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C’È UNA LUCE IN FONDO AL TUNNEL? La qualità come risposta al neoliberismo e all’eccesso informativo

Non ci si può sempre incarognire nell’inseguire tutti i misfatti e le nequizie che ogni giorno dobbiamo subire a causa di una miope (o, peggio, cinicamente lucida) gestione dell’Università e della ricerca. Non si possono sempre contare numeri e compulsare circolari e documenti ministeriali, senza mai porsi il problema più generale del SENSO del nostro lavoro, del perché ancora crediamo nella ricerca e nella cultura, del come mai – nonostante tutto – stiamo ancora in trincea a combattere in nome di una università migliore, in una società e in un mondo che vorremmo essere diverso da quello che ogni giorno constatiamo con sgomento dipanarsi davanti ai nostri occhi. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare – accollandoci la fatica di una sua traduzione in italiano – questa riflessione apparsa sul blog di un illustre studioso olandese: perché essa non solo si esprime sulla quotidiana fatica della ricerca e del vivere nelle istituzioni accademiche con un insieme di pensieri che sentiamo di condividere, ma soprattutto perché fornisce un quadro complessivo che dovremmo avere sempre presente e sul quale faremmo bene a non smettere mai di interrogarci. Il fatto che troppo spesso dimentichiamo di farlo è il segno del decadimento, dell’essere caduti in un tunnel oscuro nel quale ancora non riusciamo a vedere una luce. La ricerca della qualità – da Hanegraaff alla fine evocata – potrà non piacere a qualcuno troppo preso da indici numerici e valori soglia, ormai troppo simile al meccanico indifferente ai colori di cui si leggerà in queste note, ma esprime una esigenza che, se può essere momentaneamente messa in sordina, sarà sempre destinata ad emergere con forza. In fondo, noi di Roars, ci impegniamo per questo.

 

Il mondo sta cambiando. Avverto il bisogno di cercare una prospettiva su ciò che accade attorno a noi, e su come il mutamento in atto sta trasformando radicalmente il nostro modo di pensare e di vivere, il nostro modo di concepire il possibile, le nostre aspettative sulla direzione che abbiamo intrapreso e, soprattutto, il nostro modo di immaginare in che direzione dovremmo incamminarci.

Le riflessioni che seguono hanno avuto una lunga gestazione. È da tempo – sono anni ormai – che in me si radica la sensazione di vivere un’epoca straordinaria, segnata da una trasformazione irreversibile che non ha precedenti nella storia dell’uomo. Stiamo entrando in un territorio inesplorato e non abbiamo mappe per predire o anche solo per cominciare a comprendere ciò che ci attende. Naturalmente, sono uno storico e sono perfettamente consapevole che il mondo è sempre stato in trasformazione: l’innovazione creativa è la regola, la stasi una mera illusione, ed eventi inaspettati possono accadere a ogni piè sospinto. Questo, almeno, è quanto è sempre accaduto. Ma ora sta succedendo qualcosa di più grande.

Fino a non molto tempo fa avevo la sensazione, da accademico e intellettuale, di dare il mio piccolo contributo a una grande storia che poteva essere descritta (nel bene o nel male, poco importa) come la storia della “Cultura Occidentale”, e non avevo motivo di credere che questa storia potesse interrompersi. Fatemi aggiungere che non nutrivo queste convinzioni in modo gretto e provinciale. Sono sempre stato assai attento al resto del mondo, a culture e stili di vita diversi dalle mie. Perché sono una persona curiosa, che ama guardare oltre confini del mondo che conosce. Nondimeno, la mia identità e i miei valori guida sono stati forgiati dalla storia culturale, intellettuale e spirituale dell’Europa. Quello è sempre stato il mio mondo.

Ma ora questo mondo cambia. Nei momenti bui avverto la cupa sensazione che molto presto – e molto prima di quanto pensavo potesse accadere solo pochi anni fa – entreremo in un’era nella quale – per parafrasare la voce narrante di Galadriel nella scena iniziale del film Il signore degli anelli – buona parte di quanto oggi riteniamo abbia valore sarà perduta per sempre, perché “non sarà in vita nessuno che potrà averne memoria”.

Sì, penso da elfo… Cresce in me la paura che la cultura che amo e cui tengo si stia disintegrando e scompaia attorno a me. Le foglie cadono. L’inverno sta arrivando.

Ma non ho alcuna intenzione di lasciarmi sopraffare da questo cupo pessimismo. Alla fine di queste righe proverò a uscire dal tunnel. Prima, però, voglio fare qualche passo indietro. Ho bisogno di vedere le cose in prospettiva. Quali sono i cambiamenti fondamentali che stanno avendo impatto su di noi e che possono spiegare il mio senso di declino, la mia sensazione di trovarmi alla vigilia di una perdita irreparabile?

1. Il regno del neoliberismo

Innanzitutto siamo stati testimoni dell’ascesa globale di ciò che – non trovo parole per descriverlo meglio – chiamerò il capitalismo neoliberale. Non intendo svolgere analisi approfondite in questa sede, perché penso che i più abbiano un’idea abbastanza nitida di cosa esso identifica.

Dagli anni Ottanta reaganiani e thatcheriani le nostre menti – progressivamente, ma fatalmente – sono state catturate dall’idea che ogni cosa che si dà al mondo può essere descritta in termini di “mercato”, e che i soli valori che contano sono valori esprimibili in termini economici. Ne è derivato un sistematico rovesciamento della normale relazione che si instaura fra mezzi e fini. Un tempo si dava la convinzione che il denaro fosse un mezzo per raggiungere i fini desiderati: ovviamente ci vuole denaro per creare buoni sistemi sanitari, ci vuole denaro per creare buone istituzioni nel campo dell’istruzione, e così via. Il denaro identificava un mezzo funzionale al perseguimento di obiettivi suscettibili di essere valutati nella loro autonoma consistenza.

Quella logica è stata rovesciata. La sanità e l’istruzione (per restare agli esempi appena fatti) sono oggi definiti quali prodotti inseriti in un mercato. Come tali, non identificano più fini desiderabili da perseguire perché intrinsecamente dotati di valore, per quello che sono e significano. Sono diventati mezzi per perseguire un nuovo e differente scopo: la massimizzazione del profitto. La logica interna di questo sistema tende a dirci che, in realtà, noi non dobbiamo preoccuparci troppo della circostanza che la gente goda veramente di una buona salute o acquisisca una buona istruzione. Ciò che conta è se la gente compra sanità e istruzione, con costi decrescenti e profitti crescenti. In breve, la salute e la conoscenza non sono più valori fondamentali. L’unico valore che conta è il valore monetario o economico.

Assistiamo al dispiegarsi di questa dinamica ovunque. Inclusa, naturalmente, l’Università. All’indomani della crisi finanziaria del 2008, e grazie agli auspici del governo più di destra che l’Olanda abbia mai avuto (il Rutte I), ho visto questa dinamica accelerare e andare fuori controllo. Come molti miei colleghi, ho cominciato ad avvertire la sensazione di continuare a fare il mio lavoro nell’Università (tentando di insegnare ai miei studenti qualcosa di reale, provando a focalizzare l’insegnamento sui contenuti, e cercando di tenere gli occhi sulla palla) non grazie, ma nonostante il sistema universitario.

L’istituzione si è trasformata in una fabbrica, concepita per produrre un prodotto che renda possibile il profitto. Per quanto gli amministratori e i politici si affannino a invocare la “eccellenza” ed enfatizzino il bisogno di “qualità” nell’istruzione, la verità è (come in qualsiasi altro settore dell’economia neoliberale) che la qualità è divenuta irrilevante per come funziona il sistema. Il quale riconosce solo dati quantificabili, che si prestano all’analisi statistica e che possono essere tradotti in termini economici e finanziari. Ne segue che le università non sono più votate all’istruzione “superiore”. Esse sono calate in un sistema operativo che sovverte i fini (gli scopi, gli obiettivi) che un tempo si riteneva esse dovessero perseguire.

Nel 2015, all’università di Amsterdam, gli studenti e il personale dell’università sono insorti contro la sistematica finanziarizzazione e corporativizzazione dell’accademia. Hanno occupato gli uffici amministrativi della Facoltà di lettere. E una volta espulsi, hanno occupato il Maagdenhuis, il rettorato dell’università. Proteste simili avvengono in altre università del mondo, e mi auguro davvero che queste rivoluzioni dal basso possano portare a qualcosa di buono. Tuttavia, temo che un cambiamento di rotta reale e durevole risulterà impossibile finché il capitalismo neoliberista sarà chiamato a fungere da sistema operativo dell’istruzione superiore in Europa. Effettuare l’aggiornamento di quel sistema non basta. Anzi, perfezionare ulteriormente le sue funzionalità peggiorerebbe le cose. Abbiamo bisogno di un nuovo sistema operativo, fondato su un principio che agli occhi dei seguaci dell’attuale sistema rappresenta un vero anatema: la qualità nell’istruzione e nella ricerca non può essere quantificata e tradotta in termini economici, ma è un irriducibile valore fondante, interamente autonomo, e non misurabile con la logica del calcolo economico.

2. L’eccesso d’informazione e i suoi nefasti effetti

Il secondo cambiamento cruciale che è dato osservare nel contesto che viviamo, è l’eccesso di informazione, con i suoi effetti perniciosi. La rivoluzione dell’informazione ha preso piede ed è deflagrata con sempre maggior vigore a partire dai primi anni Novanta, in perfetta sincronia con l’ascesa del capitalismo neoliberista. I suoi fattori costitutivi sono noti, e in questa sede possono essere ricordati sommariamente. Tutti sappiamo quanto incredibilmente potenti siano le nuove tecnologie dell’informazione, quanto stiamo traendo vantaggio dai miracoli che queste tecnologie hanno reso possibili, e quanto ne siamo diventati dipendenti. Questi benefici sono assai tangibili (naturalmente, come tutti, ne beneficio quotidianamente, e detesterei perderli), ma il prezzo da pagare è ingente. In questo caso il problema non è il rovesciamento dei mezzi con i fini, ma la sempre più spiccata incapacità di distinguere tra informazioni affidabili, meno affidabili, e informazioni inaffidabili.

C’è un altro modo per dirlo: diventa sempre più difficile per tutti noi distinguere tra informazione e conoscenza (infatti, ho riscontrato che la più parte di noi resta profondamente interdetta di fronte all’ipotesi di continuare a pensare che questa distinzione abbia ancora senso). Abbiamo una quantità illimitata di informazioni a portata di dita, ma non siamo più in grado di discernere il vero dal falso. E questo è vero anche in campi molto specializzati della conoscenza. C’è stato un tempo in cui potevo mettere assieme una disamina ragionevolmente accurata e completa della letteratura scientifica su un dato argomento. Oggi sono travolto, anche in aree che conosco molto bene, da un quotidiano tsunami di pubblicazioni online (le quali, quasi inevitabilmente, sono preferite alle tradizionali pubblicazioni cartacee per il semplice motivo che è già troppo difficile gestire l’informazione disponibile online). Nessuno ce la fa a stare dietro a questo processo, e la situazione è resa più grave dalla circostanza che i tradizionali criteri di selezione non hanno più nulla a che fare con la reale qualità della pubblicazione: pezzi d’informazione davvero eccellenti si trovano gratuitamente online, mentre troppo di quanto riesce a farsi strada nei top journal (in Italia si direbbe: le “riviste di fascia A”) sottoposte alla valutazione fra pari è poco memorabile o addirittura di qualità mediocre.

Questo processo può in gran parte spiegarsi con le due dinamiche di cui si sta discutendo qui. L’impatto del capitalismo neoliberale sulle pubblicazioni accademiche ha significato che vendere un prodotto della ricerca (in questo caso: riuscire a vedere pubblicato il proprio articolo da un giornale peer-reviewed) è diventato molto più importante della reale qualità del prodotto. E inoltre che gli autori devono produrre ciò che il mercato sembra chiedere loro: se il tuo lavoro è troppo audace, originale, creativo, troppo fuori dal seminato, questo potrebbe diminuire le possibilità di veder accettato il lavoro nella rivista. Proprio come si è predicato in generale con riferimento alle dinamiche avviate dall’eccesso nefasto di informazione, accade che gli editors delle riviste e i revisori anonimi ricevono troppe richieste. L’effetto sono revisioni superficiali, sfornate frettolosamente e superficialmente da responsabili di riviste in perenne lotta contro un tempo che non hanno – in un contesto sempre più dominato da un apparato burocratico e impersonale che governa le scelte editoriali.

Tutto ciò fa sì che gli studiosi non lavorino più come una volta. I più bravi fra noi avevano l’abitudine di studiare un certo tema a fondo e in modo sistematico, nel tentativo di andare al fondo delle cose, perché ancora ritenevano che esistesse un “fondo” da raggiungere. Ma quell’illusione è svanita e ci ritroviamo, invece, a collazionare dati, o a selezionarli in modo più o meno casuale. Troppo spesso avvertiamo la sensazione di non aver tempo per svolgere uno studio profondo e concentrato su una particolare fonte o su un lavoro specifico di un nostro collega. Perché, se no, che ne sarebbe di tutte quelle altre infinite fonti? Che ne sarebbe di tutti quegli altri studiosi i cui lavori si affastellano sulla scrivania o nel nostro computer in attesa di essere letti? Siamo sicuri di star leggendo l’articolo giusto in questo momento? Forse dovremmo leggere uno di quegli altri innumerevoli articoli che ci aspettano… Ma come scegliere? Come possiamo sapere quale fra loro merita la nostra attenzione e quale rappresenta solo una perdita di tempo, se non abbiamo preventivamente filtrato in qualche modo queste informazioni? E così continuiamo i nostri carotaggi, frettolosi e superficiali; oppure ci rassegniamo all’inevitabile e cominciamo a selezionare più o meno a caso.

A me sembra che questi due sviluppi fondamentali siano intimamente collegati a quattro ulteriori nuovi sviluppi. Anche loro stanno cambiando il mondo che viviamo. E possono essere considerati come un secondo livello propiziato dal primo.

(a) La perdita di potere

Tanto per cominciare, stiamo assistendo a un processo di sistematica perdita di potere dei cittadini, che si rispecchia in un enorme deficit democratico. Il capitalismo neoliberale ha determinato una situazione nella quale le banche e le imprese internazionali, guidate da amministratori delegati e manager non eletti, sono più potenti degli stati nazionali, al punto che i risultati delle elezioni democratiche hanno ormai perduto molta della loro importanza.

I cittadini medi avvertono a pelle che il partito politico per il quale votano non è più importante, perché, in ogni caso, i politici non hanno altra scelta che continuare a dar corso agli “affari di sempre” (si consideri, per esempio, il recente dramma greco): quel piccolo potere che un tempo avevamo per determinare il nostro destino ci è stato sottratto. Il profondo risentimento e l’acuta frustrazione che questa consapevolezza determina vengono così indirizzate verso i capri espiatori del caso, come gli “immigrati” o i “musulmani”, distogliendo l’attenzione dai soggetti che sono realmente responsabili di questo stato di cose (per esempio, sebbene sia evidente che la crisi finanziaria sia stata determinata dal capitalismo neoliberale, i capitalisti neoliberali olandesi hanno vinto le elezioni successive alla crisi e sono rimasti al potere!). Questa dinamica è stata analizzata innumerevoli volte, ma forse si è prestata poca attenzione alla perdita di potere determinata dal secondo elemento esaminato poc’anzi: quello dell’eccesso di informazione e dei suoi effetti nefasti. Anche se abbiamo ancora la possibilità di scegliere, non sappiamo più cosa scegliere, perché non sappiamo più come selezionare informazioni affidabili fra le incredibili quantità di disinformazione, mitologie, catalizzatori di paura, propaganda, vortici informazionali, e puro non senso.

(b) La mutazione del cervello

Un secondo, diverso, sviluppo può essere descritto come mutazione del cervello. L’avvento della tecnologia dell’informazione e la sua onnipresenza nella nostra vita quotidiana – il fatto che tutti stiamo sempre più consumando le nostre vite incollati a schermi di computer o a dispositivi portatili – significa che stiamo usando i nostri cervelli per fare cose che sono molto diverse da quelle che facevamo un tempo. Li stiamo continuamente allenando per eccellere in quel tipo di attività di cui abbiamo bisogno per gestire i nostri computer in modo efficiente, ma il rovescio della medaglia è che non stiamo allenando i nostri cervelli a svolgere compiti che sono necessari ad altre attività ugualmente importanti. Siamo diventati molto bravi e spostare rapidamente la nostra attenzione da una cosa all’altra, ma stiamo perdendo la nostra capacità di concentrarci su una sola cosa, e di starci concentrati a lungo. Siamo bravissimi a “scannerizzare” le informazioni velocemente, ma stiamo perdendo l’attitudine al pensiero profondo e alla riflessione ponderata, necessaria per trasformare i dati in conoscenza. Avere un mare di informazioni disponibili non dice nulla su quanto siamo in grado di comprendere cosa quell’informazione davvero significhi. Questa comprensione richiede muscoli cerebrali che sono sempre meno sollecitati.

(c) L’amnesia storica

Un terzo sviluppo prende luogo. Lo descrivo con l’espressione amnesia storica. Per me, studioso del pensiero e delle arti umane, si tratta di uno sviluppo molto doloroso, perché compromette le fondamenta di ciò di cui si è sempre occupato il mio lavoro. Negli ultimi decenni le riforme dell’istruzione sono state dominate dall’idea che gli studenti devono imparare le abilità e non devono acquisire conoscenza: ciò che sai non è così importante se è vero che puoi rintracciare l’informazione di cui hai bisogno nel momento in cui ti serve. Questa filosofia educativa si fonda su un errore fondamentale. Abbiamo trascurato il fatto che in assenza di conoscenza, l’informazione diventa priva di significato e la selezione dei dati (la scelta informata) diventa impossibile. Avendo messo il carro innanzi ai buoi, siamo indifesi di fronte ai nefasti effetti dell’eccesso informazionale.

Per quanto concerne il mio secondo elemento di riflessione (la logica del capitalismo neoliberale di mercato), osservo che la conoscenza della storia non assume utilità pratica o valore economico ed è degradata sostanzialmente al rango di un hobby (più in dettaglio: un hobby di sinistra, come i politici di destra del mio paese amano soggiungere). La storia è percepita come l’oggetto di un interesse tutto personale o di un’attività di svago, come andare all’Opera. Perché, allora, la società dovrebbe investire denaro dei contribuenti per propiziarne lo studio? I risultati di questa idea sono divenuti tangibili negli ultimi anni. Nella misura in cui si può dire che stiamo ancora imparando la storia, tendiamo a concentrarci su episodi isolati dell’era moderna o contemporanea (con la seconda guerra mondiale assurta al rango dell’evento di gran lunga più importante nel cammino dell’uomo), e sulla storia sociale, politica ed economica. La storia antica e premoderna è divenuta irrilevante (“è ormai finita, giusto?”) e – cosa più importante – stiamo perdendo di vista le linee evolutive della storia culturale e intellettuale dell’Occidente (per non parlare della storia non occidentale, a dispetto di tutto il chiacchiericcio che si fa sulla globalizzazione).

Nell’arco dell’ultimo decennio, grossomodo, sono stato testimone di come i miei studenti rimanessero sempre più straniti tutte le volte che facevo riferimento a cose come la “Tarda Antichità”, i “Medioevi”, il “Rinascimento”, la “Rivoluzione Scientifica”, l’”Illuminismo”, il “Romanticismo” e così via. La più parte di loro ha solo una vaga idea di quando queste periodizzazioni storiche presero luogo, di cosa significarono, dei fattori che li determinarono, e del perché loro dovrebbero interessarsene. In breve, stiamo rapidamente perdendo la nostra capacità di orientarci nei corridoi temporali della storia. Ma, se non sappiamo più da dove veniamo, questo significa che non sappiamo dove ci troviamo, e di conseguenza finiremo per perdere la cognizione di chi siamo. Questo perché gli esseri umani sono programmati per definire la loro identità attraverso la memoria: un’amnesia individuale significa non sapere chi si è, e perché si è, e l’amnesia storica produce il medesimo effetto sulla società in generale. Diventiamo senza senso, disorientati e privi di direzioni.

(d) L’evaporazione dei valori

Il che conduce al mio quarto punto. A rischio di apparire un po’ drammatico, non c’è modo migliore di descriverlo come una decisiva evaporazione dei valori. In un certo senso, questo mi riporta al mio incipit, perché ho avviato queste note sottolineando il fatto che il capitalismo neoliberale non riconosce altri valori se non quelli suscettibili di calcolo economico. La nozione stessa che qualcosa possa avere valore di per sé – una qualità intrinseca non suscettibile di essere misurata in termini di quantità – è letteralmente impossibile prenderla in considerazione e persino immaginarla, se si accetta il paradigma neoliberale/capitalistico. È come chiedere a un meccanico di tener conto del colore dell’auto: lui non vedrà il problema. Ti risponderà che l’auto marcia allo stesso modo, che i cerchi in lega dell’auto siano verdi o blu. E avrà ragione, naturalmente. Ma i colori hanno un valore per noi come esseri umani, e lo stesso accade per i valori. Il colore non ha importanza per l’auto, ma l’ha per noi: noi gli attribuiamo un valore. Bene. Da dove prenderemo i nostri valori in una condizione di amnesia storica? Questo non è un problema risolvibile “cercando i dati giusti, ottenendo le corrette informazioni”. A parte alcuni valori molto immediati ed elementari che trovano fondamento nella biologia animale (e.g. “piacere=buono / dolore=cattivo – ma anche questi valori possono essere riprogrammati, come ben sa chi ha studiato la storia dei martìri), noi assumiamo i nostri valori non dall’informazione, ma dalla cultura e dalla memoria: i valori sono letteralmente coltivati da una generazione all’altra, sulla base di quanto è oggetto di ricordo. Eravamo soliti tramandarci i valori derivati dalla cultura europea, specialmente quelli dell’antichità classica, delle religioni ebraiche e cristiane, dalla razionalità illuministica, e dalla scienza moderna; ma, in luogo di tradizioni viventi, questi elementi sono divenuti mere opzioni sottoposte alla scelta di un consumatore, che si offrono a noi nella forma di una sconcertante massa di dati disparati, privi di criteri o direttive utili a sceglierli e a valutarli.

Tengo a precisarlo: niente di quanto sto scrivendo implica che i valori siano necessariamente buoni. Per esempio, lo Stato Islamico sta coltivando un insieme di valori che non si limitano ad accettare, ma incitano all’omicidio, allo stupro e alla tortura degli “infedeli”. Per quanto possano essere orribili, questi sono valori, parte di un più grande e funzionale sistema di valutazione in nome del quale questa gente è disposta a sacrificare le proprie vite. Perciò non abbiamo alcuna ragione per connotare in chiave sentimentale i “valori”; ma dobbiamo essere pronti a riconoscere il loro incredibile potere di motivare l’animo umano, di fornire un senso di significato e direzione, di dire alla gente le cose per le quali val la pena vivere e morire. Quello che sostengo qui è che il nostro paradigma regnante (il capitalismo neoliberale), combinato con l’informazione rampante e l’amnesia storica, ci lascia totalmente ciechi sul da farsi. Siamo profondamenti insicuri sui nostri valori perché né il mercato né i dati ce li possono chiarificare. Questo ci rende incredibilmente vulnerabili di fronte a culture o ideologie che sanno benissimo perché siamo qui e che direzione dovremmo intraprendere.

3. Qualità

E allora verso dove andare, e perché? Ho cominciato queste righe ammettendo che di questi tempi mi sento spesso come gli elfi. L’inverno sta arrivando. Ma forse sono troppo legato al passato. Forse sono a lutto solo perché sono troppo innamorato della cultura europea. A dispetto di tutti i suoi orrori, crimini e tragedie, la amo ancora e l’ammiro. La considero cara per la sua incredibile bellezza, saggezza e – non per ultimi – la sua profonda ambivalenza e i suoi conflitti mai sopiti. In ultima analisi preferisco vedere la storia dell’Europa come l’epopea di un eroe, la storia di come abbiamo provato a migliorarci nonostante noi stessi, ponendoci obiettivi che avrebbero potuto essere impossibili da raggiungere, ma che abbiamo provato a raggiungere comunque – spesso con enormi costi per noi e per gli altri. Non voglio credere che questa lotta sia stata vana.

E allora dov’è la luce in fondo al tunnel? Non ho la presunzione di avere una risposta, e di sicuro non posso guardare nella sfera di cristallo. Sto solo cercando di acquisire una prospettiva che ci consenta di vederla questa luce. Una cosa mi sembra chiara: di sicuro l’unica strada da percorrere è quella di spiegare le nostre vele verso ciò che oggi ci manca. Per scoprire questo qualcosa che ci manca, potremmo chiederci cosa tiene uniti i due fattori chiave del capitalismo neoliberale e dell’eccesso nefasto d’informazione. A me sembra che la risposta sia molto semplice: l’assenza di qualità. Il capitalismo neoliberale è incapace di gestire la qualità e la converte in quantità; e sostituire il perseguimento della conoscenza con l’eccesso d’informazione impone di sacrificare la qualità a vantaggio dell’accumulazione dei dati.

Ciò che dobbiamo fare è rispondere alla domanda che Robert Pirsig si pose nel suo classico Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta (1974): cos’è la qualità? Non fatevi fuorviare dalle apparenze o dalle prime impressioni: non si tratta di una questione astratta o filosofica, di cui discettare sorseggiando un buon bicchiere di vino a sera. È una ricerca esistenziale, inseparabile dalla ricerca dei veri valori. Se presa davvero sul serio, e se meditata a un livello profondo (e non ho la pretesa di riuscire a farcela in entrambi i casi, perché è davvero molto difficile farlo) essa metterà in gioco l’intero senso della nostra esistenza e determinerà tutto ciò che facciamo. Possiamo porci questo problema esplicitamente o solo implicitamente, forse impiegando termini differenti, o possiamo cercare di analizzarlo attraverso le nostre azioni invece che impiegando parole. Ma sarà sempre la ricerca della qualità.

È questo il mio suggerimento per accendere una luce che possa guidarci verso l’uscita da un tunnel che, lo riconosco, ho dipinto con toni molto bui. Forse non è molto, ma è quanto di meglio potevo fare. Non è una risposta, ma una domanda – non un obiettivo prefissato da raggiungere, ma un percorso aperto sul futuro. Se smettiamo di porci questa domanda – perché la riteniamo non più interessante o perché non ne capiamo più il senso – allora ho paura che per noi sia finita. Ma non credo che questo accadrà. Anche se la mutazione del cervello lavora contro di noi, devo credere che la ricerca della qualità sia troppo profondamente intrecciata in ciò che significa essere “umani”. Anche di fronte ai quotidiani attacchi d’ipnosi propugnati dai media, ai quali siamo tutti esposti, gli esseri umani continueranno a cercare valori e significati – semplicemente perché non possiamo aiutarci altrimenti.

E allora penso che sia questo il mio messaggio: restate svegli! Rifiutiamo di farci prendere in giro. Non permettiamo a noi stessi di farci inesorabilmente e docilmente accompagnare nella cultura della “compliance” da un mondo privo di senso, fatto di mercati e dati, perché anche se questo mondo oggi appare dominante, esso letteralmente non ha futuro: niente per cui lottare o sperare.

Continuiamo a usare la nostra immaginazione per cercare ciò che è reale.

(traduzione di Umberto Izzo)

 

Postilla del traduttore

Interrogandosi sul senso ultimo della qualità, in relazione al significato che questo concetto assume per l’Università, Robert Pirsig aveva immaginato di trascrivere gli appunti del suo celebre alter ego: Fedro.

Cosa pensi che sia la vera Università?

I suoi appunti rispondono a questa domanda così:

La vera Università è una condizione mentale. E’ quella grande eredità del pensiero razionale che ci è stata tramandata attraverso i secoli e che non esiste in nessun luogo specifico; viene rinnovata attraverso i secoli da un corpo di adepti tradizionalmente insigniti del titolo di professori, ma nemmeno questo titolo fa parte della vera Università. Essa è il corpo della ragione stessa che si perpetua.

Oltre a questa condizione mentale, la “ragione”, c’è un’entità legale che disgraziatamente porta lo stesso nome, ma è tutt’altra cosa. Si tratta di una società senza scopi di lucro, di un ente statale con un indirizzo specifico, che ha delle proprietà, paga stipendi, riceve contributi materiali e di conseguenza può subire pressioni dall’esterno.

Ma questa università, l’ente legale, non può insegnare, non produce nuovo sapere e non vaglia le idee. È solo un edificio, la sede di una chiesa, il luogo in cui sono state create le condizioni favorevoli a che la vera chiesa potesse esistere.

La gente non riesce a vedere questa differenza, disse Fedro, e crede che il controllo degli edifici della chiesa implichi il controllo della chiesa stessa, considera i professori semplici impiegati della seconda università, che dovrebbero rinunciare alla ragione a comando e ricevere ordini senza discuterli, come fanno gli impiegati delle altre aziende.

Questa gente vede la seconda università, ma non riesce a vedere la prima…

PIRSIG, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Milano, Adelphi, 1981, 149-50.

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7 Comments

  1. Pingback: Neoliberismo ed eccesso informativo: la qualità come risposta e superamento | Piergiovanni Alleva

  2. Veramente Molto Bello e Profondo !!

  3. indrani maitravaruni says:

    Sottoscrivo ogni singola affermazione.

  4. Leggo un’analisi amara e, secondo me, giusta.
    L’ utilitarismo tentò di avere gli stessi effetti sull’istruzione e non riuscì.
    Sta a noi, in parte, a come operiamo nella realtà delle nostre università, con gli studenti, durante le lezioni, nei rapporti con i colleghi. Niente avviene come una maledizione.

  5. Schegge di realtà quotidiana: a proposito di mondo sconnesso, alla cui sconnessione contribuisco allegramente anch’io.
    Accipicchia! Dovevo mettermi a lavorare a un articolo (per un volume – se riesco a scriverlo, questo contributo – per il quale mi si chiede una cosa e invece io risponderò con un’altra, speriamo bene…) e invece mi sono messa a leggere quest’articolo, pensando nel frattempo che dovrei approfittare del bel tempo e fare una passeggiata (in salita, ma al ritorno sarà in discesa, un vantaggio se mi carico di pacchi, meno male che c’è la legge gravitazionale…) fino al mercatino più vicino dove certe volte vendono cose sfiziose. Né articolo, né mercatino, a questo punto. Ma un coinvolgimento profondo, relativamente profondo, nelle tematiche di quest’altro articolo, per la cui traduzione ringrazio il traduttore, come credo facciano tutti gli altri lettori, invidiosa che possa essere stato in grado di tradurre dall’olandese. Vado all’originale: in inglese! Mi consolo: forse anche il testo inglese è una traduzione, forse dall’olandese? Questo mi fa pensare a una bella conferenza dell’altro giorno sulla “World Literature”, argomento finale di un percorso sulla circolazione di certi modelli letterari (da oriente a occidente, col mondo greco antico in mezzo che non si capisce da quale parte stia), dove a un certo momento il conferenziere dice che il termine virgolettato sopra riportato sembrerebbe intraducibile. A me ronza qualcosa in testa, ma poi siccome si passa ad altro, relativo alla ‘globalizzazione’ all’insegna della lingua inglese che sta avvenendo nel mondo (alias globalizzazione linguistica), il ronzio cessa, ma a conferenza finita ritorna. Accipicchia, quando studiavo all’università di Bucarest, un corso fondamentale dei primi anni era la cosiddetta “literatură universală”, identica a ciò che gli americani (v. Harvard) ora chiamano “World Literature”, e se i due termini non sono perfettamente equivalenti, perché in quello romeno c’è un neologismo (universale), è invece del tutto identico all’inglese il termine ungherese (vilàgirodalom = “del mondo-letteratura”, cioè letteratura mondiale, cioè world literature), tema sul quale nel 1957 uno studioso ungherese (Antal Szerb) aveva pubblicato due densi volumi, divenuti dei classici, che, ora vedo, sono una nuova edizione di qualcosa di anteriore. Questo a proposito della perdita della memoria storica, non mia però.
    A proposito di mutazione del cervello, cioè di perdita o diminuzione di certe sue funzionalità, come probabile risultato della sottoutilizzazione di una sua parte. L’altro giorno qualcuno mi dice che stanno progettando da qualche parte o già facendo delle ricerche neurocognitive per vedere e dimostrare che la diminuzione delle abilità manuali (il non saper scrivere in corsivo, ad esempio, o semplicemente il non saper più scrivere a mano) influisce sulle capacità cognitive. Faccio spallucce – anche se mi passano davanti immagini di megaprogetti megafinanziati con megarisultati megatabellizzati – perché essendo vissuta all’università accanto ad antropologi, qualcosetta l’avrò imparata anch’io, tipo André Leroi-Gourhan (non lo trovo più nel caos di libri e carte che mi circonda, a proposito di sovrainformazione), dove si spiega come nei milioni di anni di evoluzione dal quadrupedismo al bipedismo, avendo bocca e zampe anteriori perso lentamente le loro funzioni precedenti, si sono specializzate in altro, modificando a loro volta, sempre lentamente, certe aree cerebrali (si inferisce dalle forme del cranio). E’ quindi ovvio che se non si usano le mani, il cervello si intorpidisce, poco, molto, a seconda. E’ per questo che in Islanda, senza perder tempo ad aspettare descrizioni e risultati che ben vengano, ovviamente, stanno introducendo nelle elementari i lavori manuali storici, come il cucire, l’usare attrezzi semplici e simili, senza distinzione di genere, immagino; non come avveniva ad es. in Romania (e certamente altrove in quelle parti orientali e sperdute che ora esportano delinquenti ma anche gente altamente specializzata), mezzo secolo fa, dove a scuola c’era un’ora alla settimana dedicata ai lavori manuali, non tanto per stimolare il cervello, ma per far comprendere che era bene studiare, ma era bene anche saper usare il martello o l’ago o la zappa, con rigida distinzione di genere, zappa esclusa che è unisex. Alle due estremità geografiche e cronologiche dell’Europa recente avvengono le stesse cose: perdita? riconsiderazione? ciclicità? buon senso?
    L’altro giorno c’erano sedute di laurea. Fuori, tra parenti ed amici, passeggiava una ragazza, nervosetta, in tubino rosso fuoco di satin, scollato e smanicato, a metà coscia, coroncina di alloro in testa, capelli sciolti alla moda, su trampoli alti neri, 15 cm, camminando a punte in dentro, perché una cosa è indossare, altra cosa saper usare con eleganza e leggerezza. Spero per lei che la sua tesi, magari power-pointata, sia stata all’altezza della situazione e non delle scarpe.
    A proposito di donne e per chiudere il cerchio: ho l’impressione che gli interventi femminili in questo blog siano quantitativamente inferiori a quelli maschili. Sulla qualità non mi esprimo.
    La passeggiata l’ho poi fatta. Al ritorno sono passata vicino a un meraviglioso campo fiorito dove c’erano anche dei gladioli selvatici. Sui bordi c’era un mucchiotto grazioso di detriti e di spazzatura.

  6. giorgino says:

    Complimenti all’autore e al traduttore, ottime riflessioni!

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