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A proposito del decreto sulle Cattedre Natta

C’è da essere sbalorditi dall’inconsapevolezza del governo del discredito che procura, con il decreto sulle cattedre Natta, all’università italiana e all’Italia nel suo complesso. Sostanzialmente siamo buoni solo a fare vestiti e mobilia, ma non a formare e scegliere professori. Questo è il messaggio, devastante, e che per altro calpesta la realtà delle cose: noi formiamo ancora ricercatori validissimi, e la prova è proprio la cosiddetta “fuga dei cervelli”, che nient’altro significa che i nostri giovani trovano fuori il mercato della ricerca che non trovano in Italia; e la ricerca italiana, se s’incrocia il dato con i finanziamenti che riceve, si colloca ai vertici delle graduatorie internazionali.

Questo discredito è persino peggiore della probabile incostituzionalità del decreto, con la nomina dei presidenti delle commissioni – esteri, si badi bene, perché noi non siamo in grado! – che spetta al Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro del MIUR.

In pratica torna in vigore il Regio Decreto n. 1071 del 20 giugno 1935, abrogato pochi giorni dopo il 25 Aprile 1945. E più ancora che anticostituzionale, questo decreto è contro la logica stessa dell’avanzamento della ricerca scientifica: la libertà di ricerca affidata alla valutazione tra pari. Con questa norma si sancisce che ci sono alcuni scienziati più “eguali” degli altri a discrezione del governo.

Tra riviste di fascia A per gli umanisti e scienziati più eguali degli altri, ciò che è in ballo ormai è chi – e “come” e “su che” – fa scienza “laureata” dal governo, e conseguente carriera.

Con questo decreto, siamo al capolinea della dismissione del ruolo pubblico nell’autonomia dell’università italiana, riconosciuta dalla Costituzione. Mi auguro che nell’università italiana, a cominciare dalla CRUI, non ci sia più alcuna acquiescenza a misure che umiliano l’università e la stessa dignità della funzione intellettuale di chi vi lavora.

Problemi l’università italiana ne ha, e il principale è il sottofinanziamento cronico. Questi 36milioni delle 500 cattedre Natta servono a distogliere l’attenzione dai 3,6miliardi di euro che servirebbero ad avvicinare l’Italia alla media europea sul Pil di spesa per la ricerca.

E non si tiri in ballo il nepotismo, che c’è ma non distante dalla propensione media della società italiana; e per il quale ci sono già norme che stanno funzionando e di cui va seguito il rispetto da parte degli atenei, senza polveroni che contribuiscano a delegittimare un corpo intermedio del Paese, l’università, che è molto meglio di come lo si vuole dipingere.

Testo apparso sul Corriere della Sera del 20.10.2016

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19 Comments

  1. In una decade di esperienza post-doc, dei numerosissimi concorsi che ho seguito, partecipandovi o meno, ricordo soltanto un caso in cui il vincitore non fosse gia’ stabilito. Non sto insinuando che si assumono incompetenti, questo no, spesso ho visto assumere persone capaci. Ma e’ innegabile che i posti da professore vengono quasi sempre costruiti attorno ad un vincitore prestabilito. Questa prassi e’ lesiva perche’ toglie speranze a chi non appartiene ad un gruppo (politicamente) forte oppure non e’ in nessuna “lista d’attesa”. E’ lesiva perche queste iniquita’ sono antimeritocratiche e prestano il fianco a demonizzazioni come quella in atto. Le cattedre Natta trovano piena giustificazione in decenni di baronie e clientelismi sfrenati. Chi nega l’evidenza o vive sull’asse immaginario oppure, penso io, non fa parte dei 14000 post-doc destinati al macello, sfruttati e sottopagati dallo stesso sistema universitario che oggi si lamenta del decreto Natta.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      È meravigliosa l’illusione di chi crede che qualche briciola di questa operazione iperbaronale, con commissioni decise ai piani alti della politica e dei vertici universitari e scientifici, arrivi a “chi non appartiene ad un gruppo (politicamente) forte”. Basta saper far di conto: 500 cattedre Natta 190 settori concorsuali a cui corrispondono più di 300 settori scientifico-disciplinari. Una goccia che non ferma la desertificazione e neppure è destinata agli outsider, ma che apre una breccia per un pervasivo e duraturo controllo politico.

  2. Sig. Giuseppe non ha capito: sappiamo benissimo che le briciole ai post-doc non arrivano ne’ col Natta ne’ senza. Non e’ questo il punto. Il punto e’ che ci si scandalizza delle ingerenze del governo nel sistema universitario quando si e’ lasciato che, decennio dopo decennio, il concorso truccato diventasse la norma. Un po’ di coerenza! Mi sembra tardi per indignarsi.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      cipper: “si e’ lasciato che, decennio dopo decennio, il concorso truccato diventasse la norma.”
      ______________________
      Se è vero, qualcuno ci deve spiegare questi numeri:


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      cipper: “ci si scandalizza delle ingerenze del governo nel sistema universitario”
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      La cultura istituzionale deve essere veramente scesa sotto il livello di guardia se il punto è scandalizzarsi o meno. Buttare a mare le garanzie costituzionali e mettere la scienza al guinzaglio della politica come pozione magica per guarire una corruzione dilagante (che, però, a guardare i numeri, tanto dilagante non lo è per nulla) riflette una visione ben poco all’altezza di un uomo di scienza e di cultura. Non è questione di scandalizzarsi. Qui siamo all’ABC istituzionale e costituzionale.

  3. Quei numeri li spiego con l’iper competizione che si e’ creata negli ultimi anni tra i precari della ricerca, grazie alla penuria di posizioni strutturate e alla cultura publish-or-perish. Il precariato e’ ingiusto, ma funziona… almeno a breve termine. A medio/lungo termine se una massa di ricercatori uscira’ dal mondo della ricerca (perche’ non piu’ possibile ne’ appetibile) vedremo quelle curve rilassarsi a valori piu’ in linea con la spesa pro-capite. Non mi spiegherei altrimenti l’esistenza di professori con stipendi di lusso che non fanno alcuna attivita’ di ricerca (4 pubblicazioni scarse in 10 anni come n-esimo autore), oltre ad insegnare da cani i loro corsi. C’e’ una distanza abissale tra gli iperprotetti e gli ipersfruttati. Conosco anche professori che lavorano con passione e dedizione, ma nella mia esperienza sono troppo pochi, mentre la tendenza generale e’ quella di assumere post-doc al minimo salariale che facciano il grosso del (a volte tutto il) lavoro. Questo e’ quello che quelle curve non dicono.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      cipper: “Quei numeri li spiego con l’iper competizione che si e’ creata negli ultimi anni tra i precari della ricerca”
      _______________________
      Chi per mestiere si occupa di ricerca non può ragionare su un sistema delle dimensioni e della complessità dell’università con seguendo l’approccio “mio cuggino mi ha detto che”. Quei numeri sono gli stessi da quando si fanno rilevazioni bibliometriche. Questa tabella è stata pubblicata su Nature nel 2004:



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      cipper: “Non mi spiegherei altrimenti l’esistenza di professori con stipendi di lusso che non fanno alcuna attivita’ di ricerca (4 pubblicazioni scarse in 10 anni come n-esimo autore)”
      _____________________
      Anche in questo caso, i dati smentiscono che i ranghi accademici più alti siano meno produttivi di quelli bassi.
      _____________________
      Giovanni Abramo • Ciriaco Andrea D’Angelo • Flavia Di Costa
      Research productivity: Are higher academic ranks more productive than lower ones?
      Scientometrics (2011) 88:915–928 DOI 10.1007/s11192-011-0426-6

    • Giuseppe grazie dell’articolo. Se l’avesse letto saprebbe che si limita a confrontare il rendimento (in termini bibliometrici) di ordinari (FP) e associati (AP) italiani, ma non fa alcun riferimento ai post-doc. Anche se lo facesse sarebbe una statistica deviata perche’ e’ rarissimo che un post-doc pubblichi senza includere come ultimo autore quello che gli paga lo stipendio.
      Sarebbe molto interessante correggere le curve sopra mettendo solo le pubblicazioni in cui il primo autore del lavoro e’ personale strutturato…

    • Trovo molto pertinente la frase: “In practice, however, higher ranks have an enormous power over lower ranks because career advancement is often determined by FPs, who lobby together to have their own candidates win the public examinations.”

  4. Riguardo alla cultura istituzionale, garanzie costituzionali, e “scienza al guinzaglio della politica”, mi viene da sorridere. Perche’ e’ da un pezzo che gli “scienziati” giocano a fare i politici (vedi un qualsiasi consiglio di Ateneo o di facolta’).
    Quanto alla Costituzione, come disse Benigni “e’ veramente bellissima, il giorno che verra’ applicata l’Italia diventera’ un grande paese!”
    Mi scusi il sarcasmo ma mi sembra si stia guardando la pagliuzza anziche’ la trave…

    • Giuseppe De Nicolao says:

      cipper: “mi viene da sorridere. Perche’ e’ da un pezzo che gli “scienziati” giocano a fare i politici (vedi un qualsiasi consiglio di Ateneo o di facolta’).”
      _______________
      No, non ci siamo. Possibile che chi ha una laurea e magari un dottorato, non riesca ad afferrare il nodo della questione? Provo a spiegare in modo più semplice: è sano che il governo in carica, magari impegnato in riforme della Costituzione e delle leggi sul lavoro, controlli direttamente la commissione che selezionerà dei super-professori di Diritto Costituzionale e di Diritto del Lavoro? O ancora: se un domani fossero al governo gli antivaccinisti, sarebbe una buona cosa che fossero loro a nominare le commissioni che selezionano i super-professori di farmacologia?

    • Concordo che non e’ sano. Ma sono anche convinto che il mondo accademico non abbia sufficiente autorevolezza per sostenere di essere in grado di governarsi da solo.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Tesi non nuova, dai Fratelli Karamazov fino a qualche dittatura più o meno recente. Sostenere che il controllo governativo farà migliorare le cose, mi sembra una tesi difficile da sostenere.

  5. In ogni caso, allo stato attuale 500 outsiders sarebbero un ottimo toccasana per la biodiversita’ accademica.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Non saranno outsider (a meno di non credere ancora Biancaneve e i sette nani)

  6. Nicola Piana says:

    Ringrazio Giuseppe De Nicolao e cipper per la discussione. Purtroppo non ho trovato l’articolo citato disponibile sul web. In compenso gli stessi autori ne hanno scritti altri altrettanto interessanti. Cito qua un pezzo di un abstract (l’abstract completo e’ in fondo al commento) visto che sono totalmente d’accordo con Giuseppe De Nicolao che si debbano portare studi statistici e non voci di corridoio:

    “This paper investigates the determinants of professors’ career advancement in Italian universities. From the analyses, it emerges that the fundamental determinant of an academic candidate’s success is not scientific merit, but rather the number of years that the candidate has belonged to the same university as the president of the selection committee. Where applicants have participated in research work with the president, their probability of success also increases significantly.”

    (from Abramo et al. (2015) “The determinants of academic career advancement: Evidence from Italy”, Science and Public Policy 42(6))

    Forse e’ per questo che qualcuno sia dentro l’universita’ che fuori non si fida troppo dei presidenti delle commissioni per una selezione “meritocratica”? (Aggiungo una provocazione: e’ poi “giusto” cercare di selezionare i professori universitari piu’ meritevoli dal punto di vista scientifico? Magari all’universita serve “altro”?)

    Concludo con una riflessione dopo la lettura di molte discussioni su ROARS negli ultimi mesi, tra chi cita “mio cuggino mi ha detto che” e chi riporta “numeri” e sottolinea il vero problema (secondo me) del sottofinanziamento del sistema universita’. Ho l’impressione che (ok, dopo i “numeri” finisco con il “cuggino”) nel quadro attuale di sottofinanziamento, i problemi legati al reclutamento nel sistema universita’ non si riescano piu’ a nascondere sotto il tappeto (perche’ ritengo che questo si sia fato in Italia in passato, mischiando ottime scelte e pessime selezioni). Ho idea che, a fronte di un ridotto numero di concorsi universitari, le percentuali citate nell’articolo sopra non possano che peggiorare. Purtroppo dovremmo aspettare 7 anni per avere una controprova (l’articolo del 2015 si riferisce a concorsi del 2008).

    ————————————————–
    ABSTRACT: This paper investigates the determinants of professors’ career advancement in Italian universities. From the analyses, it emerges that the fundamental determinant of an academic candidate’s success is not scientific merit, but rather the number of years that the candidate has belonged to the same university as the president of the selection committee. Where applicants have participated in research work with the president, their probability of success also increases significantly. The factors of the years of service and occurrence of joint research with other members of the commission also have an effect, however, that carries less weight. Nepotism, although it exists, seems less important. The scientific quality of the members of the commission has a negligible effect on the expected outcome of the competition, and even less so the geographical location of the university holding the competition.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Che nei concorsi locali 1999-2008 esistesse un “bias” a favore dei candidati di sede è cosa arcinota e fonte di episodi più o meno incresciosi. Io non ho mai difeso quel sistema concorsuale che, non a caso, fu introdotto sotto i soliti auspici taumaturgici, mentre era chiaro che avrebbe causato non pochi problemi. Eppure, rimane il fatto che, nonostante un infelice sistema di regole (nei primi anni, commissioni *elette* in cui una maggioranza di tre commissari poteva determinare i tre idonei!), la qualità media del reclutamento vada giudicata su scala aggregata e, su quella scala, i numeri non lasciano scampo: la tesi del sistema allo sbando a causa dei concorsi truccati non regge. I danni maggiori all’università italiana non li hanno fatti i concorsi locali (per quanto problematici essi fossero), ma l’assenza di concorsi. Il sistema non è collassato per l’inadeguatezza dei concorsi 1999-2008 e nemmeno per quella dell’ASN o dei concorsi attuali. Il sistema muore perché ha perso l 20% del personale a tempo indeterminato. E sempre a proposito di numeri, eccone degli altri:

    • Vorrei far notare cosa dicono i NUMERI sugli assegnisti (slide 42 del VI rapporto ADI): “Prosegue la riduzione in senso assoluto degli assegnisti dopo il picco raggiunto nel 2013 con 16.081 assegnisti”.
      Oggi gli assegnisti si sono ridotti a 12000.

      I bei grafici ottimistici che riporta Giuseppe si fermano al 2012. Immagino occorra tener conto di una certa inerzia, ma sara’ interessante vedere gli andamenti dal 2014 in poi.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      I grafici crescono ancora, anche dopo il 2012.

  7. scusate ma di cosa stiamo parlando? qualsiasi concorso viene deciso in base ad un curriculum. Sono poi state promulgate leggi (=Gelmini) che premiano i candidati interni a discapito di tutti gli altri. Internamente ad un dipartimento, poi, ovviamente, ci sono gruppi disciplinari più forti ed altri più deboli.
    Se vogliamo modificare il sistema di reclutamento, che si cambi la legge.

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