Un recente articolo apparso su Repubblica.it pubblicizza una lettera che sembra riportare un accorato appello di tutti e 5.000 i ricercatori italiani nel Regno Unito con l’apprezzamento del progetto delle “cattedre Natta” per poi concludere con un elenco delle riforme che, secondo la lettera, l’Italia dovrebbe apportare al sistema universitario italiano. La lettera viene presentata nel titolo come lettera di “5.000 ricercatori in UK”. In seguito ai primi commenti critici (AISUK chi? “In soccorso delle Cattedre Natta arrivano le truppe cammellate (finte)), sparisce il numero dalla pagina principale. Due giorni dopo la prima pubblicazione dell’articolo  finalmente compare il file della lettera. Nome del file? “november13”, nome appropriato dato che la data di creazione del file indica proprio il 13 Novembre. Quindi Repubblica è riuscita a battere i precog di Minority Report, commentando una lettera scritta due giorni dopo! Considerando contenuto e sede di pubblicazione della lettera di stretta fede Renziana non può non sorgere il dubbio che la lettera sia il tentativo di qualche membro dell’associazione AISUK di ingraziarsi il governo, forse al fine di ottenere la patente di super-professore che sarà distribuita, appunto, da commissioni indirizzate dal governo. Consiglierei agli ideatori della missiva di uscire dalle aule accademiche e farsi un giro nei vicoli della Londra working class, scopriranno che il nome della loro associazione assomiglia può confondersi con una espressione poco lusinghiera: I suck!

minority_report

Un recente articolo apparso su Repubblica.it pubblicizza una lettera che sembra riportare un accorato appello di tutti e 5.000 i ricercatori italiani nel Regno Unito (questo è il numero indicato) affinché il governo italiano si renda conto che la Brexit costituisce uno “shock negativo per la ricerca nel Regno Unito [che] può rappresentare una grande opportunità per quella italiana”. La lettera prosegue con l’apprezzamento del progetto delle “cattedre Natta” per poi concludere con un elenco delle riforme che, secondo la lettera, l’Italia dovrebbe apportare al sistema universitario italiano per convergere a quello nel quale lavorano. A prescindere dalla coerenza e autorevolezza della missiva, non possono che sorgere delle domande. Davvero i connazionali italiani che fanno ricerca in terra d’Albione si riconoscono in questa immagine di spaurite potenziali vittime della Brexit che non vedono l’ora di poter avere l’opportunità di rientrare nel Bel Paese? Davvero credono che le cattedre Natta siano la strada maestra per tornare a casa? Infine, veramente credono alle varie assurdità elencate nella lettera al fine di trasformare il sistema universitario italiano in una copia di quello britannico? Andiamo con ordine, rispondendo alle varie domande prima di concludere con una breve discussione sulla genesi dell’articolo.

Sul fatto che la Brexit sia giudicata negativamente per la Gran Bretagna da gran parte degli universitari non c’è dubbio, così come è plausibile immaginarsi una crescente preoccupazione da parte di stranieri residenti in UK a causa del diffondersi di sentimenti nazionalisti. D’altra parte, nei campus inglesi e gallesi (dove la Brexit ha vinto, in Scozia e Irlanda del Nord ha perso) non risulta si stiano facendo piani d’emergenza per l’evacuazione di stranieri perseguitati. Né risulta che tutti i ricercatori italiani all’estero vivano nel costante desiderio di tornare a gustarsi le tagliatelle della mamma, almeno alcuni ci staranno per scelta. Accanto ai tanto pubblicizzati ricercatori vittime più o meno conclamate di ingiustizie accademiche vi è una gran parte di ricercatori che, indipendentemente dal passaporto, segue il proprio progetto di ricerca dovunque si aprano possibilità, e quindi, se fosse necessario, sarebbero pronti a lasciare le umide rive della Manica per approdare in qualsiasi parte del mondo che gli permetta di proseguire la carriera, con o senza tagliatelle. La pretesa quindi della lettera di rappresentare tutti e 5.000 connazionali appare di gran lunga implausibile.

Rispetto alla speranza che le cattedre Natta siano una possibilità reale per i “cervelli italiani all’estero” (a causa di fughe o altro) c’è da domandarsi se i nostri connazionali (o meglio, l’estensore della missiva) siano in grado di fare due semplici conti. Il provvedimento prevede un totale di 424 nuove posizioni (le rimanenti 76 sono per trasferimenti di super-professori già di ruolo in Italia), divisi equamente tra posizioni da (super) associato ed ordinario. Quindi meno del 10% dei ricercatori italiani in UK potrebbe avere la possibilità teorica di tornare in patria. Ma questa probabilità è ottenibile solamente con l’ipotesi, assolutamente irrealistica, che vi siano domande solo dalla Gran Bretagna e solo di italiani. In realtà, ovviamente, tutti gli italiani all’estero potrebbero desiderare di tornare “là dove ‘l sì suona”. Una stima spannometrica suggerisce che per ogni ricercatore italiano in UK vi siano almeno 5 ricercatori italiani nel resto del mondo, dagli USA all’Australia. Quindi il 10% teorico si trasforma in un 2% dei 5000 che riuscirebbe a conquistare l’agognata posizione. Considerando che i bandi non richiederanno il passaporto italiano, tutti i ricercatori del mondo potranno fare domanda, per non parlare dei ricercatori in ruolo in Italia che aspirino alle mostrine di “Natta-cattedratico”, e si può quindi tranquillamente prevedere che, in una competizione nella quale partecipino tutti i ricercatori italiani in UK, ci si possa aspettare che solo qualche unità riuscirà nell’impresa di diventare super-professore nelle accademie patrie. E’ questo l’obiettivo-speranza dei 5000 ricercatori? Spero per loro proprio di no. Ma forse, non è questo il punto della lettera.

Per capire quale sia la reale motivazione è interessante leggere la parte della lettera che, dopo aver auspicato la “impeccabilità” della assegnazione delle cattedre ed il profilo “mondiale” dei commissari, si abbandona all’invocazione di una “molto più ampia riforma” i cui punti portanti sembrano presi di peso dalla più trita retorica sull’università in salsa eccellente e meritocratica: libertà del sistema retributivo, incentivi, efficienza, finanziamenti in base ai risultati, valutazione rigorosa, ecc. La aulica chiusa della lettera riassume bene l’afflato: “Senza una riforma complessiva del sistema universitario, temiamo che l’Italia continuerà a essere un posto da dove molti cervelli fuggono e pochi sono attratti. La scelta britannica potrebbe rappresentare un’occasione d’oro per l’Italia, ma solo se questa avrà il coraggio di riforme radicali“. Anche se non è chiaro quale sia il legame della invocata riforma con la saudade da curare a base di cattedre Natta, il desiderio di trasformare il sistema italiano per farlo assomigliare a quello British può sembrare convincente se espresso da esperti. Ma veramente qualcuno crede che, per quanto radicale, è sufficiente una riforma a base di liberalizzazione e merito a viale Trastevere per risolvere i problemi degli atenei italiani? Per capire le implicazioni basta ricordare qualche dettaglio. Ad esempio, le tasse universitarie dei sudditi di Sua Maestà ammontano a 9.000£ per studente (15.000£ se straniero). Questo non impedisce a poco meno di 340.000 stranieri di andare a studiare nel Regno unito[1], generando 3.9 miliardi di sterline di entrate in aggiunta alle tasse pagate dagli studenti nazionali che finanziano gli atenei d’oltremanica. Sul fronte della ricerca i Research Councils distribuiscono circa 3 miliardi di sterline di fondi di ricerca, cioè la metà di quanto tutti gli atenei italiani hanno a disposizione non (solo) per la ricerca, ma per il loro funzionamento, dagli stipendi alle bollette della luce. Inoltre, se anche le infrastrutture amministrative italiane fossero all’altezza di quelle messe a disposizione dal governo di Sua Maestà (avete presente il MIUR?), i pochi dati citati sopra farebbero capire anche ad un bambino che le condizioni dei due sistemi sono troppo diverse per sostenere che copiare qualche dettaglio per trasformare l’anatroccolo italico nel cigno britannico. E’, al contrario, molto più probabile che le riforme uccidano l’anatroccolo, che poi tanto brutto non è se riesce a formare i cervelli tanto apprezzati e produrre risultati più che dignitosi nei confronti di sistemi universitari dotati di risorse ampiamente maggiori di quelle italiane.

Per concludere non resta che domandarsi quale sia l’origine e la motivazione, reale, di questa lettera. Sicuramente non esprime il parere dei 5000 ricercatori in UK, e molto probabilmente neanche da una frazione di questi. L’associazione che l’ha diffusa è la AISUK (da non pronunciarsi in società…). Questa associazione appare un’iniziativa privata indipendente, ma l’addetto scientifico dell’ambasciata, prof. Di Lauro, la presenta come una “stretta collaborazione con l’Ufficio scientifico”, “invita caldamente” ad iscriversi e, per concludere, afferma che “è l’unica associazione nazionale di accademici italiani che lavora in stretta collaborazione con l’Ambasciata”. La prova è, ad esempio, che per partecipare ad un premio promosso dall’ambasciata è richiesta l’iscrizione ad una delle associazioni elencate in una lista che inizia dalla AISUK. Curioso legame tra una associazione e l’addetto scientifico, rafforzato dalla presenza come membro onorario del professore addetto scientifico nel board dell’associazione.

L’uscita dell’articolo di Repubblica sulla lettera è stato caratterizzato da un simpatico balletto di modifiche del testo online: inizialmente viene presentata nel titolo come lettera di “5.000 ricercatori in UK”. In seguito ai primi commenti critici (AISUK chi? In soccorso delle Cattedre Natta arrivano le truppe cammellate (finte)) sparisce il numero dalla pagina principale (La ritirata delle truppe cammellate: arriva Roars e i 5.000 “pro-Natta” spariscono da Repubblica.it) dove il titolo diventa “i ricercatori” in UK (ma il richiamo nell’inserto specializzato mantiene il titolo originale, ). Durante questo vortice di modifiche la lettera oggetto dell’articolo non viene mai mostrata fino al 13 Novembre, cioè due giorni dopo la prima pubblicazione dell’articolo, quando finalmente compare il file della lettera. La cosa si fa intrigante a causa del nome del file, “november13”, nome appropriato dato che la data di creazione del file indica proprio il 13 Novembre. Quindi Repubblica è riuscita a battere i precog di Minority Report commentando una lettera scritta due giorni dopo!

Considerando contenuto e sede di pubblicazione della lettera di stretta fede Renziana non può non sorgere il dubbio che la lettera sia il tentativo di qualche membro dell’associazione di ingraziarsi il governo, forse al fine di ottenere la patente di super-professore che sarà distribuita, appunto, da commissioni indirizzate dal governo. Consiglierei agli ideatori della missiva e della sua maldestra diffusione di uscire dalle aule accademiche e farsi un giro nei vicoli della Londra working class, scopriranno che il nome della loro associazione assomiglia può confondersi con una espressione poco lusinghiera: I suck!

[1] http://www.universitiesuk.ac.uk/facts-and-stats/Pages/higher-education-data.aspx

Send to Kindle

3 Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.