burocrazia

I problemi veri della ricerca: acquistare un hard disk da 52 euro

Mentre si discute di come spendere gli spiccioli, si lanciano letteralmente dalla finestra milioni di euro in fondi di ricerca europei, perché non si può pretendere di essere competitivi con le collette. È improrogabile che questa situazione, comune in modo simile a tutte le amministrazioni pubbliche, sia affrontata a livello centrale. Non occorre una ministra laureata per capirne l’urgenza.

La ricerca non può essere competitiva con le collette.

Ecco un esempio di quali siano le difficoltà di “fare ricerca” oggi in Italia. Recentemente, dovevo eseguire con la mia collega Laura l’analisi di un campione di sangue tramite uno strumento molto sofisticato, l’NMR (Risonanza Magnetica Nucleare). Questa tecnica si può impiegare in numerose applicazioni, per esempio: determinare la struttura dei composti chimici di sintesi o isolati dalle sostanze naturali come potenziali farmaci; monitorare i metaboliti nelle urine dei pazienti che hanno assunto una determinata medicina; capire il funzionamento delle “macchine molecolari”, l’area di ricerca nella quale è stato assegnato il Nobel 2016 per la chimica. In totale, uno strumento NMR (400 MHz) costa circa 400.000 euro ed è usato costantemente non da uno solo, ma da numerosi ricercatori. Per mantenere il campo magnetico ogni sei mesi devono essere ricaricati circa 60 litri di elio liquido (del costo di circa 1000 euro) e ogni settimana circa 60 litri di azoto liquido (circa 100 euro), indipendentemente se si utilizzi o meno lo spettrometro, altrimenti questo si “spegne” e per riattivarlo occorrono decine di migliaia di euro. Una parte del tempo macchina è dedicato a contratti esterni, che possono fruttare all’università pubblica qualcosa come 100.000 euro l’anno.

La mia collega Laura aveva particolarmente fretta di eseguire l’analisi e si è tolta il suo sangue. Arrivati allo strumento, si è bloccato tutto. Dopo una veloce diagnosi, il problema è stato individuato nell’hard disk del PC che controlla tutto lo spettrometro. L’hard disk si può sostituire facilmente al costo di 52 euro. Come ottenerlo? Una volta, esisteva un piccolo fondo cassa che permetteva di rimborsare alcune spese urgenti tipo questa. Adesso, la procedura è la seguente: 1) si va sul sito del MEPA (mercato pubblica amministrazione), sperando che il sistema non si blocchi; 2) si cerca (se c’è) un hard disk con le specifiche tecniche adeguate; 3) si verifica che il prezzo sia il più basso possibile, anche se il negozio che lo vende dovesse essere a Lampedusa; 4) si verifica che il negozio di Lampedusa sia disposto a spedire l’hard disk nel resto d’Italia; 5) si richiede un CIG, un numero di offerta obbligatorio per gli acquisti all’interno della Pubblica Amministrazione; 6) si attiva sul sito del MEPA una procedura pubblica per ottenere l’offerta della ditta, attendendo i tempi tecnico-burocratici necessari (eventuali richieste di chiarimenti, redazione ed invio dell’offerta); 7) si presenta l’ordine di acquisto per l’hard disk; 8) il RAD certifica che il ricercatore che sta eseguendo l’ordine abbia sufficienti fondi di ricerca; 9) il RAD firma l’ordine; 10) l’ordine è controfirmato dal responsabile legale della struttura ; 11) l’ordine è inviato da un impiegato preposto; 12) si attende che arrivi l’hard disk, sperando che nessuna delle persone citate abbia un’influenza e non possa venire al lavoro. Piuttosto che rimanere con le mani in mano e bloccare le attività di ricerca per un periodo imprecisato, la soluzione più naturale è stata quella nella foto: una colletta, la quale ha permesso di ricevere l’hard disk nel giro di ventiquattr’ore e ripristinare lo strumento in piena efficienza, il quale ora funziona giorno e notte (in automatico) per smaltire il lavoro arretrato. Il problema non è stato la mancanza di fondi, perché tramite contratti esterni quella piccola cifra è disponibile. Non sono solo necessari “più soldi per la ricerca” ma soprattutto degli iter semplici per impiegarli. Non intendo criticare il MEPA o specifiche amministrazioni, ma è importante sottolineare che in alcune situazioni specifiche il ricorso a procedure complesse non costituisce un risparmio reale.

Qualcuno dovrebbe chiedersi perché il mondo della ricerca sia obbligato al MEPA ma non lo sia un’azienda come la RAI ad esempio  che riceve 2 miliardi di euro di finanziamento pubblico tramite il canone e solo 600 milioni dalla pubblicità.

Il fatto che le strutture pubbliche, essendo costrette ad applicare la legge, debbano emanare regolamenti davvero farraginosi per le piccole spese è causa di inefficienza e ha un costo enorme. L’Italia regala agli altri stati europei circa 300 milioni di euro l’anno di fondi di ricerca.

Mentre si discute di come spendere gli spiccioli, si lanciano letteralmente dalla finestra milioni di euro in fondi di ricerca europei, perché non si può pretendere di essere competitivi con le collette. È improrogabile che questa situazione, comune in modo simile a tutte le amministrazioni pubbliche, sia affrontata a livello centrale. Non occorre una ministra laureata per capirne l’urgenza.

Ringrazio chi ha contribuito a questo post e alla colletta.

 (apparso anche sul Blog del Fatto Quotidiano)

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33 Comments

  1. Marco Bella says:

    Segnalo sull’argomento l’articolo di Peter Gomez, direttore della testata on-line de “IlFattoQuotidiano”

    http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/la-burocrazia-uccide-le-persone-e-la-decenza/

  2. Questo articolo che individua l’unico e vero problema dell’Università, fa il paio con quello di Casagli di qualche giorno fa. Perché questi sono gli unici problemi veri dell’Università? Perché se non si risolvono questi problemi non si lavora!
    Perché allora questi non vengono riconosciuti da tutti come gli unici e veri problemi dell’Università? Perché nell’Università quasi nessuno lavora!
    E allora forse, il fatto che quasi nessuno lavora, è il vero ed unico problema dell’Università.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      “il fatto che quasi nessuno lavora, è il vero ed unico problema dell’Università”
      ____________________
      Come battuta è buona. Senza negare nessuno dei problemi (finanziamento e modalità di distribuzione -vedi PRIN- in testa), il fatto che non si possa comprare un hard-disk con fatica e tempi decenti, demistifica in colpo solo il cumulo di retorica su eccellenza, attrattività, fannulloni, etc che ci sommerge giorno dopo giorno.
      ====================
      “Perché allora questi non vengono riconosciuti da tutti come gli unici e veri problemi dell’Università? ”
      ____________________
      Da quello che mi dicono i colleghi e dai semplici dati di lettura dei post di Casagli e Bella a me sembra che siano riconosciuti come veri problemi (che siano gli unici solo un ingenuo lo sosterrebbe, ma se ti mandano sul fronte e per avere le pallottole devi aprire una interminabile procedura CONSIP, le strategie errate dello Stato Maggiore passano persino in secondo piano, perché sei morto da subito).

  3. ci_credevo says:

    Questo è il problema numero 1 a mio parere dell’Universitá, con situazioni paradossali come queste. Capita spesso di avere sudato e vinto fondi di ricerca e non poterli usare tempestivamente, questo è il gap competitivo da colmare.

    Spesso volentieri vedo colleghi che si devono rinunciare ad incassare dei fondi perchè portarli all’interno dei dipartimenti vuol dire non poterli più usare, anche spesso e volentieri mancano competenze e professionalità delle amministrazioni per supportare il ricercatore.

    Aggiungo che un altro balzello che sta creando non poche difficoltà è l’impossibilità di remunerare un collega straniero extra UE che non ha un visto come lavoratore. Ovvero si chiederebbe ad un collega che tiene una conferenza di una giornata di premunirsi di un visto dedicando due giornate in uno zelante consolato italiano o ambasciata per poter essere pagato per il lavoro che sta facendo. Ovviamente il gioco non vale la candela e quindi il collega non verrà mai, a proposito di attirare talenti (tutto questo grazie all’art.27 comma C sull’immigrazione. Un Paese alla sbando.

  4. … ma il fatto quotidiano vuole quasi 180 euro affinchè io rilegga quello che ho già letto qui?

  5. La riforma Gelmini, ha voluto mettere sotto controllo la spesa. In pratica, questo si traduce in un aumento della burocrazia. Sono infatti necessari numerosi passaggi per acquistare qualsiasi cosa. L’accentramento delle funzioni amministrative, ha fatto si che le procedure di spesa diventano lunghe e farraginose. Aggiungiamo tutte le varie procedure amministrative (accreditamento dei corsi ecc. ecc., rapporti ecc. ecc.) e siamo arrivati allo scadimento se non alla paralisi della didattica e della ricerca. La valutazione della ricerca è già stata ampiamente trattata su questo blog: anche qui burocrazia. Aggiungiamo le procedure per concorrere ai finanziamenti della ricerca, Prin e progetti europei: altra burocrazia sterminata. Questo ha portato all’ascesa dei burocrati negli atenei, come già avvenuto altrove, ad esempio nella sanità. L’ascesa dei burocrati, ovviamente, sottrae risorse, anche di tempo prezioso, alle altre componenti , docenza e studenti. La funzione docente è stata ampiamente squalificata, gli studenti sono visti come clienti, mentre la funzione burocratica è stata ampiamente valutata, sia in termini reali (retribuzioni e potere burocratico) che in termini simbolici. Gli atenei sono oggi delle grandi macchine in mano prevalentemente alla burocrazia, che non è più una struttura di servizio, ma è una funzione autoreferente parallela e drenante risorse. Gli stessi docenti, sono trasformati per lo più in burocrati. La burocrazia, dipende essenzialmente dal potere politico, soprattutto quella europea e dei progetti europei. Il rapporto, il necessario controllo, sul potere politico da parte del cittadino non esiste più (reazione: i Trump di turno, che arriveranno anche da noi). Aggiungiamo che la competizione selettiva, fatta male, accontenta pochi e danneggia molti. Il sistema continua, malamente, ad andare avanti, pur avendo perso molte posizioni nelle classifiche internazionali, grazie proprio al fatto che non deve rendere assolutamente conto a nessuno esternamente del proprio operato. In Italia, manca assolutamente la competizione degli atenei privati. Manca assolutamente il doppio binario, e un pò di sana concorrenza. La soluzione potrebbe essere quella di favorire la creazione di università private non-profit, sottratte al sistema politico, che creerebbero posti nuovi di lavoro, e un po’ di sana concorrenza, con conseguente eliminazione delle burocrazie, e quindi maggiore efficienza anche nel pubblico.

  6. Potrei raccontare decine di storie personali come queste. Storie che partono dallo spendere pochi euro per acquistare un hard disk fino ad arrivare all’acquisto di prodotti venduti esclusicamente dal produttore su web e tramite carta di credito (ho dovuto io anticipare centinai di euro per vedermi rimborsare i soldi dopo mesi e mesi di attesa). Ma ho visto a volte anche situzioni complesse risolte in pochi giorni. Questi per dire che il problema a volte non è la burocrazia ma i burocrati. Resta di fondo il problema che non è possibile essere competitivi in un settore come la ricerca che si confronta con realtà internazionali molto più dinamiche e snelle. Mentre fuori il mondo corre a velocità sempre maggiori noi siamo sempre più lenti.

    • Bravo. Il vero problema sono i burocrati, ne sono convinto. Ma resta il fatto che la funzione dirigenziale (Rettori, Direttori, etc) è affidata ai Professori. Questi avrebbero il dovere di individuare i problemi e risolverli, costringendo i burocrati a fare quello che devono fare. Di tutte le lungaggini, complicazioni, procedure assurde nessuna poggia su Leggi dello Stato. Casomai alcune sono determinate da Regolamenti non richiesti ed assurdi redatti dai Docenti. Quindi ritorniamo al problema iniziale: questi problemi esistono perché i Docenti non se ne curano. E se possono non curarsene vuol dire che non lavorano. Banale conseguenza della logica e della ‘causa effetto’. Quindi il vero problema, ed unico, dell’Università è che essa non può funzionare, perché la sua classe dirigente non lavora e non ha mai lavorato, o comunque la possibilità di lavorare è ritenuta secondaria rispetto ad ‘altre’ priorità. C’è poco da fare, ma è così.

    • Alberto Baccini says:

      Ieri sono entrato in aula alle 9:30 e sono uscito alle 19, con una pausa per il pranzo di mezz’ora. Sono anche andato un paio di volte in bagno. Il giorno prima più o meno lo stesso (10-19:15, sempre con la stessa pausa pranzo, e con le pause per il bagno). Ora ho capito: non stavo lavorando.

    • Salvatore Valiante says:

      Moltissimi potrebbero elencare episodi simili (ma non credo sia questo il senso dell’articolo), in alcuni casi senza neanche chiedere il rimborso perché si tolgono molti soldi ai pochi fondi di ricerca e si preferisce pagare di tasca propria.

      Quel che è triste è che qualche collega in vena di generalizzazioni mediocri pensa che nell’università non si voglia lavorare, senza essersi minimamente accorto che:
      -quelli che ha elencato (rettori, direttori) NON devono rispondere ai propri elettori visto che è a mandato unico, plenipotenziario con la corte ricca di cortigiani proni;
      – i regolamenti, sebbene assurdi, sono figli di Leggi dello Stato e di indirizzi ministeriali;
      – lo spirito del tempo, il vento verticistico che soffia nelle università italiane ha trasformato DIRETTAMENTE i docenti in burocrati. NON c’è più alcuna distinzione reale tra i due ruoli; alcuni si sentono soddisfatti altri no nella nuova posizione di segretaria sulle ginocchia del capoufficio.
      Si potrebbe dire, è il mercato(delle vacche), baby.

      La 240/2010 doveva portare efficienza, competitività, lotta ai fannulloni, cancellazione del baronato, premi ai “meritevoli”.
      Quello che si vede, DOPO 6 anni passati ad applicare TUTTI i regolamenti ministeriali in tema, è:
      -inefficienza del sistema (come prima);
      -competitività per le risorse di base (in diminuzione e non aggiuntive) a COMPLETO FAVORE di una porzione ristretta promossa per “MERITI” a gestore di posti precari e finanziamenti enormi per progetti dubbi (HBP, ne vogliamo parlare?);
      -“fannulloni” pochi in percentuale esattamente come prima ma in compenso carestia diffusa anche per quelli che si SMAZZANO dal mattino alla sera mandando avanti la baracca.

      Che poi il corpo docente sia variegato in composizione, non diversamente da altre categorie lavorative, non è una novità; ma leggere le banali generalizzazioni della presunta mancanza di funzionalità dell’università dovute SOLO al fatto che la “classe dirigente non lavora e non ha mai lavorato” fa capire che il lavoro di annullamento del pensiero critico è partito da tempo ed è a buon punto.
      Cordialmente

  7. @acicchel… tutta l’analisi condivisibile, ma la soluzione, purtroppo, no! l’unico modo, purtroppo, per liberarsi dei bizzantinismi è la guerra o la rivoluzione …pirtroppo!

  8. @Francesco Sylos Labini … se uno fosse minimante tentato a supportare ROARS la sua simpatia e i suoi interventi “a gratisse” fanno passare ogni entusiasmo …

  9. Ferdinando De Tomasi says:

    Pero’ nel mio dipartimento e’ ancora possibile effettuare piccole spese, fino a 100 euro mi sembra, con carattere di urgenza ( nella pratica nessuno va a sindacare), e rimborso diretto. Per cui deduco che, almeno in un dipartimento universitario, questo non e’ vietato. D’altra parte leggiamo “Una volta, esisteva un piccolo fondo cassa che permetteva di rimborsare alcune spese urgenti tipo questa”, e quindi mi chiedo: nel caso specifico chi ha voluto (spontaneamente) eliminare il fondo cassa?

    F De Tomasi – Lecce

    • Anche nel mio dipartimento. Ma questa pratica viene fortemente disincentivata adducendo a motivazioni che riguardano la mancanza di inventario del bene acquistato. Io sono convinto che si possa fare ma la mancanza di preparazione degli amministrativi li porta a negare forme più agevoli come questa. Meglio una carta in più che una in meno.

  10. giuseppe.molteni says:

    per sdrammatizza (?) vi scrivo un paio di esperienze stranianti di gestione universitaria vissute in prima persona.

    1)
    Gennaio 2016, l’anno scorso. Ospite australiano in visita per una settimana. Gli accordi stabiliscono che gli si riconoscano rimborso spese di viaggio e per i pasti. Alla sua partenza consegno la documentazione,
    tra cui gli scontrini fiscali delle spese per pranzo/cena (circa 15Euro a pasto, tanto per avere un’idea dell’ordine di grandezza delle cifre di cui stiamo parlando).
    Dopo qualche ora vengo contattato dalla segreteria amministrativa perché ci sono due scontrini relativi al medesimo giorno, marcati uno alle 18.30 ed uno alle 19.00. Di (circa) 12Euro il primo e di 6,5Euro il secondo. Il primo per una confezione di pasta pronta più qualcosa d’altro che non ricordo, il secondo per acquisto di una confezione di cornetti Algida.

    La segreteria mi informa che non possono riconoscere il rimborso del secondo perché se il primo è giustificabile come cena, il secondo non rientra nella classificazione: essendo separato non è cena e per via dell’orario non può essere altro.

    La segreteria si sbilancia a ventilare l’ipotesi secondo cui l’ospite (25enne) si sarebbe fatto una serata con gli amici: evidentemente in sei, un cornetto a testa e vai con lo sballo, aggiungerei io.

    Alla mia faccia tra l’allibito e l’indignato nonché alla minaccia di pagarlo di tasca mia ma facendo fare una magnifica figura all’internazionalizzazione dell’ateneo la cosa è rientrata.
    Ci sono voluti due giorni di discussioni. Per 6,5Euro.

    2) 10 Gennaio 2017. Comunicato ufficiale d’ateneo: d’ora in poi ogni rapporto economico con gli ospiti stranieri (spese viaggio, compensi per seminari o spese alimentari) non potrà essere regolato utilizzando il codice di riconoscimento rilasciato dal paese d’origine (oltre a nome/cognome/residenza e quant’altro, ovviamente); per farlo è necessario che l’ospite si doti di Codice Fiscale italiano.
    Per facilitare l’operazione di ottenimento del codice fiscale il comunicato fa presente che questo può essere ottenuto: “[dal diretto interessato] presentandosi alla rappresentanza diplomatico-consolare italiana nel paese di residenza; oppure presso un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate, utilizzando l’apposito modello (accluso), anche delegando un incaricato.
    Il delegato deve esibire un proprio documento d’identità e la copia di quello del richiedente.”
    Purtroppo il comunicato non indica il nome della persona incaricata di questi appostamenti quotidiani all’ufficio delle entrante per il rilascio del CF dell’ospite, il quale tra l’altro potrebbe anche non essere particolarmente felice di vedersi attribuire un nuovo dato sensibile da parte di un paese estero (per lui) per il fatto di avervi tenuto una conferenza in una mattina brumosa…
    Aggiornamento di oggi: la segreteria amministrativa ci comunica che i due custodi si sono resi disponibili per eseguire materialmente le operazioni di richiesta di rilascio del codice fiscale: in seguito potremo quindi comodamente rivolgerci a loro (e non seccare la segreteria amministrativa, aggiungerei io).

    Dimenticavo, siamo a Milano: il vanto dell’efficenza.

    Che dire?

  11. indrani maitravaruni says:

    6 cornetti Algida. Meritate un servizio al tg1 come scialacquatori di denaro pubblico.

  12. e se il gelato era in realtà usato per motivi sperimentali???

  13. Cesare Papazzoni says:

    Mi sono registrato, dopo tanto tempo, solo per rispondere all’ineffabile ‘braccesi’. Scusi, ma lei di quale università sta parlando, quando dice che è popolata da docenti che non lavorano e non hanno mai lavorato? Se me lo dice, faccio subito domanda di trasferimento.

    • Caro nuovo iscritto, benvenuto. Il fatto stesso che ipotizzi di trasferirsi in una ipotetica Università in cui non si fa nulla, la dice lunga!
      Per essere seri: il concetto è che se una classe dirigente (i Docenti Universitari) accettano una deriva burocratica immane che impedisce di lavorare senza protesta, agire, sbraitare ogni giorno in modo unito e determinato, vuol dire che non gli interessa lavorare. Se non gli interessa lavorare vuol dire che non lavorano e se non lavorano, c’è da supporre che non abbiano mai lavorato. Che poi ci sia un numero, anche non piccolo di gente che lavora e che vorrebbe lavorare, questo è sottinteso. Ma questi non hanno modo di far sentile la loro voce. Tutto qua.

  14. indrani maitravaruni says:

    Braccesi, funziona così: nei posti di potere stanno gli scherani dell’ordine, quelli che approvano le grandi riforme, quelli che accettano le bricioline in cambio di realizzi governativi. Li abbiamo eletti noi? Non del tutto: si presentano 3 o 4 candidati a Rettore, tutti più o meno uguali. Uno vota il meno peggio che, eletto in carica, si circonda di fedelissimi acritici (un gruppo ristretto con poteri sempre maggiori garantiti dai nuovi statuti). Poi fanno il bello e il cattivissimo tempo. Chi non si adegua subisce varie forme di mobbing, non sempre confessabili. E a chi si vanno a riferire i misfatti, poi?
    Molti lavorano tantissimo a tenere in piedi corsi, esami, lezioni e ricerca senza il minimo riconoscimento; solo e unicamente per senso del dovere verso gli studenti e le materia che insegnano.
    Ricordiamo ogni tanto queste persone.

    • Verissimo, la governance degli Atenei, è in Italia, ancora di stampo medioevale; promesse seguite da finte elezioni dove le cordate piu’ forti presentano i propri candidati. I dipartimenti più grandi numericamente esprimono i propri uomini (e donne). Nei fatti, non esiste una rappresentanza che sia realmente tale. Gelmini ha peggiorato la situazione ulteriormente. Purtroppo i generosi che agiscono con spirito di servizio sono una razza in via di estinzione, ai giovani interessa il “posto fisso” e non hanno tensione morale verso la professione. In assenza di stipendi e reclutamento in grado di attirare i migliori, lo scadimento ulteriore prossimo venturo è avviato.

    • Alberto Baccini says:

      In effetti anche a me sembra che non ci siano più le mezze stagioni.

  15. C’è una stagione unica: il caos che precede cosa sappiamo bene.

  16. @braccesi la inviterei se ha voglia di leggere i post che ci siamo scambiati con Baccini col quale mi ri-scuso e che avevo confuso col lei. I post si sono di commento al bel intervento di Casagli.
    Grazie

  17. Nicola Ferrara says:

    Sono molto preoccupato per il futuro di Marco Bella. Mi aspetto, dopo la pubblicazione del post, una inchiesta da parte sia della Procura della Repubblica sia della Procura della Corte de Conti.
    Per la Procura della Repubblica l’ipotesi di reato è chiara Interessi Pubblici (l’acquisto dell’hard disk) in Atti privati (aver messo insieme senza esplicita autorizzazione soldi di privati cittadini), l’avviso di garanzia (a garanzia di Marco Bella) è garantito considerata l’obbligatorietà dell’azione penale (caposaldo della Costituzione più bella del mondo).
    Naturalmente l’Amministrazione a cui appartiene di Bella non potrà esimersi (il rigore amministrativo è un valore assoluto per tutte le Amministrazioni pubbliche) dal dovere iniziare una inchiesta interna finalizzata a punire dipendenti che non rispettino i regolamenti e che ritengano la continuità del loro lavoro scientifico un valore superiore al rispetto delle regole di trasparenza e buona amministrazione.
    La pratica dovrà ovviamente essere inviata all’ANAC (Agenzia Nazionale AntiCorruzione) che chiederà preliminarmente se è stata richiesta la certificazione antimafia al fornitore.
    Tenendo conto della buona fede (tutta da dimostrare) di Marco Bella è sperabile che non ci siano gli estremi del rinvio a giudizio, in ogni caso è indispensabile che ci si rivolga ad un studio di penalisti accorsato e ben introdotto in Procura.
    Potrebbe, tuttavia, andar peggio con la Procura della Corte dei Conti che eccepirà sui danni erariali attuali e potenziali che l’improvvida azione del Bella, fuori dalla regole e dalle procedure, potrebbe aver arrecato. 1. Innanzitutto bisognerà chiarire se è stato attribuito un numero di inventario all’hard disk. All’ovvia considerazione che senza un ordine formale da parte della Amministrazione non poteva essere attribuito un numero di inventario sicuramente si obietterà che sarebbe stato auspicabile che Bella avesse attivato la procedura di donazione all’Ente. Tutto estremamente semplificato. Dopo aver letto attentamente il regolamento relativo alle procedure per le donazione da parte di Privati, il donante redigerà in stampatello sull’apposita modulistica, allegata al regolamento, la richiesta di autorizzazione ad effettuare la donazione dell’hard disk dopo aver specificato i seguenti punti: 1. motivazioni della donazione; 2. assenza di conflitto di interesse; 3. autocertificazione che la donazione non comporterà nessun onere da parte della Amministrazione, inclusa costi per il trasporto, lo smaltimento ed eventuale materiale di consumo; 4. la perfetta compatibilità tecnica con le attrezzatura a cui sarà collegata; 5. Il marchio CE (Comunità Europea e non Chinese Export). La richiesta sarà vagliata dall’Ufficio Ammnistrativo per gli aspetti burocratici ed il Consiglio di Dipartimento (o struttura analoga) dovrà esprimere parere (obbligatorio, ma non vincolante) favorevole, infine il CdA autorizzerà definitivamente la donazione. A questo punto il Bella potrà a suo spese consegnare al Direttore del Dpt (o suo delegato) l’hard disk e potranno iniziare le procedure per la idonea attribuzione del numero di inventario

    • @Ferrara grande!!! succede proprio così Il punto è che molto difficilmente l’hard disk potrà essere usato, perchè l’ufficio amministrativo per gli aspetti burocratici non esiste quindi non si sa a chi tocca istruire la pratica di chi è la competenza? Di solito queste gatte da pelare abbisognano del principio dell’eccezione e solo la dirigenza ha discrezionalità,ma essa è in altre faccende impegnata ben più importanti. A me è capitato e capita che funzionari e dirigenti non rispondano alle e mail davvero. Sono sempre in numero inadeguato, o in ferie o ricevono mail solo durante certe ore e comunque la tua richiesta è anomala e potrebbe destabilizzare o creare precedenti cioè lavoro. Ecco un caso reale, una collega del mio raggruppamento ha comprato una licenza per un pacchetto statistico con i suoi fondi, nel frattempo però ha constatato che un rinnovo di qeulla che aveva già era più economico. Aveva già dato l’ordine dell’acquisto e pensa che visto che io avevo bisogno dello stesso software di prenderli tutti e due (pacchetto nuovo e rinnovo). Perfetto arrivano, però c’è un problema il pacchetto che vorrebbe passarmi non può essere caricato su un pc inventariato in un altro centro di costo al quale io faccio riferimento. Questa la posizione sia del tecnico che della onnipotente segretaria di dipartimento (che non risponde alle mail che ha sempre un sacco da fare). Scriviamo per segnalare l’assurdità facciamo garbate pressioni, per ora nulla: Pensate il tempo (la cosa è iniziata a novembre) che sprechiamo, il sangue amaro che ci facciamo la demotivazione che subiamo. intanto i miei lavori sono fermi. Ci era venuta in mente una soluzione comprare un altro pc con inventario nel dipartimento dove sono inventariati i pacchetti statistici(io appartengo anche a quel dipartimento, l’altro è un centro autonomo sempre dello stesso ateneo). Errore per comprare un nuovo pc bisogna esperire tutte le opzioni evocate da Casagli e forzate da Bella: consip etc. Alle nostre richieste la segretaria non risponde e comunque vogliamo e dobbiamo lavorare produrre pubblicare..Giuro è la verità, forse succede solo a noi. E poi sentire gente come Braccesi dire quello che dice ti fa veramente passare ogni voglia di combattere..Per favore fateci lavorare!!! L’abbiamo scelto e ci piace farlo… ps non ho ne padri baroni biologici ne accademici vengo dalla gavetta.

  18. Marcello Baricco says:

    Ho letto con interesse l’articolo, come sempre molto ironico.

    Nel mio Dipartimento di Chimica, come in altri dell’Università di Torino utilizziamo da anni la procedura del “rimborso dal fondo economale”. In casi di necessità urgenti e per spese di piccolo importo, il docente anticipa la spesa e poi fa richiesta di rimborso. Il tutto guidato da un semplice programmino sviluppato internamente dall’Ateneo, gestito via web. Occorre soltanto fornire lo scontrino rilasciato dal negozio, anche se non inserito in MEPA/CONSIP. Il rimborso avviene su base mensile.

    La burocrazia fa di tutto per mettere in difficoltà l’Università, ma occorre anche usare, quando possibile, il buon senso. Molti vincoli che ci opprimono sono frutto di regolamenti amministrativi interni agli Atenei, spesso stratificati da anni.
    Bene quindi per insistere con la politica affinchè si riconosca il ruolo specifico delle Università nell’ambito della pubblica amministrazione, ma abbiamo molti margini di miglioramento anche solo guardando alla nostra organizzazione interna.
    Ogni iniziativa nella direzione della semplificazione amministrativa negli Atenei è quindi benvenuta, magari con scambio reciproco di buone pratiche tra le diverse Università.

    Marcello Baricco
    Vice-Rettore per la semplificazione
    Università di Torino

  19. Riceviamo e pubblichiamo una precisazione da parte del Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma

    ********************************************************************

    Roma, 15 febbraio 2017

    Precisazione

    Marco Bella, docente del Dipartimento di Chimica della Sapienza, nel suo blog su Il Fatto Quotidiano.it lo scorso 27 gennaio 2017 ha postato un contributo dal titolo “Ricerca, i veri problemi? Procurarsi un hard disk da 52 euro”, parzialmente ripreso sulla Newsletter Roars Review il 5 febbraio 2017. Il docente, a proposito della sostituzione di un hard disk per un apparecchio di risonanza magnetica, segnalava le difficoltà amministrative che si prospettano quando è necessario acquistare attrezzature indispensabili per le attività di ricerca.
    Certamente le procedure per comprare apparecchi e materiali nelle strutture pubbliche sono diventate complesse, ma proprio per questo le amministrazioni sono sempre collaborative nel dare una risposta soddisfacente e rapida alle diverse esigenze. Nel caso specifico infatti il responsabile amministrativo del Dipartimento aveva comunicato immediatamente al docente, via mail, che era sufficiente fare una richiesta di acquisto, corredata dell’offerta della ditta fornitrice, all’ufficio amministrativo e quest’ultimo avrebbe provveduto all’ordine, senza necessità di ricorrere al Mercato elettronico della Pubblica amministrazione, trattandosi di un piccolo importo.
    Anziché coinvolgere economicamente i colleghi del Dipartimento per acquistare il dispositivo, il docente avrebbe quindi risolto più facilmente seguendo le indicazioni ricevute dal responsabile amministrativo, risparmiando anche tempo.

  20. Cesare Papazzoni says:

    “era sufficiente fare una richiesta di acquisto, corredata dell’offerta della ditta fornitrice, all’ufficio amministrativo e quest’ultimo avrebbe provveduto all’ordine”. In quanti giorni? Il “risparmiando anche tempo” fa sorridere chi ha avuto qualche esperienza in merito.
    Qualcuno dovrebbe spiegare perché, se ho a disposizione dei fondi (ottenuti sempre dietro presentazione di progetti competitivi valutati positivamente, lo sottolineo), non dovrei poterli usare per comprare strumenti utili al mio lavoro nella maniera più semplice: pagando di tasca mia e ottenendo un rimborso dietro presentazione del documento di pagamento (scontrino, resoconto carta di credito, ecc.). La minore spesa è ovviamente nel mio interesse: i fondi di ricerca non sono illimitati e se spendo di più mi sto danneggiando da solo. Mepa, consip ed amenità varie del genere servono solo, come dimostrato anche da recenti fatti, a generare proprio quelle pratiche illegali che si dice di voler evitare.

    • @Papazzoni ho appena risposto anch’io sullo stesso tono. Il mio dipartimento è completamente bloccato. Un ricercatore giusto questa mattina mi raccontava la sua disperazione. Era passato dalla segretaria non c’è (ferie, malattia,caffè) Facevamo questo esempio: due contadini si recano al campo per zappare, lo fanno volentieri, hanno scelto di farlo. Entrano nel podere, ma devono aspettare che il responsabile delle zappe dia loro la zappa standard..ma non c’è nessuno.
      Ps noi rispondiamo alla posta di sabato di domenica a volte di notte questa segretaria la vedremo (se la vedremo) lunedì. Avrà comunque priorità più urgenti quelle del direttore del direttore generale di un qualche ordinario potente etc. Per favore fateci lavorare!!!!

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