Chi volesse farsi un’idea degli orientamenti dei quattro neoconsiglieri Anvur, può leggere sul sito del Miur le loro linee programmatiche. Una lettura istruttiva e non priva di sorprese. Per esempio, le curiose coincidenze, tra pezzi, non virgolettati, dell’elaborato di Paolo Miccoli e brani tratti da quattro fonti non citate. Presi tutti assieme, gli elaborati di quattordici dei quindici selezionati dal search committee offrono uno spaccato surreale delle competenze e della personalità dei professori che si candidano alla guida dell’Anvur. Una specie di versione accademica degli ingenui temi scolastici raccolti dal maestro Marcello D’Orta nel volume “Io speriamo che me la cavo”. Ma le speranze ci cavarcela non sono per niente buone, se pensiamo che è da questa rosa che l’anno prossimo verranno selezionati altri due nuovi componenti del direttivo ANVUR.

È solo questione di ore prima che i quattro designati dal ministro Giannini ottengano il parere favorevole della Commissione cultura della camera, ultimo scoglio prima di entrare nel Consiglio direttivo dell’Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione dell’università. Chi volesse farsi un’idea dei loro orientamenti, ma anche della loro personalità, può leggere sul sito del Miur le linee programmatiche da loro presentate al momento di candidarsi. Una lettura istruttiva e non priva di sorprese.

Per fare un esempio, Paolo Miccoli cita il volume Venere allo specchio, “di cui ha personalmente scritto l’Introduzione”. Quel “personalmente” sembra un avverbio di troppo. O forse no. Alla luce delle curiose coincidenze, documentate sul blog www.roars,it, tra pezzi, non virgolettati, dell’elaborato di Paolo Miccoli e brani tratti da quattro fonti non citate, potremmo persino pensare ad un lapsus.

A suo modo rivelatore di strati profondi è pure ciò che scrive Daniele Checchi, secondo il quale le classifiche di riviste scientifiche “sono diventate un criterio di scelta quasi obbligatorio per la sottomissione di articoli”. Meno sottomissione obbligata e più spontaneità per Susanna Terracini, che, lanciandosi in ardite metafore neuro-botaniche, auspica una “valutazione approfondita su base volontaria” perché solo così si “avvera quella sinapsi fra ricerca accademica e società civile che rappresenta la linfa ed il fine ultimo sia della ricerca che della formazione superiore”. Raffaella Rumiati, pur avendo più di dieci pagine a disposizione, se l’è cavata con un tema di una pagina e mezza. Poche ma sentite parole all’insegna del verbo “dovere” che ricorre non meno di dieci volte su 427 parole. Se si considera che il compenso annuo dei componenti del direttivo è pari a 178.500 Euro per un mandato di quattro anni, le sue sono anche parole d’oro: più di 1.600 Euro l’una.

Il Ministro Stefania Giannini era tenuto a designare quattro componenti entro una rosa di quindici nominativi, a loro volta indicati da un apposito Comitato di selezione che ha scremato ben 121 candidature. A dire la verità, pure gli elaborati degli altri undici selezionati si prestano a chiavi di lettura, per così dire “post-ideologiche”. D’altronde, le categorie tradizionali appaiono del tutto insufficienti a incasellare chi scrive che “Il più grande timore mio e della mia compagna è che, se mai qualcosa ci sottraesse prematuramente ai nostri figli, questi possano comunque essere portati a crescere con la mente aperta e pronti ad immergersi nella complessità del Mondo senza timore. Molto ho con lei discusso sul fatto che il mio eventuale periodo di lavoro in ANVUR li priverebbe della mia presenza durante la settimana. Più ne discutevamo, più emergevano aspetti positivi: il vivere appieno e intensamente i weekend di ricongiungimento famigliare, le frequenti loro gite in una splendida Roma, la rapidità del Freccia Rossa per le emergenze, ecc.”.

Presi tutti assieme, quattordici dei quindici elaborati offrono uno spaccato surreale delle competenze e della personalità dei professori che, scopertisi paladini della valutazione, si candidano alla guida dell’Anvur. Una specie di versione accademica degli ingenui temi scolastici raccolti dal maestro Marcello D’Orta nel volume “Io speriamo che me la cavo”. Al punto che i deputati M5S hanno presentato un’interrogazione al MIUR perché siano resi noti i criteri di selezione. Ma le speranze ci cavarcela non sono per niente buone, se pensiamo che è da questa rosa che l’anno prossimo verranno selezionati altri due nuovi componenti del direttivo ANVUR.

Le parole d’ordine della valutazione ci hanno già regalato classifiche, sbandierate come “fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata della qualità della ricerca italiana”, in cui l’ingegneria industriale e dell’informazione del Politecnico di Milano arrancava dietro Messina. Oppure l’inserimento di una rivista che si autodefinisce “punto di riferimento imprescindibile per gli allevatori di suini”, nella lista di riviste scientifiche su cui è utile pubblicare per diventare professore nelle scienze economiche e statistiche. Tutto ciò al modico costo di 100.000 Euro a delibera, pur includendo nel conto le delibere non pubblicate, vale a dire 92 su un totale di 95 nel corso del 2014.

Al di là delle amenità, rimane il dramma dell’università italiana, oggetto di riforme ad alto tasso di ideologia, che offrono il milieu ideale per una nuova razza di ambiziosi scalatori accademici.

Una versione ridotta è apparsa sul Manifesto del 24.09.2015

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7 Commenti

  1. La logica della follia è affascinante finché non nuoce a se stessi o agli altri. Mi riferisco a ciò che è ricostruibile in base ai dati riportati dagli elaborati. Mi era sfuggita a suo tempo la tristissima “Il più grande timore mio e della mia compagna è che, se mai qualcosa ci sottraesse prematuramente ai nostri figli, ecc.” che se coniugata alle speranze luminose di svago weekendista dell’unita famigliola, ci offre un intimo familiare degno di Harmony. So bene che è scorretto giudicare il tutto da qualche dettaglio, ma mettendo insieme, come ha fatto De Nicolao, questi pezzi di elaborati di persone che si presentano per occuparsi a livello nazionale di valutazione delle università e della ricerca, mentre apparentemente non riescono a dominare e a valutare nemmeno un proprio scritto programmatico di poche pagine, la cosa cambia di aspetto e di significato. Questa ‘apparenza’ è la sostanza (oltre ai principi ideologici di sottofondo di chi ha selezionato), sono veneri allo specchio che si compiacciono di se stessi, rendendosene conto o meno, non importa. Per attenuare, assegno una parte della responsabilità alla scrittura digitalizzata dove se non si è vigili si cade nel soliloquio. Come forse sto facendo anch’io.

    • Dimenticavo quest’aspetto secondario. Ma non sta bene fare i conti nelle tasche altrui. Del resto non è mai stato detto, come per altre nuove implementazioni, che si sarebbe dovuto svolgere a costo zero. Sempre che questo c.d. costo zero, laddove non ci sono allocazioni speciali, possa effettivamente essere costo zero; io non ci credo perché il lavoro è lavoro, se devi fare qualcosa di nuovo in più, dove per forza togliere lavoro da un’altra parte, mica si allunga la giornata. Immagino che per svolgere e accumulare tutte queste attività elencate di studio, didattica, ricerca, coordinamento, direzioni di fondazioni e quant’altro, si devono avere dei collaboratori che vanno pagati. Mica faranno personalmente le ricerche bibliografiche, le correzioni di bozze ecc. come i semplici mortali.

  2. Scusate l’off topic (apparente).
    Avverto, leggendo alcuni degli elaborati, la stessa sensazione che ho provato alle superiori quando, scrivendo il compito di italiano, badavo più ad assecondare i punti di vista della professoressa piuttosto che scrivere quello che pensavo fosse giusto (ebbene sì alcune volte ho dovuto sfangare, fiù)…
    una sensazione fastidiosa di incapacità e mediocrità.
    Ovviamente i voti migliori li prendevo proprio in queste occasioni.

    Giusto per confronto, con tutti i software antiplagio esistenti in ambito scientifico che non ti permettono quasi neanche di citare allo stesso modo di un precedente articolo, sarebbe stato facile “VALUTARE” in modo corretto gli elaborati.

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