burocrazia

Dalla Cina con furore

Ci sono tre professori: un italiano, un giapponese, un americano. No, non è una barzelletta, o almeno non lo vorrebbe essere.I tre si ritrovano nella Repubblica Popolare Cinese perché chiamati a far parte di un panel internazionale di valutazione di una Facoltà di un’Università pubblica statale. In quel paese, pare  che negli anni bui del regime esistesse un sistema centralizzato di Abilitazione Socialista Nazionale (ASN), basato su un cervellotico meccanismo di indici numerici teso a dimostrare che solo il popolo sopra la mediana era autenticamente socialista e meritevole di fare carriera. Il Presidente della Repubblica Popolare però continuava a infuriarsi perché, nonostante gli sforzi propagandistici del regime, a ogni edizione della ASN con questo benedetto metodo delle mediane, risultava invariabilmente che solo il 50% del popolo era socialista e non c’era verso di migliorare. I dati vennero perciò rigorosamente secretati.

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Ho partecipato a un panel di valutazione di una Facoltà di un grande Ateneo cinese.

L’esperienza ha riportato alla mia attenzione la triste e inspiegabile condizione dell’Università italiana.

L’urgenza della semplificazione è invocata ormai da tutti, a cominciare dal Presidente del Consiglio, ma alle generiche dichiarazioni non hanno finora fatto seguito fatti concreti.

Almeno per gli Enti di Ricerca un po’ di semplificazione è arrivata con la Legge 7 agosto 2015, n. 124Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche” (art.13 comma 1). Per cominciare a risolvere anche alcuni problemi di noi universitari sarebbe bastato includere la parola “Università” accanto agli Enti nell’articolo sopra citato, come tra l’altro suggerivano alcuni emendamenti presentati alla Camera dei Deputati, ma sarebbe stata una semplificazione troppo semplice per poter essere considerata una vera semplificazione!

La seguente storiella è il racconto, rigorosamente vero, della mia esperienza cinese. Il testo in corsivo invece è un confronto iperbolico con la situazione attuale nelle Università italiane.

Ci sono tre professori: un italiano, un giapponese, un americano. No, non è una barzelletta, o almeno non lo vorrebbe essere.

I tre si ritrovano nella Repubblica Popolare Cinese perché chiamati a far parte di un panel internazionale di valutazione di una Facoltà di un’Università pubblica statale. Non si sono mai visti né conosciuti prima, non sanno niente dell’Ateneo e della Facoltà che sono chiamati a valutare. Guarda un po’, da loro esistono ancora le Facoltà!

Si dice che negli anni bui del regime le Facoltà furono di fatto soppresse e sostituite con dei mega-Dipartimenti con numerosità rigidamente fissata a livello centrale per tutti gli Atenei e per tutte le discipline, in nome del principio marxista-leninista di egualitarismo. Era uno dei tanti catastrofici effetti della riforma del Ministro Maria “Stella Rossa” Jel Ming: ci vollero anni per uscire dal tunnel e tornare alla normalità.

I membri del panel sono stati scelti con una ricerca su web, in base al curriculum e all’esperienza internazionale. Nella Cina quasi-post-comunista oggi si fa così a valutare gli Atenei.

Una volta, negli anni bui del regime, si usava un’Agenzia del Ministero dell’Istruzione Unica del Popolo (il famigerato MIUP) formata da esperti scelti dal Governo, sulla base di informazioni curricolari e programmatiche confuse o perlomeno incerte. Si chiamava ANPUR, acronimo di Agenzia Nazionale Proletaria per l’Università e la Ricerca ed era l’incubo del corpo docente di allora.

Per tre giorni i tre professori lavorano a ritmo serrato: visitano il Campus, parlano con Rettore e prorettori, con presidi di Facoltà e direttori di Dipartimento, con dirigenti e funzionari amministrativi, studenti di tutti i livelli. Visitano aule, laboratori, uffici, spazi comuni. Prendono appunti, fotografano, intervistano, usano strumenti, assistono a esperimenti.

Dicono che negli anni bui del regime queste attività non potevano assolutamente essere svolte da professori stranieri, bensì esisteva una procedura di Autovalutazione Valutazione periodica e Accreditamento del Popolo (l’ancora tristemente nota AVAP) che prevedeva l’invio di Comitati Proletari di Esperti in Valutazione (CPEV), costituiti da funzionari ministeriali formati appositamente dal Governo centrale. Docenti e ricercatori dovevano continuamente compilare una voluminosa scheda informativa denominata SSUA (Scheda Socialista Unica di Avanguardia). Pare che già molti anni fa l’AVAP fu abrogata con decreto del Presidente della Repubblica Popolare a causa delle ironie suscitate dall’assonanza del suo nome con una nota marca di detersivi pubblicizzata dal pulcino nero Kalimero, che peraltro era in quegli anni fortemente sospettato di simpatie fasciste anti-rivoluzionarie.

Una mezza giornata è dedicata all’esame della produzione scientifica. Tutte le pubblicazioni dell’ultimo triennio sono fornite alla terna di valutatori su una chiavetta USB e anche in copia cartacea, in modo che ciascuno abbia modo di sfogliarle, leggerle o guardarle a piacimento.

Pare che negli anni bui del regime tutti i professori e ricercatori fossero obbligati a caricare le proprie pubblicazioni su una rudimentale piattaforma informatica denominata IRISP (Informazione sulla Ricerca Istituzionale Socialista del Popolo) per renderle accessibili ai GPEV (Gruppi Proletari di Esaminatori e Valutatori) dell’ANVUP, il predetto braccio armato del MIUP, nell’ambito di una burocratica procedura di valutazione denominata VCR (Valutazione Comunista della Ricerca). Si racconta che quella maledetta piattaforma IRISP non funzionava mai a dovere, costringendo professori e ricercatori a ripetuti e continui inserimenti degli stessi prodotti. Tanto il MIUP continuava a finanziarne comunque il continuo aggiornamento/manutenzione/trasformazione, attraverso il colosso burocratico CIMEPA (Centro di Informazione Marxista/Monopolista di Emanazione Popolare per l’Accreditamento), e tutti gli Atenei del regime erano forzati ad aderire.

Nell’incontro con i faculty members (professors, associate professors e lecturers) vengono approfonditi gli aspetti legati al reclutamento e alle progressioni di carriera. Pare proprio che in Cina la struttura del corpo accademico sia cilindrica, cioè egualmente distribuita fra le tre fasce, come doveva essere anche qui da noi in Italia quando furono istituite le fasce e i ruoli con il DPR 382/1980.

Negli anni bui del regime la struttura era invece obbligatoriamente piramidale, con un ristretto numero di professori ordinari al vertice, in barba ad ogni principio marxista-leninista di egualitarismo. La programmazione centralizzata delle risorse umane si basava su complicati calcoli utilizzando una valuta parallela, il Punto Organico Operaio (POO), mentre l’allocazione delle risorse finanziarie si fondava sul complesso modello dei Costi Standard del Socialismo (CSS), che aveva l’unico effetto di arricchire le regioni dell’Est, che già erano ricche, e di impoverire quelle dell’Ovest, che già erano povere, come di norma avviene in tutti i regimi anti-democratici e autoritari.

I professori cinesi spiegano che oggi le Università cinesi sono libere di scegliere chi e come reclutare, secondo le migliori pratiche internazionali.

Pare invece che negli anni bui del regime esistesse un sistema centralizzato di Abilitazione Socialista Nazionale (ASN), basato su un cervellotico meccanismo di indici numerici teso a dimostrare che solo il popolo sopra la mediana era autenticamente socialista e meritevole di fare carriera. Il Presidente della Repubblica Popolare però continuava a infuriarsi perché, nonostante gli sforzi propagandistici del regime, a ogni edizione della ASN con questo benedetto metodo delle mediane, risultava invariabilmente che solo il 50% del popolo era socialista e non c’era verso di migliorare. I dati vennero perciò rigorosamente secretati. Ma l’assurda burocrazia ministeriale non si fermava nemmeno qui: le Università non erano nemmeno libere di scegliere dal listone nazionale di abilitati, bensì dovevano bandire concorsi pubblici riservati ai soli eletti dall’accreditamento socialista. I lecturer allora non esistevano, si chiamavano ricercatori di tipo A (Anti-capitalisti) e tipo B (Bolscevichi, e in questo si notava la spiccata ammirazione per il sistema sovietico prima della crisi ideologica che negli anni ’60 portò alla contrapposizione fra i due grandi blocchi socialisti).

L’incontro con i tecnici e gli amministrativi serve a illustrare l’organizzazione di supporto alla ricerca e alla didattica. Vengono spiegate le procedure di approvvigionamento: se serve un’attrezzatura di laboratorio o un pacco di pennarelli si vanno a comprare nel centro commerciale più vicino, oppure su internet nelle piattaforme di commercio elettronico, la principale delle quali si chiama Alibaba.

Si racconta che negli anni bui del regime queste semplici operazioni fossero del tutto impossibili. Vigeva la programmazione centralizzata degli approvvigionamenti: si dovevano compilare elenchi dei fabbisogni stimati e mandare tutto a Pechino. Dopo mesi il Ministero rispondeva attraverso il COMSIP (Comitato Marxista Socialista delle Infrastrutture del Proletariato), che operava a sua volta attraverso un burocratico sistema informativo centralizzato denominato MEPAP (Marxismo Estremo Per gli Approvvigionamenti del Proletariato). Gli acquisti si dovevano per forza fare lì, a costi maggiorati e a condizioni peggiori, e intanto gli esercizi commerciali chiudevano i battenti e i ricercatori rinunciavano a fare i loro esperimenti. Furono anche ripristinate le lavagne in ardesia perché i pennarelli si trovavano solo sul mercato elettronico nero. Lo spaccio illegale fuori-MEPAP di gessetti autoprodotti raggiunse poi dimensioni davvero preoccupanti.

I giovani assistenti alla ricerca spiegano come funziona il loro mondo. È molto semplice: se i professori hanno fondi a disposizione possono scegliere chi vogliono e fargli un contratto di collaborazione per attività di ricerca o, volendo, anche per supporto alla didattica. Il contratto prevede contributi previdenziali e assistenziali secondo logica, giustizia e buon senso ed è rinnovabile a piacimento in maniera illimitata.

Dicono che ai tempi bui del passato c’erano innumerevoli forme di contratto con disparità di regole e trattamento, anche se in teoria vigeva formalmente il più rigido egualitarismo marxista-leninista. Alcuni contratti avevano nomi bizzarri, del tipo “assegni proletari di ricerca” o “borse di studio del sub-proletariato”. Altri dovevano per forza essere autorizzati preventivamente dalla Corte Popolare dei Conti, una sorta di magistratura contabile che il regime inondava di pratiche inutili tanto per distrarla dalle cose importanti. Alcuni non erano rinnovabili, altri sì, ma solo per una volta e per non più di quattro anni, altri solo per quattro volte per non più di un anno, alcuni anche per otto se non si era fatto il dottorato di ricerca, altri ancora per dodici se si era fatto il servizio militare, i migliori erano rinnovabili per venti anni ma erano concessi solo se si sapeva recitare a memoria un capitolo intero del Libretto Rosso di Mao.

L’incontro con gli studenti di dottorato mette in luce il funzionamento del terzo livello della formazione. Purtroppo i posti di dottorato in Cina sono ancora programmati dal Ministero e distribuiti alle Università secondo complessi modelli. Non è come in Giappone, negli USA e nel mondo occidentale dove – tranne eccezioni – i posti di dottorato sono liberamente stabiliti da Atenei, Facoltà o Dipartimenti.

È però molto meglio dei tempi bui del regime quando il MIUP, attraverso l’ANVUP, aveva escogitato la micidiale idiozia dell’accreditamento di qualità delle sedi. Era burocrazia della più bieca. Moduli e formulari da caricare su P-GOV, la malfamata piattaforma informatica del Governo Popolare. Alla fine della procedura il risultato era comunque una riduzione dei posti disponibili, perché il Governo proprio non aveva interesse a investire in istruzione superiore. I giovani venivano avviati alle risaie perché, dopo un po’ di lavoro duro, non c’erano più le forze per pensare e abbozzare una reazione. Tra l’altro in quegli anni oscuri i dottorati erano curiosamente suddivisi in cicli annuali – caso unico al mondo – e numerati in modo progressivo a partire dall’anno della Lunga Marcia di Mao Tse Tung.

L’ultimo giorno il panel deve preparare il report. È richiesta una semplice presentazione PowerPoint di una decina di slides, per illustrare punti di forza, punti di debolezza e suggerimenti sui quattro aspetti fondamentali della Facoltà: staff accademico, insegnamento, ricerca e attrezzature. Il tutto è di una semplicità e di una chiarezza sconcertante. La presentazione deve essere in inglese, perché tutta la procedura di valutazione è stata svolta in questa lingua. Pare proprio che l’obiettivo sia quello di capire dove stanno i problemi e come migliorare. Non si usano locuzioni astruse (peraltro intraducibili in inglese) del tipo “personale strutturato”, “offerta formativa”, “addetti alla ricerca”, “trasferimento della conoscenza”, “infrastrutture”.

Questi sono retaggi del passato regime, quando gli esiti della valutazione ANVUP richiedevano la compilazione di astrusi formulari, l’inserimento di moli impressionanti di dati in obsoleti sistemi informatici di partito, la restituzione di una miriade di incomprensibili indici e indicatori di qualità e di performance. Si trattava degli strumenti intimidatori del regime per soggiogare la comunità accademica e sottoporla a vessazioni di ogni tipo. Si racconta che furono addirittura bloccati gli stipendi ai soli universitari per ben cinque lunghi anni, senza nemmeno riconoscere ai fini giuridici l’anzianità effettivamente maturata, in grande spregio del principio di egualitarismo comunista del pubblico impiego.

Quando la presentazione è pronta viene mandata per email al responsabile della valutazione. Un attimo e tutto è finito.

Sembrano incredibili i racconti dei tempi passati quando il regime aveva imposto la PECC (Posta Elettronica Comunista Certificata) obbligatoria per lo scambio di messaggi fra la pubblica amministrazione. Negli anni più bui pare che circolassero apparecchietti e tessere di partito per generare firme elettroniche comuniste certificate. Si arrivò persino a escogitare la fattura elettronica per i pagamenti della pubblica amministrazione e, siccome quest’ultima coincideva con la totalità dei lavoratori della Nazione, tutti quanti dovevano andare a giro, anziché con portafoglio o carta di credito, con computer portatili, lettori di smart-cards e l’immancabile tessera del partito, con grande ingombro e molto poca praticità.

Alla fine di tutto il percorso la presentazione si tiene in aula magna davanti a Rettore, prorettori, presidi, direttori, dirigenti, rappresentanti di docenti, tecnici, amministrativi e studenti dei vari livelli. Dieci minuti per illustrare in inglese dieci slides e poi domande e risposte. Tutti hanno capito cosa c’è da fare per migliorare e, proprio perché lo hanno capito, senza dubbio miglioreranno.

Nei tempi bui del regime si davano i numeri, si facevano ranking, accreditamenti, certificazioni di qualità, si ragionava dei processi e non dei risultati, la valutazione di Stato era fine a se stessa e veniva svolta come mero adempimento burocratico; a nessuno veniva in mente che, se fatta in modo serio e intelligibile, poteva magari servire anche a migliorare per davvero. Così era la burocrazia del regime, ormai superata dal tempo e dalla storia.

Al termine del lavoro il trio di valutazione si chiede come fare per il rimborso della missione. Ma è solo un attimo, perché non c’è bisogno di alcun rimborso, in quanto tutte le spese sono state direttamente sostenute dall’Università. L’unico adempimento è la spedizione per email delle carte di imbarco elettroniche.

Un tempo il trattamento delle missioni rasentava i limiti dell’assurdo. Non si poteva assolutamente anticipare le missioni agli esterni. Se si invitava un professore anche per un seminario, si doveva chiedere l’autorizzazione in largo anticipo, spiegare perché si chiamava proprio lui e non chiunque altro per non violare l’egualitarismo marxista-leninista (e siccome a quei tempi i cinesi erano già più di un miliardo, il procedimento richiedeva un tempo lunghissimo), richiedere un codice fiscale per rimborsare le spese previa un 20% di ritenuta anti-capitalismo. Inutile dire che a quei tempi i visitatori erano piuttosto rari, tanto che venivano fotografati più dei panda.

Alla fine l’americano dice: – In the US we have a similar assessment system.

Il giapponese replica: – 日本でも、我々は同じような評価システムを持っています.

L’italiano conclude: – MIUR ANVUR AVA CEV SUA VQR GEV IRIS CINECA ASN RTD-A RTD-B CONSIP MEPA U-GOV PEC – e poi decide di trasferirsi per sempre in Cina.

L’economia della Cina ha cominciato a crescere quanto sono state introdotte le liberalizzazioni e la semplificazione. Dal 2000 il PIL è cresciuto mediamente del 9% all’anno. La disoccupazione giovanile praticamente non esiste.

Negli ultimi tre anni la Facoltà che abbiamo valutato ha visto un incremento di immatricolazioni del 30%, la pressoché totale assenza del problema degli abbandoni, un tasso di occupazione al termine della laurea del 98%. Il professore più giovane ha 30 anni, quello più anziano 58. Tutto lo staff accademico, inclusi i lecturer, è a tempo indeterminato; l’80% ha meno di 40 anni.

L’economia italiana è in recessione/stagnazione dal 2008. Le immatricolazioni nelle Università italiane sono diminuite del 20% negli ultimi dieci anni, gli abbandoni dei corsi di studio continuano a essere un problema irrisolto, la disoccupazione giovanile ha superato il 44% a livello nazionale.

Nel mio Dipartimento il professore più giovane sono io che ho 50 anni, quello più anziano 68. Sotto i 40 anni i ricercatori sono solo precari inquadrati in una delle molteplici e incomprensibili forme di contratto. Il 62% dei nostri laureati magistrali a un anno dalla laurea non lavora, la metà di questi nemmeno cerca lavoro.

Forse ci sono timidi segnali di ripresa, ma se si cominciasse a semplificare davvero l’Università (non solo nelle dichiarazioni), se si restituisse autonomia e libertà di azione agli Atenei, se si iniziasse realmente a investire in maniera significativa sui giovani e se si tornasse a finanziare un po’ la ricerca, probabilmente i risultati sarebbero più evidenti.

In Cina ce ne sono migliaia come me: lasciate in pace la nostra scuola! (Bruce Lee, Dalla Cina con Furore, 1972)

Firenze, 22 gennaio 2016

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18 Comments

  1. Grazie di questo racconto molto interessante e ricco di spunti di riflessione e di pratiche che potrebbero, in molti casi, certamente essere molto utili da attuare nel sistema universitario italiano!

    Trovo peró che bisogna evitare ci mescolare cose che non c’entrano:
    1) tutto il parallelo con il “marxismo-egalitarismo” e il socialismo come simbolo della burocratizzazione è un aspetto propagandistico molto US style anni 80. Fa propaganda sottile contro i “comunisti brutti e cattivi”. Implicitamente questo dice che 1)gli altri (USA) dil loro sistema economico (soprattutto) sono bravi e buoni 2) dobbiamo fare come loro anche economicamente. Questo non è corretto scientificamente dato che esistono controesempi lampantissimi e che il disastro attuale (economico, ecologico, in termini di diritti) si è sviluppato proprio in questo sistema. Se si vuole guardare ad un sistema come minimo mostruoso risultante da privatizzazioni basta dare una occhiata proprio ai beni comuni della sanità e delle utenze (energia, acqua) nel monda USA. Costi mostruosi per le assicurazioni sanitarie private e diritti calpestati per milioni di cittadini. Va bene la satira, ma stiamoci attenti, perché per attaccare il presente, questo metodo finisce per legittimarlo.

    2) e 3)
    >L’economia della Cina ha cominciato a crescere quanto >sono state introdotte le liberalizzazioni e la >semplificazione. Dal 2000 il PIL è cresciuto mediamente >del 9% all’anno. La disoccupazione giovanile >praticamente non esiste.
    Qui si connette ad una visione economicista della valutazione. Ho sempre pensato che la valutazione delle università (dell’insegnamento e della ricarca) dovesse essere separata da questi aspetti, essendo in primis una “dare valore” alla qualità della conoscenza e del formazione di cittadini che abbiano una mente critica. Inoltre si connette il valle dell’università al mantra della “crescita” economica. Che la crescita economica intesa alla maniera del moderno turbo-capitalismo finanziario fondato sui combustibili fossili sia un “bene” è tutto da dimostrare (basta partire dal celebre “The limits to growth” 1972 Dennis Meadows, Donella Meadows, Jørgen Randers, and William W. Behrens III). La crescita del PIL non è parametro quindi non veramente attendibile dal punto di vista scientifico per ade valore al sistema universitario e sarebbe interessanti capire come s fa (o si misura?) la correlazione fra quoto parametro e il valore del sistema universitario stesso. Penso che sarebbe interessante capire quanto è sostenibile la Cina di oggi e se la massiccia crescita degli ani passati(spinta pesantemente da consumi immensi di risorse di carbone e petrolio) abbia veramente portato sostenibilitá e benessere (con quale definizione d benessere?) . Che diritti hanno questi giovani per cui la disoccupazione non esiste? Quanto vengono pagati? E in ultimo quanto è connesso tutto ciò ala qualità del’Universitá ?

    Infine non metterei nella stessa frase e sullo stesso piano “semplificazione” (benvenuta quando necessaria e l’autore dimostra benissimo quanto sia necessaria in alcuni casi nel sistema universitario italiano) e “liberalizzazione” (un modo mascherato per dire svendita di beni comuni, socializzazione dele perdite e privatizzazione dei profitti che nulla ha a che vedere con una università pubblica di qualità, anzi direi il contrario).

    • Caro spano
      Non mi occupo di politica. Scrivo solo di burocrazia universitaria per divertimento e per impegno civico, nella speranza di contribuire un po’ al cambiamento (spero in meglio).
      Potrei, come i sofisti, scrivere un articolo del tutto speculare, confrontando i sistemi universitari USA e italiano, per evidenziare le assurdità del nostro che è diventato ancora più competitivo, selvaggio, brutale e immorale del loro.
      Ho spiegato a colleghi USA la spietata lotta in atto fra le Università italiane per far rientrare le astensioni alla VQR “per qualche dollaro in più” e sono tutti stupiti delle condizioni in cui siamo ridotti. Come per gli Spaghetti Western quando gli Italiani si mettono a copiare gli Americani riescono sempre a superarli. Il loro sistema universitario in confrono al nostro sembra davvero socialista per molti aspetti, anche se certamente non per la stupida e inutile burocrazia che caratterizza solo il nostro.
      Se trovo il tempo e l’ispirazione scriverò del Neoliberismo all’Italiana, che crea divisioni e disparità fra Atenei statali e centri non statali di eccellenza autoproclamata, fra Atenei del Nord e del Sud, fra Enti di Ricerca e Università, fra professori fedeli alla linea e protestatari, fra ricercatori di tipo A e di tipo B, fra le infinite categorie del precariato. Tanti hanno già trattato questi aspetti in modo efficace. A me piace di più “attaccare da destra” i campioni del nuovo pensiero liberista ed economicista: è più divertente.
      Non mi pare però che sia discutibile il fatto che in America la ricerca la sanno fare, anche grazie alla libertà e alle poche regole comprensibili che si sono liberamente dati. A noi le regole ce le hanno imposte e per di più sono incomprensibili e inutili.
      Un’altra differenza indiscutibile è che in USA, come in Cina, la ricerca la finanziano ancora, da noi no, o almeno non più la ricerca delle Università.

    • Caro Casagli,

      >Caro spano
      >Non mi occupo di politica. Scrivo solo di burocrazia universitaria per >divertimento e per impegno civico, nella speranza di contribuire un po’ >al cambiamento (spero in meglio).

      mi sembra che questa sia Politica. Quell’altra io la chiamo “lotta di potere”. Quindi è cosa meritoria.

      >Potrei, come i sofisti, scrivere un articolo del tutto speculare, >confrontando i sistemi universitari USA e italiano, per evidenziare le >assurdità del nostro che è diventato ancora più competitivo, >selvaggio, brutale e immorale del loro.
      […]
      >Se trovo il tempo e l’ispirazione scriverò del Neoliberismo >all’Italiana,che crea divisioni e disparità fra Atenei statali e centri non >statali di eccellenza autoproclamata, fra Atenei del Nord e del Sud, fra >Enti di Ricerca e Università, fra professori fedeli alla linea e >protestatari, fra ricercatori di tipo A e di tipo B, fra le infinite >categorie del precariato. Tanti hanno già trattato questi aspetti in >modo efficace. A me piace di più “attaccare da destra” i campioni del >nuovo pensiero liberista ed economicista: è più divertente.

      In tempi come questi di neo-liberismo imperante sarebbe veramente utile. Mi sembra che i concetti siano tutti li: posso dare un forte incoraggiamento a scrivere questo pezzo:-)?

      >Non mi pare però che sia discutibile il fatto che in America la ricerca >la sanno fare,

      Sono d’accordo. È un sistema che conosco, infatti.

      > anche grazie alla libertà e alle poche regole
      >comprensibili che si sono liberamente dati.

      Qui potremmo iniziare una altra discussione sulla libertà. e sul fato che ci sia e che le regole se le siano date “liberamente” visto il predominare dele università private e degli interessi che le spingono. Non nego l’alto grado di indipendenza che si respira in alcuni posti e discipline. Ho dei dubbi su quanto sia generale. Ma questa discussione è per un altro post ..:-)

      >A noi le regole ce le hanno imposte e per di più sono incomprensibili >e inutili.

      E qui siamo completamente d’accordo.

      >Un’altra differenza indiscutibile è che in USA, come in Cina, la ricerca >la finanziano ancora,

      .. per ora..

      >da noi no, o almeno non più la ricerca delle
      >Università.

      Condivido. È incredibile come gli italiani riescano avare le nozze con i fichi secchi, ma non può durare in eterno senza risorse. Forse sarebbe utile una bella terapia collettiva di gruppo in cui ci convinciamo che gli inadeguati non sono quelli che la ricerca la fanno, ma quegli altri che pretendono di imporre le regole assurde (e ricadiamo nella Politica).

      Aspetto con interesse il post-neo-liberista:-)!

      Un saluto cordiale,
      Francesco Spanò

  2. Pingback: Dalla Cina con furore – Stefano Chimichi

  3. Grande articolo: grandi verità, tempi comici e ironia.
    Complimenti Prof

  4. C’è del vero in Casagli, c’è del vero in Chimici, c’è sempre del vero nelle descrizioni di fatti. Quello che trovo incredibile che, come inesorabilmente (sembrerebbe a me) accade da troppo tempo in Italia, si critichi per ideologie e non per argomenti. L’azione di stop alla VQR (e tutto il resto), non ha nulla a che fare con il dichiarare chi ha fatto peggio di chi. Non ha nulla a che fare con meriti e demeriti di modelli capitalistici o socialistici. E’ (dovrebbe essere) un’azione di resistenza e di opposizione che prescinde da questo. E’ la dichiarazione che non si accetta di essere trattati così e, per me, dovrebbe costituire traino per iniziative popolari forti che abbiano per oggetto temi altrettanto importanti, dalla tutela della salute alla corretta amministrazione, alla tutela dell’ambiente e così via. Certamente, bisogna anche accordarsi su come costruire il futuro, ma, per piacere, se non si riesce nemmeno a non beccarsi come i capponi di Renzo su una questione così limpida e chiara, verosimilmente il futuro non sarà sensibilmente diverso dal passato. Tanto per gradire, solo 12 furono i rifiuti del giuramento di fedeltà al fascismo tra gli accademici di allora.

    • Vero. Solo 12 rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Il rettore di Bologna , Coppola, si fece vanto di espellere i professori ebrei. Nell’atrio di Unibo c’è una targa.

  5. braccesi says:

    Grazie Casagli di aver accostato l’ironia (o meglio la realtà) della nostra situazione al Comunismo. L’Italia (e l’Università Italiana in particolare) è quanto di più vicino si possa immaginare al comunismo realizzato. Alcuni ritengono invece che sia frutto di un fantomatico disegno liberista e confindustriale. Ma questo è palesemente falso, come dimostra questo bell’intervento. Da notare che quest’intervento mostra che uno dei pochi paesi ‘capitalisti’ ormai rimasti nel mondo sia invece la Cina, che, formalmente è Comunista. Ironia della sorte!

    • Caro Braccesi, il fantomatico disegno neo-liberista e confindustriale non è per nulla fantomatico. Le istanze ispiratrici sono tipicamente neo-liberiste : dalla privatizzazione alla competitività spinta. Qeste sono technique vecchi di 30-40 anni applicate negli USA con lo scopo di “affamare la bestia”: una volta entrati nella stanza dei bottoni è facile mettere le pastoie al sistema pubblico pr poi dire che non funziona e privatizzare. Cui prodest? Ala fine non bisogna fare tanti conti no? È la tecnica shock and awe, la schock economy, il riempire i vuoti come tanto amava Milton. Pr aver i vuoti però bisogna farli e quale maniera migliore che di eliminare le risorse, mentre si fa affogare il sistema in burocrazia inutile. Ala fine si passa all’incasso con la vendita. Non c’e nulla di nuovo , l’attacco ai beni comuni include la scuola e l’università. Di comunista non ci vedo proprio nulla.. Un saluto,Francesco Spanò.

    • braccesi says:

      Caro Spano,mi pare il suo un atteggiamento simile a chi evoca il ‘complotto pluto-giudaico-cristiano’ il che ci porterebbe ad interagire con un’altra ideologia del novecento più simile di quanto si creda al comunismo. Lasciamo perdere. Quando non si vogliono cogliere gli aspetti evidenti nella nostra vita di tutti i giorni, c’è poca speranza. La mentalità Galileiana, del resto, ha avuto le sue difficoltà in ogni epoca.

    • Mah. Il fatto che la Cina cresce del 9% annuo è vero, occorre anche però considerare da dove sono partiti, cioè da zero. La nostra è un economia matura e quindi cresce poco. Frequentando molto le università cinesi, posso dire che, certo sono in crescita, anche qui però partivano da più o meno zero. Il mercato del lavoro in Cina è molto flessibile. Esistono si tutele ma si perdono anche molto in fretta. L’ambiente è poi quello.che è; inquinamento a go.go. da quello che vedo, come da noi, in università c’è chi gira in Lamborghini e chi in bicicletta. C’è parecchia sperequazione, come del resto nella magistratura c’è il magistrato periferico che magari rischia anche la vita, e chi fa i lodi per lo stato a 200.000 euro a parcella. Forse occorre chiedersi se è giusto che nella pubblica amministrazione ci siano sperequazioni così enormi.

    • Caro Braccesi, con i miei limiti, la mentalità galileana la esercito ogni giorno in laboratorio e nell’analisi degli eventi locali e globali. Mi sembra di aver portato riferimenti, forse attraverso parole simbolo, che comunque possono essere collegate a fatti, dati quantitativi e qualitativi (ne ho disceso anche con l’autore più sopra). Non ho bisogno di complotti troppo nascosti (che magari ci possono anche essere ) a momento mi bastano i dati della crisi eco-sistemica ce l’attuale sistema ha perpetrato. Non ho avuto dal lei riferimenti simili. Certamente questo spazio non permette il dettaglio che una discussione del genere richiederebbe. Se ne riparlerà magari in una altra occasione. Forse commentando il futuro post “neo-liberista” di Nicola Casagli.

  6. La mia esperienza come membro del comitato di valutazione del Barcelona Media è assai simile a quella qui descritta, e cosi’ è in gran parte del mondo civile.
    Non c’è bisogno di andare sino in Cina o negli USA…
    E’ solo qui che abbiamo sti metodi ultraburocratici e privi di costrutto!

  7. Nel socialismo realizzato di Bologna, ho appena parlato con l’addetta alle pulizie, qui in università, piangente, che guadagna 3,5 euro l’ora, grazie al prodigioso modello capital-socialista realizzato dal PD in questa città. Aggiungo che siamo tra gli ispiratori della riforma bi-partisan Gelmini, e terra del realizzato compromesso storico. Nonché la città con il più alto tasso di microcriminalità. Alla VQR l’astensione è stata del 5%.

  8. marco2013 says:

    Eccellente articolo. Esilarante la conclusione che
    fotografa perfettamente lo sperpero di tempo e soldi impostoci da incompetenti

  9. Sul sito di Ferraro, sono pubblicati I primi pareri giuridici sia restrittivi (uniparma) che le risposte di due altri giuristi. Si evince che il problema non è giuridico ma squisitamente politico. Si tratta infatti di una visione politica dell’università errata , verticistica e dirigista che rispecchia un trend sempre più presente nel nostro paese. Le percentuali bulgare, sono appunto , bulgare e non proprie di un sistema democratico. La questione è quindi squisitamente politica e la leva finanziaria la si sta utilizzando per asserirvire ed imporre la propria (distorta) visione e soprattutto per consolidare il proprio potere. La storia insegna che quando si passa il segno, c’e’ sempre una reazione. Ma lo studio della storia evidentemente difetta a qualcuno.

  10. Mario Bonato says:

    Spero, visto che in Italia non accade, almeno in Cina i post docs
    abbiano dei diritti di minima quali una retribuzione dignitosa e che aumenta con l’esperienza, una periodica crescita del minimo contrattuale e la possibilita’ di fruire di sussidi di disoccupazione al termine del contratto…
    Chissa’ forse in Cina i post-docs sono addirittura considerati lavoratori dipendenti, come accade nel resto del mondo civile.

    • In Italia nessuno ha diritti tranne alcune combriccole ben organizzate e che nel comfronTo internazionale risultano composte da Puffi.

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