune riflessioni con Lei.Prendiamo atto del fatto che Lei abbia “potuto toccare con mano la forza di questa grande comunità” che è il sistema dell’istruzione pubblica italiana.

Questa, però, non mostra “la sua centralità” solo in occasione delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale, bensì lo fa tutti i giorni, nella sua dimensione ordinaria. Lo fa accogliendo i figli dei migranti che entrano nelle classi senza conoscere una parola di italiano; lo fa aiutando le persone diversamente abili; lo fa divulgando il sapere senza alcuna distinzione di classe, religione, sesso e lingua; lo fa all’interno di poche e sovente vetuste strutture, con poco personale, in condizioni di lavoro sempre più difficili, con stipendi inadeguati e tra l’indifferenza generale della politica. Non è il caso, Ministro, di riempirsi la bocca con la retorica della patria. Una retorica ingannevole volta a rappresentare un’unità di intenti indotta la quale cozza con l’immagine che oggi l’Italia dà di se stessa: un paese iniquo che discrimina i suoi cittadini in base alla loro condizione di partenza; un paese che costringe quotidianamente chi fa parte del nostro mondo a una concorrenza deteriore cui riesce a fare fronte solo chi ha più le spalle coperte per adeguare le proprie speranze a un presente improbo. Di fronte all’immagine di una pubblica istruzione vilipesa dalla chiusura degli istituti scolastici, offesa dalla perdita progressiva di importanza e di investimenti che il sistema del sapere pubblico subisce ciclicamente, noi non ci sentiamo in dovere di celebrare l’unità armonica della patria, quanto semmai di ripensarla. E non per quella che le potrebbe sembrare una malintesa volontà antinazionale, ma perché abbiamo la piena consapevolezza che non in questa armonia, bensì nella rivendicazione costante e puntuale dei nostri diritti – campo in cui Lei ci sembra debole – si cementano le migliori democrazie nazionali e le “patrie” più robuste. Gli intenti comuni, signor Ministro, non esistono per mera buona volontà, né per quella virtù taumaturgica della retorica cui Lei – con una punta di cattivo gusto – fa ricorso citando l’atroce delitto di una ragazzina per dipingere ai nostri occhi il mondo dell’istruzione pubblica come idilliaco ed entusiasta.Il mondo dell’istruzione pubblica è quello delle scuole con organici insufficienti, con classi sovradimensionate, con i muri scrostati e i banchi spaccati. È il mondo degli studenti “meritevoli”, usando un vacuo termine di cui tanto si è usi riempirsi la bocca, e che però vivono il diritto allo studio come un miraggio, come l’ennesimo riflesso di una concorrenza che non sta allenando i corpi ma li sta uccidendo. Studenti costretti, signor Ministro, ad attacchinare manifesti sui muri delle città o a lavorare sera per sera non per desiderio di autonomia, ma per costrizione che toglie loro possibilità altrimenti concesse a chi, agiato, può concedersi il lusso dell’istruzione.Sì, signor Ministro, nella patria dei cui destini noi dovremmo essere partecipi, l’istruzione è un lusso, come sanno bene i ricercatori precari, inquadrati dentro Università dagli enormi deficit. Donne e uomini spesso costretti a lavorare gratis, che riescono a sopravvivere solo grazie a introiti esterni a quelli ottenibili con la propria professione e che per questo o la vedono dequalificata oppure sono costretti ad abbandonarla. Il mondo dell’istruzione pubblica è fatto di docenti oberati da pratiche amministrative e impossibilitati a svolgere le loro attività didattiche e di ricerca.E quale futuro ci prospetta Lei? Un futuro in cui l’istruzione pubblica torni a essere il fulcro del progresso morale e materiale dell’Italia, spereremmo tutti.Tuttavia si può garantire tale futuro se le notizie che riguardano questo settore ci riferiscono con dolorosa regolarità di tagli e di provvedimenti che devono tradursi in realtà “con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”? Si può garantire tale futuro se alla parola “docenti” si associa sempre e comunque il concetto di “esubero”?Si può garantire tale futuro se ai recenti test di ammissione al cosiddetto Tfa si è assistito a una pagina che definire vergognosa è dire poco, con le commissioni ministeriali che hanno mostrato la loro completa non-conoscenza delle materie sulle quali avrebbero dovuto essere specializzati? Come è possibile che nelle classi di concorso relative alle scienze naturali, all’elettronica e al francese oltre il 40% dei quesiti fosse errato? Come è possibile che nella classe di concorso relativa alla filosofia fossero errate le domande relative a Hume, Pascal, Feuerbach, Descartes e Leopardi (solo per dirne alcune)?Non si può garantire un futuro all’istruzione se i meccanismi selettivi del futuro corpo insegnante sono modellati sul modello dei quiz a premi, svilendo anni di educazione critica alla complessità del sapere che è così ridotto a un offensivo e inutile nozionismo, figlio di una cultura, i cui risultati bene oggi stiamo vedendo, che annichilisce il pensiero critico, e con esso il fondamento del pensiero scientifico, ossia la continua revisione delle nozioni apprese. Signor Ministro, prima ancora che ricercatori e studiosi, noi siamo uomini, non automi. Come tali vogliamo essere trattati e pretendiamo rispetto. Altrimenti la Sua patria è un dato a priori, una nozione come le tante, inutili e spesso anche sbagliate, su cui siete arrivati a richiedere anche un offensivo obolo, dopo anni di studio non garantito e sempre più costoso, ad alcune delle migliori generazioni di studiosi mai nate nel nostro Paese. Non è possibile garantire un futuro in cui l’istruzione pubblica torni a essere il fulcro del progresso morale e materiale dell’Italia se ogni anno agli studenti universitari viene proposto un aumento delle tasse di iscrizione in una escalation che, di fatto, costituisce una lesione al diritto di studio universale così come viene riconosciuto e garantito alla Costituzione Repubblicana.Non esiste futuro per l’istruzione se il mondo della docenza universitaria è precluso ai ricercatori trenta-quarantenni, se il nuovo concorso per le abilitazioni alle docenze universitarie si basa su bizantinismi astrusi (le cosiddette mediane) e non su una valutazione qualitativa e organica del percorso scientifico dei singoli candidati.Non esiste futuro per la pubblica istruzione se non si procede a quella che oggi è la primaria esigenza della istruzione in Italia: un investimento decente, che inverta la consolidata e fallimentare tradizione dei tagli, per consentire un futuro non tanto ai tanti e preparati ricercatori giovani cresciuti grazie al sapere pubblico, ma per consentire che, attraverso la salvaguardia e la riproduzione di quel sapere l’Italia tutta possa quantomeno vivere una stagione di decenza che da anni le manca.Questo cerchiamo e questo vediamo mancare, stupiti dal propagandismo con cui si eludono i problemi concreti del sapere per giocare con dei semplici palliativi quali il tentativo di imporre lezioni universitarie solo in lingua inglese, cancellando con singolare spirito provinciale e omologazionista non solo quell’identità nazionale che a parole tanto si dice di voler difendere, ma secoli e secoli di storia.
Il mondo dell’istruzione pubblica non è, come qualcuno vorrebbe far credere, un luogo improduttivo e parassitario. Dall’istruzione primaria all’università, esso concentra le migliori intelligenze di questo paese, donne e uomini su cui qualsiasi governo mediamente illuminato punterebbe per tentare di farci uscire da una crisi che non è solo economica, ma è anche morale e intellettuale. Un paese che volesse rilanciarsi fornirebbe a queste persone motivazioni e risorse, in assoluta discontinuità con gli esecutivi che hanno preceduto quello di cui Lei fa parte. Invece assistiamo a provvedimenti di facciata quali le pagelle elettroniche, i portali internet che non servono a nulla e a nessuno. Non servono, caro Ministro, novità difficilmente definibili come la “nuvola della scuola” da Lei promessa, bensì elementi tangibili che servano a risollevare l’istruzione pubblica dalla polvere in cui è stata fatta precipitare.Servono investimenti, serve considerazione, serve una ridefinizione dell’istruzione pubblica che svincoli quest’ultima dalla sudditanza al mercato. Non serve un “programma di azione… temerario”, bensì certezze, se non vogliamo affondare definitivamente. Senza una radicale inversione di tendenza rispetto al passato, il momento della ripresa si tradurrà nella più significativa opposizione del mondo della scuola e dell’università che si sia registrato in questi anni.
Buone ferie anche a Lei.

L’Università che vogliamo

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One Comment

  1. Guido Martinotti says:

    Una volta si diceva che il patriottismo era l’ultimo rifugio dei cialtroni. E nei varietà dellla mia adolescenza nei momenti di stanca l’empresario mandava in passerella le ballerine (belle o briìutte ce fossero) ad agitare il tricolore al suono de “l campane di Sangiusto”. La mia idea dell’amor di patrie è diversa, meno se ne parla e più lo si pratica del quotidiano, ma con occhi bene aperti, meglio lo si serve. G

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