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La scommessa del Tirocinio Formativo Attivo: un’altra fiera delle illusioni?

I numeri ci sono tutti per guardare al Tirocinio formativo attivo (TFA), del quale stanno per partire le prime procedure di selezione, come a una vera e propria scommessa. Il rischio è una delle componenti dell’impresa e della competizione, ma in Italia verrebbe da dire che proviamo sempre più un’affezione stretta nel guardare ai grandi progetti di casa nostra con il piglio di una sperimentazione perennemente in corpore vivo.

Del resto, in questa fase di scadenze contingentate forse non si poteva operare diversamente. E l’impegno profuso in così breve tempo dal MIUR per cercare di dare una risposta concreta ai circa ventimila potenziali abilitati di questa nuova tornata formativa che starebbe per partire sconta una tempistica in parte predeterminata.

Si calcola che i neo abilitati con questo nuovo sistema nel 2013 saranno circa ventimila, aggiungendo così al loro portfolio formativo la patente di insegnante. Ma senza però essere sicuri del fatto di poter aspirare in brevissimo tempo a entrare a far parte della grande famiglia degli insegnanti assunti con un contratto a tempo indeterminato. Perché non è ancora detto che questo numero, sebbene contingentato sui bisogni che lo stesso MIUR ha stimato per mano dei suoi uffici regionali, veda direttamente spianata la strada all’inserimento lavorativo effettivo.

Si dovrebbe infatti ‘chiedere’ agli altri circa duecentomila insegnanti abilitati che abitano le graduatorie di tutta Italia ormai da decenni, attraverso quali forme vedranno salvaguardati i loro pluriennali diritti e quale rapporto in termini di precedenza o preferenza intratterranno con i nuovi colleghi. Si ricorderà che qualche anno fa il pacchetto dei trenta punti che attribuiva ai sissini la possibilità di saltare in graduatoria i colleghi scatenò un lungo contenzioso amministrativo.

Pertanto, la possibilità di un salto generazionale a danno dei già inseriti, vista l’esperienza passata, appare poco praticabile, anche se la tentazione di portare in cattedra forze più fresche e potenzialmente più aggiornate sembra essere una delle condizioni che animerebbe l’attuale Ministero.

A fronte di quest’impulso non è dato sapere se è stata definitivamente accantonata l’ipotesi del concorsone, prima annunciata e poi ritirata, che rimetterebbe tutti quanti gli abilitati, vecchi e nuovi, ai blocchi di partenza. Unica soluzione, questa, che eviterebbe di scaldare gli animi di quanti hanno già in mano da tempo l’abilitazione, magari conseguita a seguito di un concorso o per mano dei vecchi corsi abilitanti o di SiSS. Ma che pone ancora una volta di fronte ad un dilemma: qual è il metodo che l’Italia usa per selezionare e formare i suoi insegnanti di scuola?

Il TFA che sta per partire inaugura di fatto nell’arco degli ultimi quasi quindici anni, da quando cioè è stato indetto l’ultimo concorso pubblico di reclutamento, la quarta modalità di formazione/assunzione degli insegnanti (concorsi, corsi abilitanti, SiSS, TFA). Tanto può bastare per dire che la materia non solo è complessa e va maneggiata con cura, ma che tanta liquidità sperimentale forse riflette una non ferma e attenta convinzione di cosa si voglia fare degli insegnanti in questo Paese: in primo luogo come costruirne la carriera e con quale metodo (si spera definitivo) selezionarli – non solo sulla base dei meriti (necessari), ma anche della motivazione (per esempio legata ad un colloquio di orientamento durante le selezioni, che manca nel decreto che disciplina il nuovo TFA). E non per ultimo: come restituire e riconoscere loro lo scippo o l’ablazione di una funzione sociale importantissima, ormai schiacciata dall’ingombrante stigma della sola appartenenza al comparto dei dipendenti pubblici.

Purtuttavia, gli appuntamenti di giugno e luglio previsti dal Decreto Direttoriale del 23 aprile 2012, n. 74 vedranno decine di migliaia di aspiranti affollare ancora una volta le aule universitarie. La coincidenza delle date sul territorio nazionale della prima selezione in ingresso dovrebbe assicurare una prima scrematura, evitando la presentazione in contemporanea su più sedi per la stessa classe di concorso. Ma ciò non esclude che per alcune lauree con crediti a somma variabile sia possibile l’accesso a più classi contemporaneamente. Un esborso di denaro consistente per gli aspiranti, che dovranno versare una media di circa cento euro solo per essere ammessi alla prima delle tre prove previste (al test preselettivo seguono una prova scritta e un colloquio). Senza contare le almeno duemilacinquecento euro a seguire che si dovranno sborsare per frequentare l’anno di corso. Cifra ragguardevole, se si tiene conto del fatto che essa raggiunge quasi lo stesso tetto della SiSS biennale, ma a fronte di un’offerta formativa che dura la metà del tempo.

Ma sono in questo momento soprattutto gli aspetti organizzativi a tenere banco. La lettura del DM 249/2010 per quanto possa apparire distesa offre notevoli perplessità sulla fattibilità del rispetto della tempistica. Sarà infatti poco praticabile l’insediamento in tempi brevi del CCT (Consiglio di corso di Tirocinio), il cuore progettuale e organizzativo del nuovo TFA, a cui partecipano i tutor coordinatori (che sostiuiscono nel lessico i docenti supervisori), i docenti universitari, rappresentanze studentesche e della dirigenza scolastica, se la fase di espletamento delle prove e la composizione delle classi non verrà prima ultimata. Difficilmente tutti gli atenei metteranno in moto la macchina, compresa la nomina dei docenti disciplinari, senza prima avere in mano i numeri definitivi. D’altra parte, i dirigenti scolastici attendono proprio tali numeri per designare i loro tutor (coordinatori e d’aula) e prospettare agli uffici competenti entro il 31 agosto la situazione dell’organico, in modo da chiedere in tempo il semiesonero per i tutor coordinatori, selezionati sempre dall’università. Un incrocio di scadenze che ‘incastra’ università e scuola, mondi che agiscono secondo logiche e procedure differenti, tenuto anche conto dell’attuale fase di transizione che attraversa la prima.

Al fine, poi, di armonizzare l’operato del sistema universitario su tutto il territorio nazionale è attiva presso la CRUI una task force che si sta occupando di stendere alcune linee guida col preciso scopo di evitare che i CCT possano operare in modo del tutto scoordinato tra loro, dando luogo a percorsi formativi alquanto differenziati. A queste raccomandazioni si presume che i CCT ‘locali’ cercheranno, di massima, di agganciare sul versante delle linee formative pratiche, tranne alcune varianti proposte dal decreto, parte degli schemi organizzativi già collaudati in precedenza dalle SiSS e le buone pratiche pregresse.

In breve, all’università spetterà ancora una volta gestire l’intera procedura amministrativa, le selezioni dei tutor coordinatori, e attraverso la dirigenza del CCT affidata ad un suo docente curare l’integrazione di tutte le attività formative (teoriche e laboratoriali), l’organizzazione e il loro trasferimento in forma pianificata alla catena docenti universitari/tutor coordinatori/tutor didattici. Alle scuole spetterà di diritto la progettazione del percorso di tirocinio in classe, “che contempla una fase osservativa e una fase di insegnamento attivo”, concertata sempre col consiglio di corso di tirocinio (DM 249/2010 art. 10, comma 3, lett. b). Una responsabilità gestionale, quella del CCT, da verificare interamente sul campo (in sostituzione dei coordinamenti SiSS e della figura del Direttore), che si ripresenta questa volta in forma più democratica e allargata anche alla componente studentesca e come ulteriore occasione per riallacciare (in attesa del c.d. ‘Decreto sul merito’) la continuità formativa tra scuola e università, nonché passo iniziale per rimettere mano a un affinamento delle pratiche didattiche sperimentali, vero cardine della formazione docente.

Sulla riuscita del percorso non è possibile al momento azzardare alcuna ipotesi. Ma la ripresa della tesaurizzazione pregressa della SiSS potrebbe aiutarne non poco la ripartenza, dimostrando alla parte politica che scommettere sulla formazione dei docenti può essere anche un vantaggio per riqualificare il settore. Da ultimo, vorremmo annotare che forse un’equa ripartizione degli introiti provenenti dalle tasse di iscrizione, anche in via simbolica, nei confronti delle scuole per ‘aiutarle’ a migliorare la loro offerta formativa e di servizio alla comunità, sarebbe stata il segno di un’attenzione al sistema nella sua globalità. Ma conviene attendere: questa sperimentazione è solo agli inizi.

 

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