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A proposito del GEV14 e della fairness. E di un dilemma etico che sta sorgendo tra i sociologi. E di un modo per risolverlo.

Una questione alquanto delicata, al centro delle preoccupazioni di qualunque paese che voglia svolgere un serio esercizio di valutazione della ricerca, è come noto quella della fairness nella composizione dei gruppi di valutazione. Nel caso del GEV13 (Scienze economiche e statistiche), la questione è stata tempo fa sollevata su ROARS con riferimento alle strette relazioni di co-autoraggio che intercorrono fra i 3/4 degli economisti che lo compongono. Ma la questione della fairness, e degli equilibri nella composizione dei gruppi di valutatori, può porsi anche rispetto ad altri indicatori e secondo altre logiche.

Si prenda il caso del GEV14, Scienze politico-sociali, al suo interno diviso in un SubGev per l’area politologica ed in uno per quella sociologica. Ora, non sfugge a nessuno che poco poco sia addentro alla storia e alle vicende della sociologia italiana, che il Gev14 è fortemente sbilanciato a favore di una specifica “componente.” Si chiamano così, quei gruppi di potere accademico – o meglio, quelle macchine politico-accademiche-concorsuali – che di fatto (e al di là dei regolamenti e delle normative ufficiali) organizzano la vita della disciplina, riducendo enormemente il peso del criterio del merito nella selezione del personale (cioè degli studiosi) e rendendo alquanto difficoltosa persino la comunicazione e lo scambio intellettuale tra studiosi (che non siano della stessa “componente”). Tutto (o quasi tutto) nella carriera accademica del sociologo italiano dipende dalla composizione per componenti delle commissioni concorsuali: dimmi chi c’è in commissione, e ti dico che chances hai di essere tra gli “eletti”. Non c’è nessuno della tua componente in commissione?  Inutile presentarsi. Da quando si sono formate, nei primissimi anni ottanta in coincidenza con la fondazione dell’Associazione Italiana di Sociologia cioè dell’associazione ufficiale di rappresentanza della categoria,  le “componenti” sono tre: MiTo (area laica diciamo di sinistra più radicale), area cattolica,  e c.d. terza componente (area laica di orientamento socialista, questo almeno al tempo della sua formazione). Già da questa breve descrizione si capisce quanto la tripartizione rifletta un mondo (politico-culturale) che non esiste più. Ma le componenti non per questo si sono dissolte, anzi, nell’ultimo decennio si sono consolidate. E non c’è carica professionale che non segua la logica delle componenti, con tanto di turnazioni e divisioni paritarie di rappresentanze, in nome di una logica che è sempre quella dell’appartenenza e della lealtà.

Ora, dicevo, non sfugge a nessuno che un po’ conosca il campo sociologico italiano che il Gev14 (subGev sociologia) è così composto:

Componente cattolica: Presidente (del GEV14, che è un sociologo) + 3 membri

Componente MiTo: 1 membro

Componente Ais3: 1 membro.

Manca all’appello un membro (svizzero-tedesco, anche se di nome italiano) che per definizione (essendo fuori dal sistema italiano) non appartiene a nessuna di queste componenti. Sappiamo però che è nel comitato scientifico della rivista “Sociologia e politiche sociali,” rivista che notoriamente fa riferimento alla componente cattolica.

Come mai tutti questi sociologi “cattolici” tra i sociologi del GEV? E’ vero che la componente cattolica si è molto rafforzata negli ultimi anni, grazie anche alla sua imponente ed efficiente organizzazione (= l’associazione culturale SPe, Sociologia per la persona). Ma non al punto da spiegare questa sovra rappresentazione. Per questa, dobbiamo probabilmente guardare un po’ più in alto, dalle parti della presidenza ANVUR, o meglio della vice-presidenza. Della componente cattolica è infatti notoriamente anche la prof. Luisa Ribolzi, e non stupisce che la sua scelta al momento di decidere il nome del Presidente del Gev per le scienze sociali sia caduta proprio su un membro della sua componente, che ha molti meriti (incluso l’aver partecipato alla precedente tornata di valutazione, quella del CIVR) ma certo non quello di avere un profilo diciamo internazionale (mentre l’ANVUR si dice molto attenta a questo aspetto). Il mondo cattolico comunque è molto ampio e variegato al suo interno. Forse non è inopportuno sapere che – almeno, queste sono le voci, che possono anche essere smentite si intende dai diretti interessati – sia la vice-presidente che il Presidente del Gev14 e uno, anzi una, dei membri del Gev14, sono non solo di componente cattolica (classificazione di rilievo dentro il solo mondo della sociologia) ma anche molto vicini a Comunione e Liberazione, organizzazione ben più nota ed influente sul piano sociale, politico ed anche economico. Un po’ fa specie in effetti che 3 su 8 sociologi che siedono dalle parti dell’ANVUR (inclusa la vice-presidenza) siano di area CL.

Che i comitati editoriali di alcune riviste siano sovrarappresentati in seno al GEV, come alcuni hanno lamentato (vedi lettera di P.P. Giglioli pubblicato anche in questo sito) è una  diretta conseguenza di questa sovra rappresentazione di una componente, che eleva notevolmente le probabilità che alcuni membri del GEV siano nel comitato di riviste appunto di area cattolica (come ad esempio, ricordate nella citata lettera, “Studi di Sociologia” o “Sociologia e politiche sociali”).

E gli altri membri del SubGEV, non di area cattolica? Uno è un noto sociologo economico (del lavoro, delle migrazioni) – specializzazione che ripete invero quella del membro straniero, una ridondanza che si sarebbe forse potuto evitare e che convive con intere aree subdisciplinari totalmente non rappresentate.  Da conti fatti qualche mese fa, il suo indice-h è il più alto tra quelli dei membri del GEV-area sociologica.  Il fatto che sieda nel comitato editoriale di una rivista autorevole come Stato e Mercato non credo possa spiegare la collocazione in A della rivista, che ci sarebbe comunque stata a prescindere. Se in questo caso stiamo parlando di uno studioso dell’area Mito, l’altro membro non cattolico e non MiTo,  quindi di terza componente (Ais3), è una nota studiosa di comunicazioni (con indice h però nella media). Come la componente cattolica e diversamente dal MiTo, la c.d. Terza componente è fortemente organizzata (da qualche mese anche formalmente), e difficilmente quello che fa un membro della componente è in totale autonomia dai calcoli o dalle scelte o dai desideri dei “portavoce” della componente (così si chiamano, con spirito democratico, i leader organizzativi e politici delle componenti). Sarà anche vero come è stato osservato che la rappresentante Ais3 non siede nel comitato editoriale o scientifico di nessuna rivista di serie A (il che non mi pare peraltro un punto a favore), ma di certo siede nel comitato scientifico di una rivista che è stata nell’occhio del ciclone tra dicembre e gennaio, (“Comunicazionepuntodoc”), rivista  diretta proprio dal “portavoce”  della componente Ais3 che molti sociologi italiani hanno avuto la sorpresa di conoscere trovandola classificata in serie A nel primo ranking pubblicato dall’Associazione di categoria (AIS).  A seguito di una vigorosa campagna di protesta condotta soprattutto dalle pagine del blog “Per la sociologia” (http://perlasociologia.blogspot.it), quella rivista era stata poi molto opportunamente espunta dalla stessa Ais nel suo secondo ranking. Piuttosto curiosamente, il GEV14 ha pensato invece di reintegrarla nel suo rating (seppure in fascia C).

Se c’è una prova schiacciante che il meccanismo di valutazione delle riviste non è stato immune dal gioco delle componenti, direi che è qui, in questo solo apparentemente piccolo colpo di mano. Ma naturalmente, il peso delle componenti si è fatto sentire anche nella composizione della fascia A, dove accanto a riviste che non potevano non essere lì per il loro alto indice-h e per la loro centralità anche storica nel campo disciplinare, si possono trovare anche alcune riviste che sono lì innanzitutto perché “di bandiera”, in rappresentanza delle componenti.

Alla fine, il nodo che emerge al pettine è dunque sempre lo stesso: da un lato i conflitti e i giochi di scambio interni alle componenti, e dall’altro un’agenzia di valutazione che non ha saputo essere, come dovrebbe, “super partes”.

Che però la valutazione della produzione intellettuale di un settore scientifico-disciplinare che conta oltre 1.000 afferenti debba essere radicalmente segnato e presumibilmente “deformato” da questa organizzazione corporativa e segmentata, beh, questo forse lo si sarebbe potuto e dovuto evitare. Non è stata questa la strada intrapresa dall’ANVUR, dalla vice-Presidente ANVUR, dal Presidente designato GEV14 che – complice (a quanto ci ha detto quest’ultimo) anche la debole risposta dei sociologi delle altre componenti all’invito del CIVR (Maggio 2010) ad autocandidarsi  - hanno potuto seguire in modo piuttosto smaccato la logica delle appartenenze nella costruzione del comitato di valutatori, sovra rappresentando la propria componente e lasciando alle altre due una rappresentanza minima (un membro per componente). Viene da chiedersi, pensando oltre la sociologia, se criteri simili di appartenenza sono stati seguiti per la composizione di altri GEV – in altre parole, viene da chiedersi quanti esponenti più o meno organici al mondo cattolico, e a CL in particolare, siano stati reclutati dall’ANVUR.

Tornando alla sociologia, la conseguenza prevedibile dell’adozione di questa logica è una sovrarappresentazione dell’area cattolica anche tra i valutatori esperti invitati a collaborare al GEV. Naturalmente, sovrarappresentazione non equivale a monopolio, e di certo verranno invitati anche studiosi di altra area, se non altro perché non si possa dire che non c’è stato pluralismo. Il dilemma etico che si pone al sociologo che non crede nelle componenti, che anzi sta lavorando per il loro superamento e per la normalizzazione della disciplina, è a questo punto il seguente: come può, restando fedele ai suoi principi, accogliere l’eventuale invito da parte dell’ANVUR (o meglio del GEV14) a contribuire con il proprio nome (che resta segreto ma va agli atti, e comunque è nella coscienza) oltre che con il proprio tempo alla valutazione dei prodotti della sua disciplina? Accettare significa avallare, contribuire a legittimare, assumersi parte della responsabilità. La partecipazione come connivenza, oltre che come convivenza. E’ quello che molti colleghi hanno finito (con qualche ingenuità, a mio giudizio) per fare negli ultimi anni, in altre sedi. Ma se non accetta, se non partecipa ai lavori di valutazione con il contributo del suo giudizio critico oltre che della sua competenza disciplinare, come può invece sperare di contribuire a ridurre il bias di una composizione del comitato sfacciatamente squilibrata e unfair? E’ questo un dilemma che mi auguro molti colleghi sociologi stiano provando, come me. Nella loro coscienza, e non solo in quella. La sua soluzione è tutt’altro che facile, ma una via maestra per trovarla c’è: avere dal GEV14, e quindi dall’Anvur, la certezza che le liste nominative dei revisori saranno rese pubbliche (se non ora, almeno dopo l’esercizio di valutazione). Una forma di trasparenza che non sarà forse proprio ortodossa (quanto meno rispetto alle versioni più rigide e formali e utopiche di peer review) ma che ha il duplice vantaggio di rispettare integralmente il principio della parità tra valutatori e valutati (questi ultimi evidentemente “in chiaro”) e soprattutto di garantire un controllo ex post – ma in fondo anche ex ante, per il noto meccanismo delle reazioni anticipate – sui lavori e sulle scelte dei GEV da parte delle comunità scientifiche di riferimento.

 

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3 Comments

  1. Complimenti a Santoro: finalmente un intervento come si deve sulla composizione di un GEV – con nomi e cognomi, analisi dettagliata dei partiti e delle coalizioni. Ovviamente non essendo un sociologo non sono in grado di valutarne l’accuratezza, ma immagino che altri interverranno per confermarla o confutarla con dati altrettanto puntuali e fattuali.

  2. Marco Santoro says:

    Grazie Francesco. Mi auguro anche io che altri interverranno, per confermare o confutare. E sarei solo felice di essere smentito! Parli giustamente di partiti e coalizioni: ma quante discipline hanno raggiunto la raffnatezza della Sociologia (italiana) dove – ormai da 30 anni – tutto viene organizzato e distribuito fra soli tre grandi “partiti”, due dei quali formalmente organizzati come associazioni (verrebbe da aggiungere qualcosa qui, ma mi trattengo), che controllano in modo pressoché totale e capillare qualunque procedura di reclutamento e avanzamento di carriera, dandosi i turni nel rinnovo delle cariche associative, e variamente coalizzandoi (di solito con alleanze a coppi che penalizzano drasticamente il terzo incomodo) per spartirsi posti e risorse, alla faccia di regole e meriti? se in altre discipline esiste qualcosa di simile, mi piacerebbe conoscerne il profilo e il funzionamento.

  3. Pingback: Anvur, scienza di regime – Francesco Sylos Labini - Il Fatto Quotidiano

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