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Il grado di proprietà nella produzione scientifica

E’ da un po’ di tempo che ho la sensazione che l’Italia sia una provincia dell’impero, dove per impero si intende la parte di mondo dove la cultura, l’educazione e la ricerca scientifica sono temi considerati importanti, ben finanziati e, in definitiva, di grande rilevanza sociale.

 Ma adesso ne sto acquisendo certezza, vedendo il crescente, infantile, entusiasmo di
molti settori della nostra accademia riguardo all’uso ed abuso degli indici biblio-scientometrici. Dopo tanti anni in cui nessuno parlava di valutazione, ritenendo che fosse un inalienabile privilegio del docente universitario, oltre quello di avere due anni sabatici ogni dieci o di avere due anni di collocamento fuori ruolo e quant’altro, il non essere sottoposto ad alcun “controllo di produttività” che umiliasse la nobiltà dell’espletamento del suo pensiero, adesso siamo sommersi da un’orgia di tentativi di valutare i docenti con metodologie internazionalmente riconosciute come inefficaci, nel migliore dei casi, o fortemente negative, nella maggioranza dei casi. Insomma, stiamo passando dall’avere professori ordinari che, dalla cattedra in poi, non venivano mai più valutati a un’epoca in cui i ricercatori e dodenti verranno valutati tramite pesi che attribuiscono loro più o meno la valenza di fette di prosciutto o di pezzi di caciocavallo da pesare, appunto, all’etto nelle salsamenterie.

Mentre nei paesi scientificamente e culturalmente avanzati si è arrivati da tempo
alla conclusione che le metodologie di valutazione del lavoro scientifico di enti e istituti sia cosa ben diversa che la valutazione dei singoli ricercatori o docenti, da noi si attiva ora un farraginoso meccanismo che non tiene in conto questo elemento di base. Siamo
indietro, come sono indietro le provincie rispetto al centro dell’impero. Da noi pare che l’ovvia considerazione che cio’ che davvero conta quando si parla di ricerca sia il risultato scientifico stesso (c’è? è rilevante? quanto è rilevante? che impatto può avere?) non sia tenuta in conto, di fronte alla voglia di misurare il lavoro scientifico col bilancino del droghiere.
Da qui il parlare e straparlare dell’utilizzo di indicatori quali l’ormai obsoleto indice di Hirsch, o il numero di citazioni o l’impact factor cumulato, e cosi’ via. Tutti parametri che all’estero vengono usati dai valutatori (che appartengono a strutture terze, a vere agenzie, un po’ diverse quindi dalla nostra Agenzia di Valutazione dell’Università e Ricerca) come materiale “istruttorio” utile per la valutazione di enti, istituti o gruppi di ricerca (non certo di individui) come mero apporto al ben più importante peer reviewing. E’ evidente a tutti che Einstein o Planck o Sabin o altri sono importanti per quello che hanno scoperto e non perchè avevano un indice H elevato o un alto impact factor (e non ce li avevano tanto alti… è più facile essere citati scrivendo articoli scientifici nel “main stream” piuttosto che scrivendo articoli molto innovativi…). Ma mi fermo qui su queste considerazioni, che so che i lettori di ROARS già conoscono e, credo, condividano.
Voglio però dire qualcosa riguardo un aspetto di questo lavoro sulla valutazione
della qualità della ricerca che mi risulta si stia facendo e di cui ho avuto notizia e che mi ha colpito e preoccupa in modo particolare. Innanzitutto, non è chiaro se e quanto il lavoro attualmente in corso riguarderà anche la valutazione deigli individui, cioè dei singoli ricercatori di università e enti di ricerca. Nonostante si dica, da parte degli
attori del procedimento valutativo da poco iniziato, che non riguarderà direttamente gli individui, io mi permetto di essere ugualmente preoccupato. Infatti, la banca di dati che si sta mettendo su identifica in ogni caso le pubblicazioni dei singoli e, da quel che io sappia, non è ancora chiaro se e quanto i singoli possano intervenire sulla definizione del proprio archivio di pubblicazioni.

In questo contesto di scarsa chiarezza, e tenendo conto che sperabilmente entro l’anno partano le abilitazioni nazionali previste dalla legge n.240/2011 (legge Gelmini) la preoccupazione mi sembra più che motivata. E’ intuitivo pensare che le modalità di valutazione degli enti che si stanno avviando verranno probabilmente mutuate anche per gli individui. Ed allora, la scarsa o nulla considerazione che attualmente viene data alla questione del grado di proprietà dei prodotti scientifici mi sembra gravissima.
E’ già pochissimo accettabile che le pubblicazioni su riviste scientifiche non vengano pesate col numero degli autori quando essi sono in atenei o enti di ricerca diversi, al solo livello di valutazione di atenei e enti.
Diventa assurdo quando l’indifferenza di valore tra un articolo a una firma sola e uno a molte firme viene applicato al giudizio sull’individuo. Fermo restando che ciò che conta è innanzitutto l’apporto scientifico di un lavoro (cioè la sua qualità), capisco che a livello di valutazione degli individui al fine di immetterli o meno in una lista di abilitazione nazionale sia necessario ricorrere a una qualche considerazione preventiva della quantità della produzione scientifica. Non è però ammissibile che tale quantità sia indipendente o poco dipendente dal numero di autori dei prodotti scientifici presentati.

 

In altre parole, se un articolo scientifico è scritto da dieci autori invece che da
uno solo, non deve quantitativamente essere attribuito a tutti e dieci autori come singolo articolo esattamente come l’articolo del singolo autore. Sarebbe una biblica moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ma che non torna utile a tutti, come tornò quella moltiplicazione biblica. sarebbe invece la vittoria dei forti sui deboli: i grandi gruppi che lavorano in grandi progetti sperimentali (tipo quello che ha portato alla grande scoperta, ohimè pare sbagliata, che il neutrino corre più veloce della luce nel vuoto) avranno valutazioni individuali enormi perchè ogni articolo scritto in decine di autori (e certe volte ho il sospetto che molti di loro sappiano a mala pena nemmeno di esserne coautori) vale come singolo articolo per ogni autore. Un ingenuo avrebbe pensato: se un articolo è firmato da N=10 autori, quest’articolo dovrebbe valere 1/N=1/10 per ogni autore, cioè il 10%. No! Vale 1, cioè il 100%, per ognuno.

Per avere un’idea, adottare questo strampalatissimo criterio di proprietà corrisponderebbe all’esempio che adesso porto. Immaginate che 10 amici decidano di acquistare insieme un’obbligazione del costo di 10.000 euro rilasciata da un istituto di credito. L’istituto garantisce per quest’obbligazione un rendimento del 4% lordo annuo. Dopo un anno i dieci amici si recano, separatamante, a chiedere l’incasso della cedola e pretendono, ognuno, il 4% loroo dei 10.000 euro. Di fronte agli allibiliti funzionari dell’istituto di credito che dicono: “ma il 4% lordo è in unica soluzione, mica possiamo dare il 4% lordo a ognuno dei comproprietari dell’obbligazione”, gli sdegnati comproprietari dell’obbligazione dicono “ma come? e allora perchè con i nostri articoli scientifici scritti anche loro da noi dieci tutti insieme autorevolissimi rappresentanti dell’establishment culturale ritengono che valgano per intero ogni volta per tutti noi?”. E’ inutile dirvi che il funzionario penserebbe che la cosa migliore da fare sia chiamare uno psichiatra.

Da quanto detto, chiunque è in grado di dedurre che la possibilità di progressione di carriera di chi è inserito in un grande gruppo di ricerca dove si scrivono tanti articoli tutti insieme, magari agli ordini di un capo capace di raccogliere fondi, sarebbero ingiustamente molto più grandi di chi lavora da solo o in piccoli gruppi, magari perchè dedito a un’attività più teorica e quindi di minore immediata applicabilità.

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One Comment

  1. Paolo Rossi says:

    Non si puo’ non concordare con Capuzzo Dolcetta sul fatto che esiste un problema, potenzialmente grave, nella valutazione (anche soltanto quantitativa) dei lavori in collaborazione. A mio parere sarebbe importante formulare proposte di soluzione e confrontarle con i dati: dividere per il numero degli autori NON e’ una soluzione, sarebbe come dire che collaborare e’ inutile, anzi dannoso, e si stimolerebbero comportamenti opportunistici (ad esempio spezzare i lavori separando le firme). Mi piacerebbe che si aprisse una discussione concreta.

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